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Il 18 dicembre 1974, il fotografo queer newyorkese Peter Hujar riceve una telefonata dalla sua amica scrittrice Linda Rosenkrantz, che gli chiede di prendere nota di tutto quello che farà durante la giornata. Il giorno dopo Hujar va nell’appartamento di Rosenkrantz, sulla East 94th Street, e le recita un resoconto minuzioso delle ventiquattro ore appena trascorse: telefonate, pisolini, sigarette, appuntamenti, incarichi, pasti, incontri, piccole menzogne sociali, stanchezza.
La conversazione fa parte di un progetto più ampio di Rosenkrantz, che intendeva registrare una serie di giornate ordinarie nella vita dei suoi amici artisti della downtown newyorkese. Il progetto però si arena, la registrazione si perde, la trascrizione riemerge quattro decenni dopo, viene donata alla Morgan Library & Museum e infine pubblicata da Magic Hour Press con il titolo Peter Hujar’s Day nel 2022. È questo piccolo libro che Ira Sachs trova in una libreria di Parigi, mentre sta girando Passages insieme a Ben Whishaw. Lo legge e capisce immediatamente che vuole farci un film, proprio con Whishaw.
In effetti, il resoconto si presta bene a un film-esercizio formale: per quanto mondano, lo è quanto può esserlo un giorno nella vita di un membro di quella New York centro del mondo culturale e queer pre-AIDS. Ha il fascino assurdo di un’agenda qualsiasi appartenuta a una persona che vive nel cuore di una scena culturale ormai consegnata al mito. Si comincia con una telefonata di Susan Sontag, che chiede indicazioni per raggiungere la sua mostra. Poi una donna francese di Elle interessata alle sue fotografie di Lauren Hutton (che sostiene migliori di quelle di Avedon, e concordo, andatele a cercare). Poi il sonno, il cibo, le sigarette. Il pomeriggio viene assorbito da uno shooting con Allen Ginsberg per il New York Times, incontro molto meno glorioso di quanto il nome lascerebbe immaginare, all’insegna dello squallore autoimposto del poeta e della sua sgradevole eccentricità: invettive contro le corporation e contro il New York Times stesso, sessioni di cantilene improvvisate che impediscono lo shooting e l’invito al fotografo a offrirsi di soddisfare sessualmente William S. Burroughs per riuscire a scattargli una foto migliore. Seguono il faticoso sviluppo del rullino, un amico che passa a farsi una doccia perché non ha acqua calda a casa e, mentre cala la notte, una sessione di clavicembalo, che lascia poi il posto alle sex worker che chiacchierano rumorosamente fuori dalla finestra.
Una vita in un giorno
Ma il giorno titolare del film non è lo stesso del libro, perché Sachs decide di raccontare il giorno in cui avviene il racconto stesso. Il suo Peter Hujar’s Day, disponibile su MUBI dal 22 maggio, si svolge nell’arco di una giornata spesa da Hujar a raccontarsi e da Linda ad ascoltare, tutto all’interno del suo appartamento. Un estremo esercizio formale, quindi: un’ode a una New York perduta, della quale si vede solo un interno, mai nemmeno uno skyline; un’evocazione del tumulto culturale di allora, in cui le grandi personalità vengono menzionate con nonchalance, tutte nomi pronunciati con naturalezza accanto ad altri nomi destinati a non dire nulla a nessuno, e mai mostrate; un ritratto di un fotografo senza mai vederne uno scatto.
Detta così, sembra uno di quei film che esistono solo per mettere alla prova gli spettatori, bollendoli a fuoco lento per il gusto di soddisfare un esperimento formale. Eppure Peter Hujar’s Day è l’opposto di un film punitivo. Sembra un esercizio freddo e austero, ma trasuda affetto: tra i due personaggi, che vantano un’amicizia ventennale; tra il regista e gli attori, suoi fidati compagni di diversi lungometraggi; del regista verso Hujar, suo mentore ideale, e verso Linda, che Sachs ha conosciuto a fondo durante la realizzazione del film, e verso ciò che entrambi rappresentano. Sembra un anti-biopic, e infatti lo è, ma proprio per questo riesce a restituire Hujar meglio di quanto farebbe un film più tradizionale, con la sua bella parabola edificante, la crisi creativa al minuto quaranta e la tragica morte prematura per complicazioni legate all’AIDS illuminata da una luce dignitosa al minuto novanta. Per una volta, nessuno sente il bisogno di fabbricare una leggenda.
E anche se alcune improvvise rotture della quarta parete – la pellicola che finisce, una sequenza di posa ritrattistica dei due attori, l’inclusione del set e della troupe in alcuni istanti prima di una scena, l’inizio stesso del film con un ciak su Whishaw che entra nel personaggio – dimostrano una volontà di ricordare la natura artificiale del tutto, così come le ripetute riprese del nastro che registra avvertono sull’artificio del materiale iniziale stesso, la qualità cinematografica di recitazione, regia e fotografia è tale che si ricade immediatamente nell’incantesimo. Anzi, gli stacchi, oltre a risvegliare meccanicamente l’interesse degli spettatori (un po’ come l’uccello urlante a metà di Citizen Kane), sembrano garantire una sorta di sincerità e semplicità. Sachs non finge di aver riportato in vita Peter Hujar; mostra, con molta grazia, il meccanismo della resurrezione, rendendo ancora più facile e gradevole lasciarsi cullare dall’illusione.
Il mondo in una stanza
Il limite autoimposto è severo: due personaggi, una stanza, una conversazione integralmente tratta da una trascrizione. Ma dentro quel limite Sachs usa tutto ciò che il cinema gli mette a disposizione: le posture dei corpi, il tempo, la luce, il suono, le pause. E si dà il caso che una conversazione, anzi praticamente un monologo, possa essere molto più filmica di quanto ci si aspetti.
Ben Whishaw non interpreta Hujar come si fa con una figura biografica già masticata dall’immaginario collettivo; del resto, di Hujar non esiste materiale video a cui aggrapparsi. Restano molte testimonianze scritte, poche fotografie e due tracce sonore: una registrazione in cui prova a ipnotizzarsi per smettere di fumare e un’intervista fatta da David Wojnarowicz. Whishaw compone voce, postura, stanchezza, ironia, narcisismo e vulnerabilità, dandogli un fascino sghembo, a tratti antipatico, ma irresistibile e soprattutto credibile. Rebecca Hall, nel ruolo di Linda – e in un certo senso anche del pubblico che ascolta – sorride, assorbe, tiene il ritmo. Ha un ruolo meno appariscente, ma riesce a trasformare le 55 pagine di monologo di Hujar da esibizione in relazione. La rara spontaneità di entrambi, unita all’intesa tra i due, rende naturale calarsi nell’atmosfera del film, assorbire i dettagli del monologo e l’inflessione con cui viene consegnato.
Nell’arco dei 76 minuti del film – e la durata sicuramente aiuta a non superare il limite della tolleranza – il pallido sole invernale cala lentamente sull’appartamento, seguendo la storia raccontata da Hujar, trasformando la stanza in uno spazio sempre più mentale, sempre più fragile, e permettendo alla fotografia in 16mm di Alex Ashe di fugare ogni dubbio sulla ragione di esistere del film. È tutto talmente curato e bello che il film sarebbe godibile anche muto, cosa non scontata per un’opera costruita quasi interamente sulla parola.
Film ma anche videoarte
Se il riduzionismo è da sempre una tecnica delle arti concettuali, che privilegia l’indagine del medium rispetto al coinvolgimento emotivo e alla soddisfazione estetica, Sachs sceglie di ridurre le variabili solo per ottenerne il massimo effetto possibile. Dalla premessa, Peter Hujar’s Day potrebbe essere a tutti gli effetti un’ottima opera di videoarte, da proiettare in una saletta di un museo o trasmettere in loop in uno di quei televisori cubici dalle cuffie logore, con gli spettatori che ne guardano in media trenta secondi prima di procedere con la visita. Persino Whishaw ha detto che «sarebbe altrettanto valido» come opera museale. Mi trovo però in disaccordo, perché Peter Hujar’s Day è cinema in senso pieno, classico: da sedersi, guardare dall’inizio alla fine e godersi, magari mentre ci si beve un liquore e si fuma a catena, mimando il protagonista. Nonostante la forte premessa concettuale, non si esaurisce in essa. Come dice Sachs stesso, “per me questo film è tutto fuorché essenziale”: è una dimostrazione del suo “considerare il cinema come un luogo di piacere, nel creare una relazione tra suono, corpi e luce. È la ricerca di un modo che in realtà sfida la semplicità: forse la sua essenza sta nel puntare a qualcosa che abbia il maggior numero possibile di livelli di bellezza diversi.”
Ma se è così godibile è anche perché Hujar, oltre a essere un grande fotografo, era evidentemente un ottimo narratore. Oltre agli affettuosi scambi tra i due, che ne dimostrano l’amicizia e la chimica, e agli interessanti resoconti di una quotidianità lontana, con tanto di commenti sui prezzi delle sigarette, 56 cents, e del takeaway cinese, 7,43 dollari per due persone, viene davvero facile perdersi ad ascoltarlo. Ancora di più, è insolito e rivelatorio sentirlo preoccuparsi di questioni terrene, tipo quante pagine avrà il suo servizio, se verrà pagato per il servizio al ristorante, o la biro che non scrive mentre cerca di firmare le foto. «Avevo la sensazione di non aver fatto altro che alzarmi, fotografare Allen Ginsberg, sviluppare il rullino, e basta. Ho spesso la sensazione che nelle mie giornate non succeda granché. Che le abbia sprecate. Ho sprecato un altro giorno. Tutto quello che ho fatto è stato passare due ore con Ginsberg. Questo occupa una giornata?». Sono tutti i punti in cui la sua pratica, che oggi appare eterna e intoccabile, viene a contatto con gli aspetti più mondani dell’essere un fotografo emergente.
Vita, morte, resurrezione di un fotografo
E tutto ciò aggiunge un retrogusto amaro, se si sa che Hujar non è mai davvero emerso, non in vita. E quando gli diagnosticarono l’AIDS, smise completamente di scattare fotografie. Abbandonò la macchina fotografica nell’anno che gli rimase da vivere e morì nel 1987, circa tredici anni dopo quella registrazione, a 53 anni. Fu riscoperto gradualmente negli anni dopo la sua morte, portato anche dall’onda revisionista volta a recuperare la cultura queer distrutta dal cataclisma dell’AIDS, specialmente della scena newyorkese, quella di Robert Mapplethorpe, Nan Goldin e David Wojnarowicz.
La stessa scena che è, tra l’altro, al centro del film di Sachs appena debutatto a Cannes, The Man I Love, con Rami Malek nei panni di un attore teatrale affetto dalla malattia, mentre assume quello che potrebbe essere il suo ultimo ruolo nella New York degli anni Ottanta. Non è casuale che Sachs, nato e cresciuto a Memphis, sia arrivato a New York nel 1988, meno di un anno dopo la morte di Hujar; o che la sua prima esperienza in città sia stata come assistente in Longtime Companion di Norman René, film su un gruppo di newyorkesi «che si confrontavano con, e affrontavano, il vivere e il morire attraverso la crisi dell’AIDS», e che fu per lui «un’esperienza fondamentale»; o che nel 2009 Sachs abbia fondato Queer|Art, un’organizzazione artistica no-profit che offre mentorship e supporto ad artisti queer e trans, cioè proprio ciò che alla sua generazione è mancato dopo che quella precedente era stata spazzata via dalla malattia.
A un certo punto, con spudorato e dolce candore, Hujar dice: «Mi piacerebbe davvero farci dei soldi. Sai, ho sempre avuto una passione per le star, voler essere una specie di star». Invece, come ha detto proprio Rosenkrantz, «Peter morì senza un soldo e noto solo a un certo gruppo di persone». Oggi è uno dei fotografi più apprezzati della sua generazione; ma, come detto, per essere una star mancano le testimonianze della sua persona.
Con Peter Hujar’s Day, Sachs non colma quel vuoto, fa qualcosa di più intelligente e rispettoso: costruisce un ritratto dichiaratamente artificiale che, proprio perché non pretende di essere definitivo, finisce per sembrare credibile. Hujar appare speciale e normale, brillante e stanco, vanitoso e insicuro; per una giornata, almeno, diventa quello che avrebbe voluto essere: una star. Una star del cinema, seduta in una stanza, mentre racconta di aver forse sprecato un altro giorno.
