Libri del mese ↓
02:01 sabato 2 maggio 2026
L’Europa sta pensando di sanzionare Israele. Non per i crimini commessi a Gaza, però: per aver comprato dalla Russia del grano rubato all’Ucraina Una nave della flotta ombra russa sarebbe stata fatta entrare nel porto di Haifa, con un carico di 25 mila tonnellate di grano rubato nei territori ucraini occupati.
La comunità enigmistica internazionale è piombata nel panico perché il New York Times Magazine ha pubblicato un cruciverba irrisolvibile L'errore è stato corretto nella versione online del cruciverba, ma a quel punto il finesettimana degli appassionati era irrimediabilmente rovinato. Non era mai successo in 84 anni di onorato servizio enigmistico.
I data server per l’intelligenza artificiale stanno diventando dei veri e propri disastri ambientali Consumano enormi quantità di energia, occupano sempre più suolo, inquinano molto e di lavoro ne danno poco. Eppure, se ne costruiscono sempre di più.
La Francia è diventato il primo Paese al mondo ad approvare l’uso della ketamina per curare le crisi suicidarie L'Agence nationale de sécurité du médicament et des produits de santé ha datto la sua approvazione ufficiale: è la prima agenzia del farmaco al mondo a farlo.
Hanno fatto un film sul looksmaxxing e ovviamente è un body horror Prevedibilmente, è stato intitolato Looksmaxxing, è un cortometraggio e se ne può già vedere qualche scena nel trailer pubblicato su Instagram.
Il governo sudafricano ha dovuto ritirare la sua proposta di legge sull’AI perché si è scoperto che è stata scritta con l’AI In particolare, si è scoperto che l'AI si era inventata di sana pianta tutta la bibliografia alla base del testo di legge.
Secondo uno studio, nelle città europee sta diventando quasi impossibile spostarsi senza la macchina Milano è una delle poche in cui si riesce a muoversi almeno un po' con i mezzi pubblici. A Roma, invece, la situazione è disastrosa.
Mentre faceva uscire il nuovo singolo, preparava un tour continentale e invitava a boicottare l’Eurovision, Robert Del Naja dei Massive Attack ha trovato anche il tempo di farsi arrestare a una manifestazione pro Palestina Stava manifestando a Trafalgar Square esponendo un cartello con su scritto «Mi oppongo al genocidio, sostengo Palestine Action».

Le nuove storie di Daria Bignardi

Dal 16 ottobre torna in tv con L’Assedio, basato sulle sue celebri interviste: ci ha raccontato come è riuscita a diventare un’autrice a tutto tondo e perché, secondo lei, il piccolo schermo in Italia ha ancora cose da raccontare.

15 Ottobre 2019

L’intervista con Daria Bignardi è fissata in un tardo pomeriggio di fine agosto. Lei è già al lavoro per quello che sarà il suo primo programma dal 2015, ultima stagione de Le Invasioni Barbariche: L’Assedio sarà in onda dal 16 ottobre, in prima serata, tutti i mercoledì. «Laura Carafoli di Discovery mi ha convinta a tornare, sul canale Nove, una rete che per freschezza e vitalità mi ricorda La7 dei primi tempi. Per mesi ho pensato a come sperimentare qualcosa di nuovo ma la verità è che non mi è venuta nessuna idea davvero convincente. Quando ho capito che quel che so fare meglio è sempre raccontare cosa succede attraverso le mie interviste ho suonato l’adunata ai barbari. Sono arrivati tutti, magicamente, come se non fossero passati quattro anni ma quattro settimane. Lavorare in gruppo al programma è bellissimo. Scrivere romanzi, che è quel che volevo fare da quando avevo sette anni, è un lavoro molto bello ma molto solitario. Non si può star sempre soli, almeno non posso io, che ho un temperamento malinconico e a star sola a lungo finisco per intristirmi».

Anche stavolta il titolo è preso da un film (L’Assedio di Bernardo Bertolucci, del 1998) e anche stavolta riesce a raccontare bene da una parte lo spirito del tempo di oggi, dall’altra ciò che troveremo sullo schermo, il mercoledì sera. Ma chi sono gli assediati? «Gli assediati siamo noi: assediati dalle paure, da chi usa le nostre paure, dalle notizie false e ansiogene, dall’incertezza sul futuro, sulla giustizia, i diritti, l’ambiente; assediati dall’obbligo di essere sempre belli, sempre giovani, sempre felici. Più giocosamente, i miei intervistati saranno assediati da me». Anche stavolta, infatti, al centro ci saranno le interviste, le storie, che da sempre affascinano e sono protagoniste del lavoro di Bignardi, da Tempi Moderni al Grande Fratello. Ma anche prima, quando faceva l’inviata per Gad Lerner o addirittura quando era freelance e scriveva per quotidiani e settimanali. Da quei primi anni Novanta sembra essere cambiato tutto. I social, lo streaming delle vite di tutti sempre a disposizione delle nostre più o meno reali curiosità. Ma forse, in fondo, i nuovi tempi moderni c’entrano poco. «Le cose cambiano continuamente, ma certi sentimenti e valori sono più o meno immutabili. Credo che oggi come ieri esista il fascino ipnotico e irresistibile delle storie, sia che vengano raccontate attorno a un fuoco, lette in un romanzo, viste al cinema o in televisione, guardate di sfuggita in una storia di Instagram. Una bella storia è sempre una bella storia, qualcosa che ci fa sentire di vivere altre vite oltre la nostra, che fa vivere più a lungo».

«Gli assediati siamo noi: assediati dalle paure, da chi usa le nostre paure, dalle notizie false e ansiogene, dall’incertezza sul futuro, sulla giustizia, i diritti, l’ambiente; assediati dall’obbligo di essere sempre belli, sempre giovani, sempre felici»

Daria grazie ai suoi programmi ha in qualche modo cadenzato la televisione degli ultimi vent’anni. Dapprima sedendosi dalla parte della provocazione, di ciò che veniva visto come nuovo. Tempi Moderni, su Italia 1, è il primo programma che scrive. Al centro ci sono storie di persone “diverse”, originali, bastian contrari, quotidianità poco ovvie. «Raccontava i cambiamenti della fine degli anni Novanta: nella prima puntata invitai nove coppie gay». Non poteva che essere lei dunque a condurre le prime due stagioni del Grande Fratello (2000 e 2001), che rivoluzionò il concetto di ciò che poteva e non poteva essere televisione. Dopo la provocazione, Daria Bignardi sceglie di sedersi altrove, meno riflettori, più riflessione. Ecco dunque le interviste: Le Invasioni Barbariche (2005), L’Era Glaciale (2009), oggi L’Assedio. «Nella primissima edizione delle Invasioni facevo una sola lunga intervista e poi tre lunghi filmati, seguiti da dibattito in studio. I filmati erano bellissimi, ci mettevamo secoli a pensarli, realizzarli e montarli, costavano un sacco e andavano male, mentre durante l’intervista gli ascolti triplicavano. È finita che nelle ultime edizioni facevo anche cinque o sei interviste in diretta, una dietro l’altra». Nel 2016 la direzione di Rai 3, tenuta fino a luglio 2017. «Ho richiamato in rete Gad Lerner, uno che la tv la sa fare davvero, e ho lavorato con Lucia Annunziata, che oltre ad avere un gran cervello per la politica è simpaticissima. Con loro avevo iniziato a fare tv e nessuno dei due era invecchiato, anzi. La tv mantiene giovani». Ma quali sono le regole dell’intervista perfetta?

Voglio sapere tutto dell’intervistato, non chiedergli quello che gli chiedono gli altri, immaginare l’intervista come se fosse un romanzo con un inizio, una trama e un finale, partire da un dettaglio, scrivere cinquanta domande e poi dimenticarle tutte e andare a braccio

«Ognuno ha le sue. Io voglio sapere tutto dell’intervistato, non chiedergli quello che gli chiedono gli altri, immaginare l’intervista come se fosse un romanzo con un inizio, una trama e un finale, partire da un dettaglio, scrivere cinquanta domande e poi dimenticarle tutte e andare a braccio appena inizia». Ce ne sono alcune che sono diventate un cult. La tensione affilata con l’ex ministro Renato Brunetta a L’Era Glaciale, l’«Enrico stai sereno» di Matteo Renzi, Mario Monti con il cane Empy e poi la ripetuta intesa elettrica con Barbara D’Urso, le frecciatine con Barbara Palombelli, le birre e i bicchieri di vino. Daria Bignardi ha intervistato oltre mille personaggi, con un’unica premura: che non fossero insulsi. «Discutiamo ore e giorni e settimane su ogni nome e ogni profilo cambiando mille volte idea fino a che troviamo un taglio inedito – o almeno ci proviamo – per ogni intervistato, e un mix perfetto di ospiti in ogni puntata. Ogni settimana ci vorrebbe una storia inedita, una nostra scoperta, un’intervista legata all’attualità e una più brillante. In ogni puntata devono convivere sapori diversi, come nei bei romanzi dove si ride, si piange, si passa il tempo e magari si scopre qualcosa di nuovo. Per arrivare a questo risultato serve una gran preparazione ma alla fine si cucina tutto espresso».

La televisione è cambiata molto in questi ultimi vent’anni. E come con i giornali, o i libri, c’è chi ne ha già sancito la morte. Nonostante questo, nonostante le piattaforme di streaming e l’on demand, la televisione generalista continua ad avere ascoltatori e a essere per moltissimi centrale. «Non sono una grande teorica, non so quale sarà il futuro della tv. Se guardo i miei figli, loro non la accendono mai. Quindi certamente quando saranno adulti probabilmente la tv come la intendiamo noi non esisterà più. Ma credo che attorno a questo media esistano ancora numerosi professionisti che la rendono ancora interessante». E di quell’ostinazione di guardare all’America con invidia per come la sanno fare? «Di certo negli Stati Uniti ci sono ottimi show e idee. In Italia però ci sono dei prodotti estremamente curati, ancor più che in America. Quasi tutti i programmi hanno alle spalle delle squadre che a tutti i livelli elevano la qualità».

L’Assedio sarà in onda dal 16 ottobre, in prima serata, tutti i mercoledì

Esiste una tv “all’italiana”? «Quella del sabato sera,degli sceneggiati, della qualità. Techetechetè ha successo non solo per la nostalgia, ma anche per la cura con cui furono concepiti quegli sketch. Barbara D’Urso, Maria de Filippi sono due professioniste incredibili del fare televisione oggi. Sono pop, italiane al cento per cento». Anche Daria Bignardi è pop. Sorride. «Un po’ me lo sento addosso. D’altra parte la tv è democratica, arrivo nelle case delle persone per cui divento un volto che riempie le serate, le chiacchiere, i preparativi per il giorno dopo». La tv è ancora una messa collettiva, un momento che viene vissuto assieme come quando ci si riunisce per il pranzo di Natale, solo che adesso lo si fa ognuno sul proprio divano e lo si condivide sui social. Non solo Sanremo, qualche talent, la maratona di Mentana, il calcio, ma anche esempre di più certi programmi trash come Temptation Island, visti e commentati anche da una certa parte di società che un tempo inorridiva soltanto nel sentirli nominare. Più o meno come all’idea di possedere il diabolico apparecchio. «Non ho mai pensato che la tv dovesse essere un modello o soltanto educativa. Sennò non avrei fatto il Gf. Certo, se guardi Quark scopri tantissime cose interessanti, ma non è questo l’unico scopo dei programmi televisivi. Non lo deve essere. Quest’estate ho visto una puntata di Temptation Island con un’amica. A lei non è piaciuto, a me sì. L’ho trovato molto ben fatto, ho capito perché aveva quegli ascolti. Erano tutti bravi, dal presentatore (un ex Grande Fratello, Filippo Bisciglia, nda) agli autori che hanno scelto i concorrenti. Ecco, una cosa che spesso si tralascia è l’enorme cura e le persone intelligenti che sono nel dietro le quinte di questi programmi. Il trash in tv c’è sempre stato, già Indietro tutta! lo esaltava».

Ci ho messo tanto a pubblicare perché essendo diventata popolare in tv mi sembrava inelegante sfornare libri. Io non comprerei il romanzo di uno che ha un programma in tv. Alla fine però ho dovuto arrendermi alla mia anomalia

In mezzo alla tv, ai programmi, alle interviste, alle direzioni, Daria Bignardi ogni tanto si è fermata. «Io ogni tanto ho bisogno di uscire dalla tv. Fare una vita normale, andare a comprare le lampadine, passare un pomeriggio a leggere, preparare il pranzo ai figli che tornano da scuola: cose esotiche se hai un programma di prima serata e sei sempre in lotta contro il tempo». È anche in questi momenti che ha scritto i suoi sei romanzi, ma per arrivarci il percorso è stato lungo e non sempre lineare. «Il primo libro, Non vi lascerò orfani, l’avevo in testa da quando ero piccolissima e già guardavo il mio mondo, che allora era la mia famiglia, col desiderio di raccontarlo. Per me raccontare a volte è stato più importante che vivere. Ho capito col tempo che questa cosa si chiama “avere una voce”, “avere uno sguardo”, essere un autore, che è il mestiere di chi racconta, il suo talento e la sua maledizione, perché a volte non capisci cosa ti fa star bene, cosa sia giusto fare, pensi soprattutto a quello che puoi raccontare a te stesso e agli altri. Ci ho messo tanto a pubblicare perché essendo diventata popolare in tv mi sembrava inelegante sfornare libri. Io non comprerei il romanzo di uno che ha un programma in tv. Alla fine però ho dovuto arrendermi alla mia anomalia e se qualcuno non mi legge perché ha dei pregiudizi sono la prima a capirlo».

Al centro dei romanzi di Bignardi ci sono quasi sempre la famiglia e le sue dinamiche. Aleggia quasi sempre dell’autobiografismo, la sua vita, il suo lavoro, spesso la sua Ferrara. A partire dal primo, che appunto racconta il suo personalissimo lessico famigliare, fino all’ultimo, Storia della mia ansia, che parla di una scrittrice, Lea, colpita dalla malattia. La famiglia come luogo delle emozioni, del dolore, dei sentimenti più profondi. Rachel Cusk nel suo Transiti fa dire a uno dei suoi personaggi «Scrivere è solo un modo per farsi giustizia da sé». È davvero così? Scrivere serve a saldare i conti con la realtà? «Per scrivere bisogna essere spudorati. Se non lo sei, non sei uno scrittore. Se scrivi preoccupandoti di cosa penseranno tuo cugino o tua zia o la tua fidanzata o chiunque altro non sei uno scrittore. Lo scrittore non ha famiglia, tranne i suoi figli. Quelli che vengono prima hanno responsabilità rispetto a quelli che vengono dopo: tutti gli altri sono adulti e se non capiscono che quel che scrivi ha poco a che fare con loro, peggio per loro. Di solito gli scrittori hanno famiglie o fidanzati che li capiscono. Se non vengono capiti, come in quel racconto di Emmanuel Carrère sulla fidanzata in treno, prima o poi li lasciano». Come dice spesso, nel suo lavoro il caso ha contato moltissimo. «Nonostante tutto mi ritrovo a fare quel che mi piaceva da bambina: raccontare e ascoltare storie. Il caso porta le occasioni, la passione e il lavoro le trasformano in esperienze originali».

Articoli Suggeriti
Leggi anche ↓
I libri del mese

Cosa abbiamo letto ad aprile in redazione.

Quest’anno in concorso al Festival di Cannes ci sono soltanto film lunghissimi

Oltre la metà durano più di due ore, ben otto superano le due ore e mezza, ce n'è uno che arriva a tre ore e un quarto.

Quentin Tarantino ha fatto di tutto per fare il film crossover di Django e Zorro, ha convinto un produttore a finanziarlo ma all’ultimo momento ha detto che lui non ha voglia di dirigerlo

Film basato, tra l'altro, su un fumetto scritto dallo stesso Tarantino. Che però, a quanto pare, di tornare sul set non vuole proprio saperne.

Il MoMA di New York ha organizzato una gara di sosia di Marcel Duchamp e della sua alter ego Rrose Sélavy

Anche uno dei più importanti e prestigiosi musei del mondo cede al trend dei lookalike contest. L'appuntamento per i sosia è a New York il 30 aprile.

Bon Iver ha fondato una cover band di Bob Dylan e l’ha chiamata Bon Dylan

Band che farà soltanto due concerti, il 24 e il 25 luglio a Eau Claires, Wisconsin, città in cui Bon Iver ha vissuto tutta la vita.

Il nuovo libro di Haruki Murakami sarà il primo della sua carriera con una protagonista femminile

The Tale of KAHO sembra una risposta diretta alle tante accuse di misoginia che gli sono state rivolte dal 1979, anno del suo esordio, a oggi.