Attualità | Politica

La destra, la sinistra e il caos

Perché la crisi del pensiero conservatore che ha investito l'Europa e l'America è un pericolo reale per la democrazia così come la conosciamo.

di Christian Rocca

Un'immagine di Matteo Salvini e Donald Trump appuntata nell'ufficio della Lega a Varese (7 marzo 2018, Afp Photo, Marco Bertorello)

Mentre le due anime della sinistra italiana, quella liberale (Renzi) e quella post comunista (Zingaretti), si dividono con toni a metà tra la tragedia e la romanza intorno al nostalgico modello anni Novanta di Blair e Clinton e a quello dei reduci degli anni Ottanta alla Corbyn e Sanders, passa quasi inosservato lo spettro che si aggira per l’Europa, quello della fine del pensiero conservatore. In realtà la minaccia non si aggira solo per l’Europa, ma anche per il Nord America e il Sud America, per la società democratica globale e per tutto il web. Negli Stati Uniti di Donald Trump e nell’Italia di Matteo Salvini e di Luigi Di Maio (sì, il no a tutto dei cinquestelle, è conservatore), nell’Inghilterra della Brexit e nel Brasile di Jair Bolsonaro, nell’Ungheria di Viktor Orbán e nelle Filippine di Rodrigo Duterte, nel Messico di Andrés Manuel López Obrador, per non parlare di quel che circola sui social network, la destra che vince le elezioni e domina quel che è rimasto del dibattito pubblico, cioè i selfie e i tweet, non ha niente a che fare con le antiche e solide tradizioni conservatrici, figlie del secolo dei Lumi esattamente come i principi del pensiero liberale.

I conservatori sono tradizionalmente favorevoli allo status quo, lo dice la parola stessa, non amano i salti nel buio, mentre la destra di oggi aspira alla disruption, alla rottura degli schemi, alla rivoluzione sociale. Dire che non ci sono più i conservatori di una volta sembra voler abbracciare una formula nostalgica, ma sono davvero scomparsi quelli che preferiscono le cose conosciute a quelle ignote, quelle già provate a quelle da verificare, quelle realistiche a quelle da realizzare. Al contrario, i conservatori sono stati rimpiazzati da rivoluzionari senza bussola, senza ideologia, senza fiducia nell’ordine sociale, quell’ordine sociale che un tempo era considerato, a destra, la base fondamentale per costruire le condizioni di una maggiore libertà.

A inizio luglio, l’Economist ha dedicato una copertina alla crisi globale del conservatorismo, ricordando che il pensiero conservatore è sempre stato molto attento ad affidare il cambiamento sociale all’autorità della famiglia, della chiesa, della tradizione e dell’associazionismo locale, in modo da poterlo controllare e rallentare. L’idea era che ribaltare in modo repentino le istituzioni collettive e individuali della società sarebbe stato un pericolo troppo grande. Eppure, ha scritto l’Economist, in questi anni ad essere demolito in nome della rivoluzione è stato proprio il pensiero conservatore e l’opera di abbattimento è stata ordita principalmente a destra da movimenti nazionalisti e populisti lontanissimi dalle idee conservatrici classiche e confinanti con quelle totalitarie del secolo scorso.

Alla base del discontento generale ci sono ragioni storiche e sconquassi geopolitici, economici e sociali di grande impatto, a cominciare dal discredito sui partiti tradizionali generato dalla crisi finanziaria, dalle politiche di austerità fiscale, dalle guerre in Medio Oriente, ma ha avuto un ruolo anche il collasso dell’Unione Sovietica, la cui fine all’inizio degli anni Novanta ha rotto il variegato fronte conservatore fino a quel momento unito dalla comune lotta al collettivismo comunista. Questa stanchezza della società occidentale ha anche un suo carattere specifico, forgiato dalle innovazioni tecnologiche del XXI secolo. La rivoluzione digitale e i social network sono creature e strumenti nati in ambienti libertari americani e prosperati grazie alla spinta del mondo liberale e progressista. Chi ha rincorso il mito della disintermediazione, ovvero la possibilità di abbattere le barriere del cambiamento rappresentate dai corpi intermedi, in principio non sono stati i conservatori, ma i liberal e i progressisti conviti che senza quei filtri simboleggiati dalla famiglia, dalla religione, dai partiti, dai sindacati, dai media e dalle istituzioni avremmo avuto più possibilità di progresso e meno ostacoli alla libertà.

Il prossimo obiettivo della nuova destra rivoluzionaria è quello di far saltare la democrazia rappresentativa in nome di un’inesistente democrazia diretta digitale o, a seconda dei casi, di un rapporto diretto del leader con il suo popolo

A causa della disintermediazione sono saltate le istituzioni sociali che per secoli hanno fatto da filtro tra popolo e potere, e il sistema è andato in tilt. Politicamente, però, se ne sono avvantaggiati i nemici della società aperta, abili a intercettare il malcontento e la rabbia di chi si è sentito, a torto o a ragione, escluso dai cambiamenti epocali che abbiamo vissuto in questi anni. È nata, così, una destra rivoluzionaria e reazionaria allo stesso tempo, nazionalista e populista, capace prima di indebolire l’arcipelago conservatore e poi di battere i progressisti, ritenuti i responsabili e i difensori dello status quo e lasciati a difendere le grandi conquiste del passato.

La crisi del conservatorismo non è soltanto una questione per studiosi di scienza politica, ma è un pericolo reale perché il prossimo obiettivo della nuova destra rivoluzionaria, che per ispirarsi guarda ai regimi autoritari come quello russo e cinese, è quello di far saltare la democrazia rappresentativa, ovvero la democrazia come la conosciamo da un paio di secoli, in nome di un’inesistente democrazia diretta digitale o, a seconda dei casi, di un rapporto diretto del leader con il suo popolo.

Questa nuova destra nazionalista e sovranista si abbevera al pensiero dell’uomo forte rappresentato da Vladimir Putin, il leader che giudica «obsoleta» la democrazia liberale e insostenibile la società aperta, ma anche al modello autoritario del comunismo cinese, mostrando segni di simpatia finanche per il dittatore nordcoreano Kim Jong-un. Da Trump a Salvini, passando per Di Maio e per tutti gli altri, i nuovi condottieri sono ammiratori sia di Putin sia di Kim, hanno stretto rapporti politici e personali con l’uno o con l’altro e, in alcuni casi, sono anche sospettati di aver ricevuto qualche aiutino nella loro scalata al potere. Secondo l’Economist, questa cui stiamo assistendo non è un’evoluzione del pensiero conservatore, ma un ripudio delle idee conservatrici: «Gli usurpatori sono afflitti e insoddisfatti. Sono pessimisti e reazionari. Guardano il mondo e vedono quello che Trump una volta ha definito “carneficina”. Basti pensare a come hanno frantumato una tradizione conservatrice dopo l’altra. Il conservatorismo è pragmatico, ma la nuova destra è fondamentalista, ideologica e sprezzante della verità».

L’assenza di un fronte conservatore serio e razionale provoca un danno anche al mondo liberal progressista che, di fronte al successo dei nuovi avversari populisti, tende a radicalizzarsi e a inseguire tattiche e comportamenti uguali e contrari a quelli della nuova destra. Oppure a litigare come adolescenti sulla purezza della propria proposta rispetto a quella degli altri. L’impoverimento culturale e sociale di questa spirale al ribasso è evidente a tutti, come dimostrano le miserie della maggioranza di governo italiana e la pochezza dell’opposizione costituzionale rappresentata dal PD, dai partiti più a sinistra del PD, da Più Europa e da quel che resta di Forza Italia. Il problema, quindi, è duplice: la crisi del conservatorismo e la mancanza di idee del fronte costituzionale. Va risolto al più presto, a destra come a sinistra, perché l’equilibrio garantito da due schieramenti contrapposti che si confrontano anche duramente nella battaglia delle idee, ma che sono uniti nella difesa dei principi fondamentali della democrazia liberale e della società aperta, non è un aspetto secondario: è la base della convivenza civile e del progresso della comunità.

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