Cultura | Cinema

Perché si sta parlando tanto di Crazy & Rich

Uscito in questi giorni anche nei cinema italiani, negli Usa sta entusiasmando critica e pubblico.

di Clara Mazzoleni

Una scena di Crazy & Rich, nelle sale italiane dal 15 agosto 2018

Distribuito nei cinema dal 15 agosto, dopo il suo primo weekend nelle sale americane, Crazy Rich Asians aveva già raggiunto un incasso totale di 34 milioni di dollari. La commedia di Jon M. Chu, che è arrivata nei cinema italiani soltanto un giorno dopo, con il titolo abbreviato di Crazy & Rich (spariti gli Asians) è un adattamento cinematografico del bestseller di Kevin Kwan, ed è il primo film della Warner Bros con un cast completamente asiatico. Girato in lingua inglese, con tocchi di malese e cantonese, Crazy & Rich vanta un cast di nomi asiatici già abbastanza conosciuti in Occidente: la ragazza della porta accanto Constance Wu e il belloccio Henry Golding interpretano Rachel e Nick, gli innamoratissimi (e stucchevolissimi) protagonisti. Colori chiassosi e complementari, personaggi stravaganti che contrastano con la semplicità della coppia, molte danze di gruppo e dialoghi che alternano il farsesco, il banale e il melodrammatico. Chu, regista americano di origini cinesi, è conosciuto in patria per aver diretto un paio di sequel (Step Up 2, Now You See Me 2) ma soprattutto il documentario Justin Bieber: Never Say Never (2011) sull’allora giovanissimo cantante americano.

La trama: la protagonista, cinese nata a New York, insegna teoria dei giochi all’università. Il suo bellissimo e gentilissimo fidanzato malese, Nick Young, le chiede di accompagnarlo a un matrimonio a Singapore, dove deve fare da testimone di nozze a un amico d’infanzia. Un po’ come accade in uno di quei film che amiamo sorbirci ogni Natale (almeno, io lo faccio: Principe cerca moglie), Rachel ignora completamente che la famiglia di Nick è scandalosamente ricca. Glielo rivela lui, un po’ imbarazzato, mentre sorseggiano champagne in prima classe. Visto che il bel rampollo fa parte di una specie di dinastia Kardashian, quando arrivano a casa non solo tutti sono già al corrente della loro relazione (il gossip si è già diffuso a loro insaputa), ma alcuni componenti della famiglia, la madre in primis, fanno di tutto per impedire che Rachel, sinceramente sconcertata e immediatamente conquistata da cotanta opulenza, riesca ad assicurarsi una vita immersa nel lusso più estremo.

Il film è una risposta alla moda della diversity, quell’urgenza di dare spazio e voce alle differenze e alle cosiddette minoranze che, come ricorda il New York Times, funziona alla grande anche al botteghino, ripagando registi, cast e produzione, entusiasmando il pubblico e la critica, creando dibattito e facendo notizia. Film come Moonlight e Black Panther sono stati ottimi esempi di come optare per un cast “diverso” (in entrambi i casi citati, completamente composto da afroamericani) possa essere un modo per realizzare film bellissimi e insoliti, in grado di stupire ed emozionare uno spettatore abituato alle solite facce e storie che si ripetono all’infinito ma soprattutto di permettere a molti, moltissimi, finalmente, di riconoscersi. Un difetto di Crazy & Rich potrebbe essere la sua banalità: la storia di Cenerentola, con tanto di matrigna (la suocera), sorellastre (le ex) e animaletti buoni (le amiche), potrebbe annoiare chi fosse in cerca di sorprese. Ma non è detto nemmeno questo: questa recensione entusiasta del New York Times, ad esempio, paragona la struttura del film a quella di un romanzo di Jane Austen, considerando la sua classicità un grande pregio.

Un’altra scena di Crazy & Rich, che nei soli Stati Uniti ha incassato 34 milioni di dollari al botteghino nella prima settimana d’uscita

Come sottolinea Jiayang Fan sul New Yorker in un articolo dal titolo “Come guardare Crazy Rich Asians come un asiatico-americano”, per lo spettatore asiatico Crazy & Rich segna un momento significativo, un cambio di paradigma fondamentale, perché per la prima volta un film di una major americana rappresenta un gruppo di persone normalmente relegate a ruoli secondari, che qui diventano protagoniste con tutte le loro caratteristiche, molte delle quali frutto di una mescolanza con l’occidente: dalle cover cinesi di “Material Girl” e “Money”, agli arredamenti dorati in stile Donald Trump, per non parlare della moda (oltre alle scarpe di Jimmy Choo e i completi Armani e Dior, compare un indimenticabile, splendido abito di Marchesa – il marchio della ex moglie di Harvey Weinstein – una scelta attentamente analizzata da The Vox).

Ovviamente c’è chi si lamenta: il film rappresenta soltanto una piccolissima parte degli asiatici (una critica assurda, visto che il compito di un opera di intrattenimento non è certo quello di offrire una panoramica completa sulla condizione umana), oppure è un contentino che gli Stati Uniti danno al popolo cinese, ben sapendo di essere a rischio di fronte alla sua dirompente potenza economica (prima dell’inizio appare una citazione di Napoleone: «Lasciate dormire la Cina, perché quando si sveglierà farà tremare il mondo»). In generale, i pareri sono più che positivi: all’operazione è stato dato uno spazio mediatico enorme, dalla storia di copertina del Time, ai tanti commenti elettrizzati di giornalisti asiatici o asiatico-americani (il già citato articolo del New Yorker, ma anche questo su Variety).

In effetti, giudicare la qualità cinematografica intrinseca di questo film non è poi così importante. Il solo fatto che sia stato realizzato, prodotto e distribuito con successo, significa avvicinarsi gradualmente al momento storico in cui un cast completamente o parzialmente non bianco e la rappresentazione di esperienze sociali, politiche, sentimentali, economiche non bianco-centriche possa diventare la norma, o una delle tante norme, e non ci sia nemmeno più bisogno di scrivere articoli sul tema. Come dice l’attrice protagonista del film, la cino-taiwanese Constance Wu, alla fine del lungo ritratto del Time: «Quando puoi permetterti di essere mediocre e non hai più nessun bisogno di provare qualcosa agli altri, è lì che capisci che hai raggiunto il successo».

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