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JD Vance si è prodotto in un incredibile spiegone per dimostrare che Emily in Paris è la miglior serie di sempre e lo «Shakespeare della nostra epoca» Secondo il Vicepresidente la serie è «una grande critica culturale al processo decisionale dei Millennial».
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Per salvare i suoi cittadini dal brainrot, Singapore ha deciso di pagarli per leggere almeno 15 minuti al giorno Quindici minuti valgono venti monete virtuali, per arrivare a un dollaro di Singapore ne servono mille, cioè cinquanta giorni di lettura.
Dopo che Ed Sheeran ha cacciato Macklemore dal suo tour per aver urlato Free Palestine dal palco, tutti i musicisti che lavoravano al tour lo hanno abbandonato per protesta Finneas O'Connel, Lukas Graham, Aaron Rowe e i Beoga si sono ritirati dal Loop Tour subito dopo la cacciata di Macklemore, in aperta polemica con Sheeran.
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Per la prima volta nella storia, e “grazie” agli Stati Uniti, ci sono armi anche nello spazio aperto Non esistono dettagli sul tipo di armi ma la US Space Force ha detto che «possono essere impiegate sia a scopo difensivo che offensivo».
Non contento di stare girando già una dozzina di film contemporaneamente, Luca Guadagnino ha pure disegnato una collezione di arredamento e abbigliamento di 140 pezzi per Zara 65 pezzi tra mobili e oggetti per la casa, a cui si affiancano 75 capi tra abbigliamento e accessori. Realizzati nei ritagli di tempo tra un set e un red carpet, si capisce.

Le dimissioni di Trump non sono più una fantasia

Il 2019 si prospetta come l'anno più difficile per il presidente degli Stati Uniti.

09 Gennaio 2019

Se il buongiorno si vede dal mattino, il 2019 non sarà un anno lieve per Donald Trump. Sulla prima pagina del New York Times del 2 gennaio, una serie di articoli non lusinghieri descriveva lo stato agitato della presidenza Trump al giro di boa del nuovo anno: i Democratici, freschi vincitori delle elezioni di metà mandato, iniziano a guidare i lavori della Camera bassa di Washington e provano a far saltare l’agenda politica del presidente; l’inaspettato bilancio negativo della Borsa di Wall Street nel 2018, secondo gli investitori, è il presagio di un 2019 ancora più turbolento e di un’economia reale in difficoltà; il discorso di fine anno del presidente nordcoreano Kim Jong Un dimostra, come previsto, che le sceneggiate trumpiane non hanno portato nessun risultato sul fronte della denuclearizzazione del regime comunista; l’invito al Rappresentante americano del Commercio di cercare di siglare una pace commerciale con la Cina, dopo averle dichiarato guerra, è l’ennesima catastrofica immagine di una politica estera umorale che si aggiunge alla scelta di ritirarsi dalla Siria, regalando alla Russia, alla Turchia e al regime di Assad, per non parlare dell’Isis, il controllo di un territorio chiave per il Medio Oriente; e, infine, l’ex vice presidente Joe Biden è nella fase finale della decisione che tutti si aspettano, ovvero quella di candidarsi alle elezioni presidenziali del novembre 2020.

Se possibile, la notizia peggiore per la Casa Bianca 2019 è comparsa quella stessa mattina del 2 gennaio sul Washington Post: il neo senatore dello Utah, Mitt Romney, già candidato alla presidenza del Partito Repubblicano e sconfitto da Barack Obama nel 2012, ha scritto un editoriale molto duro nei confronti di Trump, lasciando intendere che in questo 2019, per la prima volta da quando l’immobiliarista newyorchese è stato eletto, a Washington ci sarà anche un leader conservatore anti Trump, deciso a guidare la resistenza a un presidente sopra le righe e giudicato da molti unfit, inadatto, a occupare la Casa Bianca. Le parole scelte da Romney sono inequivocabili: «Non intendo commentare ogni suo tweet o ogni suo errore, ma sentirete la mia voce in caso di dichiarazioni o azioni divisive, razziste, sessiste, anti immigranti, disoneste o pericolose per le istituzioni democratiche». Romney non è amato nel Partito Repubblicano, peraltro un partito ormai saldamente nelle mani di Trump al punto che la nuova presidente nazionale, nominata da Trump, è una nipote di Romney, Ronna Romney McDaniel, cui Trump ha imposto di non usare più il cognome da nubile e che è stata la prima a criticare formalmente il senatore, e zio, per l’articolo anti Trump sul Washington Post.

L’ex vicepresidente Joe Biden parla ai sostenitori della senatrice Claire McCaskill il 31 ottobre 2018 a Bridgeton, nel Missouri (Foto di Scott Olson/Getty Images)

Romney, inoltre, ha una storia, anche rispetto a Trump, di posizioni ondivaghe e contraddittorie, ma aver scelto di aprire l’anno e la legislatura di Washington con una presa di posizione così perentoria segnala quello che ormai dicono tutti, e cioè che il 2019 sarà un anno terribile per il presidente e forse anche per il sistema politico americano se non fosse in grado di reggere l’impatto di uno scontro costituzionale senza precedenti. Entro febbraio, infatti, il procuratore speciale Robert Mueller, nominato dall’Amministrazione Trump, dovrebbe concludere l’inchiesta sui rapporti tra la Russia di Vladimir Putin e il team Trump in relazione all’ingerenza del Cremlino nel processo elettorale del 2016 che ha portato all’inaspettata vittoria dell’attuale presidente contro Hillary Clinton. Quella di Mueller è un’indagine che ha già portato all’ammissione di colpa, e alla collaborazione con la giustizia, di numerosi advisor di Trump, dall’avvocato personale al Consigliere per la Sicurezza Nazionale, passando anche per il capo della campagna presidenziale e per vari consiglieri di politica estera, e che si è già diramata in una mezza dozzina di inchieste ordinarie a questo punto impossibili da insabbiare, nonostante Trump abbia licenziato l’Attorney General, oltre che il direttore dell’FBI, per sostituirlo con un fedele sostenitore noto per aver detto pubblicamente che Mueller andrebbe cacciato (il sostituto non si è ancora insediato, resta in attesa della conferma del Senato).

Per la prima volta, Trump rischia moltissimo e l’idea che nel 2019 possa essere costretto a dimettersi per evitare guai peggiori non è più soltanto una fantasia liberal ma comincia a essere presa sul serio nei corridoi di Washington. A meno di un improbabile esonero di Trump e famiglia, il risultato dell’inchiesta Mueller costituirà un punto di svolta e segnerà il destino dell’attuale presidenza: con la Camera guidata dai Democratici, ogni tentativo di insabbiamento è da escludere, anche se le tensioni non mancheranno, anzi è probabile che le tre Commissioni della Camera, coordinate dalla Speaker Nancy Pelosi, decidano di aprire ulteriori fronti di inchiesta. Se le prove fornite da Mueller, e dagli ex collaboratori del presidente, dovessero riguardare i membri della famiglia Trump, o gli affari dell’impero familiare, potrebbero essere proprio i figli, per evitare la possibilità concreta di finire in galera o di perdere tutto, a consigliare il padre di salvare il salvabile e cercare un accordo del tipo “dimissioni in cambio di immunità”. È altrettanto possibile, anzi probabile, che Trump provi invece a far saltare il banco, a liquidare come caccia alle streghe l’inchiesta e a giudicare come fake news le prove di un coinvolgimento personale o familiare nelle operazioni di manipolazione elettorale da parte del Cremlino. Mentre è in carica, Trump non può essere messo sotto inchiesta, ma in caso di resistenza di fronte all’evidenza sarebbe davvero un azzardo –  non solo per la famiglia e per il business, ma anche personalmente – affidarsi esclusivamente all’eventualità di essere rieletto nel 2020, anche perché, ammesso che ce la faccia, poi nel 2024 non potrà più ricandidarsi per il limite dei due mandati e non farebbe altro che posticipare l’appuntamento con la giustizia.

Il senatore Mitt Romney durante una cerimonia a Capitol Hill il 3 gennaio 2019, Washington, DC. (Foto di Zach Gibson/Getty Images)

L’ipotesi impeachment, o meglio della minaccia dell’impeachment, è credibile anche se molto difficile, ma resta pur sempre il paracadute previsto dal sistema istituzionale americano nei confronti di un presidente che commette tradimento o si rende responsabile di crimini e infrazioni legati alla sua alta carica. Se Mueller fornirà le prove, la Camera bassa potrà agilmente mettere in stato di accusa il presidente, ma poi spetterà al Senato, oggi guidato dai repubblicani con 53 senatori su 100, a decidere il destino di Trump. Per l’impeachment serve una maggioranza dei due terzi, 67 senatori, quindi a tutti i Democratici si dovrebbero aggiungere almeno venti Repubblicani, forse diciannove, considerando Romney già nel fronte degli anti Trump. È davvero improbabile che si arrivi a un esito del genere e molto dipenderà da che cosa avrà da dire Mueller e da che cosa avranno ammesso gli ex collaboratori di Trump, ma va ricordato che Richard Nixon si dimise nel 1973 proprio per evitare l’umiliazione del voto di impeachment, meno di un anno dopo la più grande vittoria elettorale di sempre, quando il presidente vinse in 49 stati su 50 e l’ipotesi delle sue dimissioni rientrava nella categoria letteraria della fantascienza. Erano certamente altri tempi, e quelli erano altri leader, ma di fronte a prove inoppugnabili di un coinvolgimento del presidente o della sua famiglia non è impensabile che l’opinione pubblica americana possa essere capace, ancora una volta, di cambiare repentinamente opinione.

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