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Il momento più surreale della visita a Roma di Robert Pattinson e Zendaya è stato indubbiamente la foto al Campidoglio con il sindaco Gualtieri Il sindaco è riuscito a rubare la scena anche a due stelle di Hollywood, a conferma del naturale carisma con cui si conduce sempre in tutte le uscite social.
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Trump ha detto in maniera molto chiara ed esplicita che vorrebbe prendersi il petrolio iraniano Ma ha anche aggiunto che ci sono degli «scemi» negli Stati Uniti che glielo stanno impedendo. Non ha chiarito chi siano questi scemi, però.
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Da 5 Bloods, quello che Hollywood non ha detto del Vietnam

Con il suo gruppo di veterani neri, il nuovo film su Netflix di Spike Lee ha colmato un’altra lacuna. Raccontando una storia che arriva fino ai nostri giorni.

16 Giugno 2020

Da 5 Bloods, il nuovo film di Spike Lee arrivato da poco su Netflix, si apre e si chiude con una serie di parole. Quelle di Muhammad Ali e di Martin Luther King Jr., voci contro la segregazione razziale, leggende indissolubilmente legate al movimento per i diritti civili degli afroamericani, e accomunate dalla loro strenua opposizione alla guerra del Vietnam. In mezzo, tra loro, c’è un disordine perfettamente congegnato per aiutarci a riflettere su pagine di storia dimenticate: sottolineando il contributo dei neri non solo nella guerra in Vietnam, ma nella costruzione e nello sviluppo degli Stati Uniti.

Due ore e 35 minuti di film, e per tutto il tempo ti immagini Spike Lee in Air Jordan Legacy 312 accanto al divano a dirti “Prendi Rambo, o Missing in action, e buttali via”. Prendi tutti quei film con cui l’establishment americano ha serenamente cancellato il fatto che quasi il 40 per cento dei soldati in Vietnam fossero neri, le pellicole con cui Hollywood è tornata in Asia per provare a vincere la guerra almeno sul grande schermo. E buttali via. O scordateli, per queste due ore e 35 minuti: in quella «guerra americana», come la definiscono più volte nel film, ci sono state altre storie. Senza Chuck Norris-paladino di giustizia contro il perfido nemico Comunista, che riemerge dal fiume col mitra in mano dopo essere stato capottato con il suo gommone-squalo dai vietcong, senza Stallone che scappa nei boschi canadesi con indosso un poncho. Dopo aver raccontato il ruolo svolto dai soldati afroamericani nella seconda guerra mondiale in Miracolo a Sant’Anna, in Da 5 Bloods, Lee segue infatti un gruppo di quattro veterani del Vietnam, che, ultrasessantenni, tornano nel Paese in cui hanno combattuto ufficialmente per localizzare e recuperare i resti del leader della loro squadra (il quinto fratello di sangue), “Stormin” Norman, guerriero e mentore, «il nostro Malcom e il nostro Martin». L’obiettivo primario però, è ritrovare un baule di lingotti d’oro che hanno sepolto nella giungla durante gli scontri.

Scendere in profondità, oltre la trama principale. Colmare una lacuna. Quella della guerra vista con gli occhi degli afroamericani che pagarono un tributo enorme in termini di vite umane, e che, una volta tornati in patria, ricominciarono a combattere sul fronte dei diritti civili – come a dire, certe guerre non finiscono. «In generale, la prima persona che sia mai morta combattendo per la bandiera degli Stati Uniti è stato un nero, Crispus Attucks, ucciso dagli inglesi durante il massacro di Boston», ha spesso detto Lee presentando il film, come ha ricordato il New Yorker. E nelle grandi narrazioni, in cui sono state rappresentate tutte le motivazioni della sconfitta americana, lo spirito combattivo dei vietnamiti, gli errori di strategia militare, le scelte di politica estera, quanto accaduto in quei plotoni misti, di bianchi e neri, è stato rimandato a data da destinarsi.

Melvin, Otis, Eddie e Paul, sono le voci che si sono perse. Uomini goffi, ormai anziani, ripiegati su sé stessi, avvinti. Trumpiani, nel caso di Paul, che sicuramente potremmo annoverare tra i migliori personaggi e le migliori interpretazioni nella cinematografia di Spike Lee. Paul che odia i francesi, i vietnamiti, gli immigrati, individualista, fan del muro col Messico. Che ha votato per Donald Trump – realmente eletto anche dal voto di alcuni afroamericani – che ha interpretato “American First” come una promessa personale, specchio delle contraddizioni e delle conseguenze su un popolo obbligato a combattere, sempre, la guerra di un altro.

Che Da 5 Bloods, alla fine, è come un grande contenitore di messaggi, disordinato, in cui gli attori interpretano sé stessi da giovani nei flashback senza che Spike Lee senta il bisogno di ringiovanirli, di salti temporali, lesinare gli spazi (tutto è ambientato nei soliti tre luoghi, come accadeva anche in Do the Right Thing), mine inesplose, sangue, intenzionali scavalcamenti di campo, padri che ritrovano le figlie, fantasmi. E ogni cosa, in questa inarrestabile bulimia di sequenze visive, trova il proprio posto (come ha spiegato Slate che ha intervistato il direttore della fotografia, nel film vengono addirittura usati quattro formati diversi con precise motivazioni), come un’epopea confusa ma organizzata con precisione, capace proprio per questo, di rappresentare le attuali circostanze.

Anche Spike Lee è stato un uomo della quarantena, quella di New York. A maggio, con New York, New York, quando con un cortometraggio pubblicato su Instagram ha dedicato una dichiarazione d’amore alla sua città vessata dal Covid. Recentemente, quando in prima linea nelle mobilitazioni dopo la morte di George Floyd, ha realizzato un altro corto, 3 Brothers: Radio Raheem, Eric Garner and George Floyd, mescolando le clip degli arresti e delle uccisioni reali con scene da Do the Right Thing. Poco prima del suo arrivo su Netflix, il poster di Da 5 Bloods è stato utilizzato nelle manifestazioni del movimento Black Lives Matter: “La nostra battaglia non è in Vietnam”. Un senso condensato nei suoi personaggi, nei contrasti, nelle incoerenze. Nel tanto, troppo, meraviglioso disordine. Come in una foto di classe, serve quello per renderla più vera.

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