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14:29 martedì 31 marzo 2026
Dopo i casi di Bergamo e Perugia, anche in Italia si sta iniziando a parlare di Nihilistic Violent Extremism Inventata negli Usa, la definizione identifica crimini commessi da giovani e giovanissimi in cui la violenza non è un mezzo per raggiungere nulla ma il fine stesso dell'azione.
In occasione del 50esimo anniversario, Allegro non troppo, il capolavoro di Bruno Bozzetto, uscirà finalmente in versione restaurata Ma c'è un ma: al momento, questa versione restaurata verrà distribuita, paradossalmente, solo negli Usa e non in Italia.
Un gruppo che si chiama EveryonehatesElon si sta organizzando per rovinare il Met Gala a Jeff Bezos Si tratta dello stesso collettivo che protestò contro l'occupazione veneziana durante il matrimonio del patron di Amazon, e che oggi sta raccogliendo donazioni per organizzarsi in vista dell'evento.
È vero che il Ministro della Difesa Crosetto ha negato agli Usa il permesso di usare la base di Sigonella, ma è vero anche che gli Usa il permesso nemmeno lo avevano chiesto Quando il Comando Usa il permesso lo ha finalmente chiesto era troppo tardi e Crosetto non ha potuto fare altro che negarlo.
La produttrice di La voce di Hind Rajab è riuscita a far fuggire la famiglia di Hind Rajab dalla Striscia di Gaza La madre della bambina, Wissam, e altri otto membri della famiglia sono così riusciti ad arrivare in Grecia e ottenere lo status di rifugiati.
La nuova opera di John Carpenter è un graphic novel horror basato su un incubo che ha fatto Si intitola Cathedral e Carpenter ne comporrà anche la colonna sonora, da ascoltare durante la lettura del fumetto.
Mentre tutti i giornali licenziano, il New York Times ha raggiunto il record di giornalisti assunti: 2300 È una crescita del 50 per cento in dieci anni, che si somma ai 13 milioni di abbonati in tutto il mondo e a un fatturato di quasi un miliardo di dollari.
Il momento più surreale della visita a Roma di Robert Pattinson e Zendaya è stato indubbiamente la foto al Campidoglio con il sindaco Gualtieri Il sindaco è riuscito a rubare la scena anche a due stelle di Hollywood, a conferma del naturale carisma con cui si conduce sempre in tutte le uscite social.

La bellezza di Dogman

Elogio dell'ultimo film di Matteo Garrone, probabilmente il migliore della sua carriera.

21 Maggio 2018

Dogman di Matteo Garrone è il film più bello dell’ultimo Festival di Cannes, il film più bello che potrete vedere al cinema in queste settimane, il film più bello da qui a molto del tempo che verrà. Da Cannes se ne è tornato con un premio al suo magnifico protagonista Marcello Fonte, nelle sale è appena uscito e sta andando così così, sul futuro c’è solo da sperare che resti, io credo resterà. Per la Palma d’oro a Cannes, che Garrone insegue da anni (la grande occasione mancata è stata con Gomorra dieci anni fa esatti), semplicemente non era l’anno giusto. Dogman racconta una storia che è sì universale, ma è anche troppo scura per convincere una giuria all’unanimità. Ha vinto, meritatamente, Shoplifters di Hirokazu Kore’eda, ritratto di una non-famiglia attraversato dalla solita poesia del suo grande autore. Garrone dispensa poesia a manate, ma d’altro tipo, forse d’altro tempo. La partenza lenta al botteghino ha forse un’altra ragione: molti temono sia un film troppo violento. Me l’ha detto più di una persona: «Non ci voglio andare, ho paura delle torture».

Le torture sono alla base del fatto di cronaca a cui Dogman si ispira, per poi prendere un’altra strada. E cioè il caso del canaro della Magliana (anno 1988), il toelettatore all’apparenza tranquillo che rispose con violenza alla violenza che c’era attorno a sé. Finì per torturare, appunto, e mutilare l’ex pugile che lo vessava (spaccio e affarucci sporchi di quartiere) con una brutalità che nessuno gli avrebbe mai attribuito. Le torture non sono però alla base del film di Garrone: Dogman è una storia di violenza dove la violenza quasi non si vede. Ci sono voluti dodici anni per arrivare al risultato di oggi, avvicinamenti progressivi e fughe verso qualcos’altro, qualcosa di meno cattivo: lo ha detto lui stesso. Allontanarsi da quella cattiveria è stato un bene, perché alla fine ne è uscito un film pieno di tenerezza.

Garrone è, prima di tutto, un grande umanista. Ormai è un fatto. Le sue fiabe nere (chiedo perdono: l’espressione dovrebbe essere perseguibile per legge) non affondano mai nella realtà del fatto di cronaca, ma abbracciano le persone che raccontano. Si veda, come esempio per tutti, L’imbalsamatore (2002), di cui Dogman sembra riprendere almeno in superficie atmosfere e situazioni. Il racconto del canaro è l’esito più compiuto di questa ricerca sull’uomo. Il suo è un cammino di parabole: la coabitazione forse impossibile dei deboli e dei forti, il potere come metro del nostro stare al mondo, “il desiderio di essere come tutti”. I nessi che legano i personaggi del film sono alla base della relazione tra gli uomini: il padre e la figlia, l’amico e il nemico, l’uno e i tanti.

Il cinema di Garrone diventa, a modo suo, un atto politico senza mai declamare, pontificare, comiziare. La politica intesa come attualità è lontanissima dalla sua idea di mondo, che vive dentro un tempo e un luogo che potrebbe essere il sempre e l’ovunque. Non stupisce che l’opera precedente fosse Il racconto dei racconti, e che la prossima sarà l’eternamente rimandato Pinocchio: le fiabe italiane di una volta per dire quello che siamo ancora oggi. Il problema è che viviamo un’epoca in cui si cerca la politica in ogni angolo. Le Monde ha scritto che Dogman mostra la deriva leghista e cinquestelle dell’Italia di oggi, i nuovi populismi, il fascismo sottopelle che sempre è esistito e sempre esisterà. Mi sembra una lettura parecchio strumentale, piuttosto stupida.

Dopo l’umanista, viene il Garrone pittore, il grande artista delle immagini che ogni volta riesce a superare il suo stesso canone. Garrone ha inventato Gomorra: un film seminale, direbbero i critici seri. Gomorra ha inventato gran parte della nostra produzione cinematografica e televisiva successiva. L’estetica di Dogman torna a quella di Gomorra e la sorpassa. Non c’è regista, nel nostro cinema, capace di riprendere e aggiornare la sua poetica con altrettanta consapevolezza e intelligenza. Dopo il Garrone umanista e il Garrone pittore, ecco la sintesi finalmente compiuta: Garrone è un maestro.

Dogman è un film difficile, si diceva. Capita in un tempo che non è il suo, il tempo della paura di ogni cosa e di ogni tipo, il tempo del messaggio ad ogni costo. Il tempo che, probabilmente, non è più del cinema come forma d’arte che riesce a raccontare le cose senza spiegarle, a insegnare senza bisogno di didascalie. Dogman è un film fuori dal nostro tempo, forse proprio per questo nel tempo ci resterà.

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