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Secondo un report dell’Onu, sono 606 i migranti morti nel Mediterraneo soltanto nei primi due mesi del 2026 Per l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni si tratta del peggior inizio di anno da quando si è iniziato a tenere traccia di queste tragedie.
Tra le ultime aggiunte alla prestigiosissima Criterion Collection c’è anche KPop Demon Hunters Sarà contento Park Chan-wook, che ha detto di essere anche lui un grande appassionato di KPop Demon Hunters.
C’è un sito che digitalizza vecchie musicassette trovate per caso in tutto il mondo Si chiama Intertapes e ogni musicassetta viene catalogata non solo per la musica o le registrazioni che contiene ma anche per la grafica e i colori.
La bandiera di One Piece è arrivata anche a Sanremo grazie a Tommaso Paradiso Il cantante è un fan sfegatato del manga di Eiichiro Oda e ha deciso di portarsi questa sua passione anche sul green carpet dell'Ariston.
Il Vaticano ha annunciato che le messe nella basilica di San Pietro avranno una traduzione simultanea in 60 lingue fatta dall’AI L'AI in questione si chiama Lara e verrà presentata in occasione dei festeggiamenti per i 400 anni della Basilica.
Durante i festeggiamenti per il 30esimo anniversario della serie è stato annunciato un nuovo anime di Evangelion Nuova serie di cui non si sa assolutamente niente, ma questo non ha impedito alla macchina dell'hype di entrare in funzione.
Alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici di Milano Cortina, Ilia Malinin si è esibito indossando dei jeans Balmain da 1100 dollari Il pezzo era abbinato a una felpa del rapper NF: nel suo insieme, il look sembrava suggerire una riflessione sulla salute mentale nello sport.
Giorgia Meloni ha dovuto pubblicare un comunicato stampa ufficiale per smentire le voci di una sua partecipazione a Sanremo È stata costretta a farlo perché da giorni questa voce circolava insistentemente, tanto che i giornalisti hanno anche chiesto a Carlo Conti se fosse vera.

Da 5 Bloods, quello che Hollywood non ha detto del Vietnam

Con il suo gruppo di veterani neri, il nuovo film su Netflix di Spike Lee ha colmato un’altra lacuna. Raccontando una storia che arriva fino ai nostri giorni.

16 Giugno 2020

Da 5 Bloods, il nuovo film di Spike Lee arrivato da poco su Netflix, si apre e si chiude con una serie di parole. Quelle di Muhammad Ali e di Martin Luther King Jr., voci contro la segregazione razziale, leggende indissolubilmente legate al movimento per i diritti civili degli afroamericani, e accomunate dalla loro strenua opposizione alla guerra del Vietnam. In mezzo, tra loro, c’è un disordine perfettamente congegnato per aiutarci a riflettere su pagine di storia dimenticate: sottolineando il contributo dei neri non solo nella guerra in Vietnam, ma nella costruzione e nello sviluppo degli Stati Uniti.

Due ore e 35 minuti di film, e per tutto il tempo ti immagini Spike Lee in Air Jordan Legacy 312 accanto al divano a dirti “Prendi Rambo, o Missing in action, e buttali via”. Prendi tutti quei film con cui l’establishment americano ha serenamente cancellato il fatto che quasi il 40 per cento dei soldati in Vietnam fossero neri, le pellicole con cui Hollywood è tornata in Asia per provare a vincere la guerra almeno sul grande schermo. E buttali via. O scordateli, per queste due ore e 35 minuti: in quella «guerra americana», come la definiscono più volte nel film, ci sono state altre storie. Senza Chuck Norris-paladino di giustizia contro il perfido nemico Comunista, che riemerge dal fiume col mitra in mano dopo essere stato capottato con il suo gommone-squalo dai vietcong, senza Stallone che scappa nei boschi canadesi con indosso un poncho. Dopo aver raccontato il ruolo svolto dai soldati afroamericani nella seconda guerra mondiale in Miracolo a Sant’Anna, in Da 5 Bloods, Lee segue infatti un gruppo di quattro veterani del Vietnam, che, ultrasessantenni, tornano nel Paese in cui hanno combattuto ufficialmente per localizzare e recuperare i resti del leader della loro squadra (il quinto fratello di sangue), “Stormin” Norman, guerriero e mentore, «il nostro Malcom e il nostro Martin». L’obiettivo primario però, è ritrovare un baule di lingotti d’oro che hanno sepolto nella giungla durante gli scontri.

Scendere in profondità, oltre la trama principale. Colmare una lacuna. Quella della guerra vista con gli occhi degli afroamericani che pagarono un tributo enorme in termini di vite umane, e che, una volta tornati in patria, ricominciarono a combattere sul fronte dei diritti civili – come a dire, certe guerre non finiscono. «In generale, la prima persona che sia mai morta combattendo per la bandiera degli Stati Uniti è stato un nero, Crispus Attucks, ucciso dagli inglesi durante il massacro di Boston», ha spesso detto Lee presentando il film, come ha ricordato il New Yorker. E nelle grandi narrazioni, in cui sono state rappresentate tutte le motivazioni della sconfitta americana, lo spirito combattivo dei vietnamiti, gli errori di strategia militare, le scelte di politica estera, quanto accaduto in quei plotoni misti, di bianchi e neri, è stato rimandato a data da destinarsi.

Melvin, Otis, Eddie e Paul, sono le voci che si sono perse. Uomini goffi, ormai anziani, ripiegati su sé stessi, avvinti. Trumpiani, nel caso di Paul, che sicuramente potremmo annoverare tra i migliori personaggi e le migliori interpretazioni nella cinematografia di Spike Lee. Paul che odia i francesi, i vietnamiti, gli immigrati, individualista, fan del muro col Messico. Che ha votato per Donald Trump – realmente eletto anche dal voto di alcuni afroamericani – che ha interpretato “American First” come una promessa personale, specchio delle contraddizioni e delle conseguenze su un popolo obbligato a combattere, sempre, la guerra di un altro.

Che Da 5 Bloods, alla fine, è come un grande contenitore di messaggi, disordinato, in cui gli attori interpretano sé stessi da giovani nei flashback senza che Spike Lee senta il bisogno di ringiovanirli, di salti temporali, lesinare gli spazi (tutto è ambientato nei soliti tre luoghi, come accadeva anche in Do the Right Thing), mine inesplose, sangue, intenzionali scavalcamenti di campo, padri che ritrovano le figlie, fantasmi. E ogni cosa, in questa inarrestabile bulimia di sequenze visive, trova il proprio posto (come ha spiegato Slate che ha intervistato il direttore della fotografia, nel film vengono addirittura usati quattro formati diversi con precise motivazioni), come un’epopea confusa ma organizzata con precisione, capace proprio per questo, di rappresentare le attuali circostanze.

Anche Spike Lee è stato un uomo della quarantena, quella di New York. A maggio, con New York, New York, quando con un cortometraggio pubblicato su Instagram ha dedicato una dichiarazione d’amore alla sua città vessata dal Covid. Recentemente, quando in prima linea nelle mobilitazioni dopo la morte di George Floyd, ha realizzato un altro corto, 3 Brothers: Radio Raheem, Eric Garner and George Floyd, mescolando le clip degli arresti e delle uccisioni reali con scene da Do the Right Thing. Poco prima del suo arrivo su Netflix, il poster di Da 5 Bloods è stato utilizzato nelle manifestazioni del movimento Black Lives Matter: “La nostra battaglia non è in Vietnam”. Un senso condensato nei suoi personaggi, nei contrasti, nelle incoerenze. Nel tanto, troppo, meraviglioso disordine. Come in una foto di classe, serve quello per renderla più vera.

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