La relazione con la scrittura è come una relazione d’amore: intervista a Valeria Luiselli

Il nuovo libro dell'autrice di Archivio dei bambini perduti è un viaggio meta-letterario tra libri, relazioni e famiglia. Alle pendici dell'Etna.

05 Giugno 2026

Chi scrive, chi legge, chi vive dovrebbe ricordarsi sempre che «l’immaginazione guarda avanti e la memoria indietro, e la finzione è il punto d’incontro tra le due». L’ha scritto Valeria Luiselli, nel suo nuovo romanzo Principio metà fine, appena pubblicato da Einaudi nella traduzione luminosa di Tommaso Pincio. Un romanzo che racconta il viaggio, i viaggi di una madre e di una figlia in Sicilia, alla ricerca delle loro origini. Del tempo perduto, di uno spazio che possa somigliare a una casa, un luogo ideale dov’è possibile ricominciare, reinventare sé stessi. Mentre siamo su Zoom, lei a New York e io a Roma, dico a Valeria che si potrebbe anche togliere l’accento dal titolo, che invece di metà diventerebbe meta, come qualcosa da raggiungere e anche come riflessione continua sul senso della scrittura, di quello che stiamo provando a scrivere. «Abbiamo discusso molto di questo titolo», risponde lei, «se scegliere mezzo invece di metà, cioè Principio mezzo fine, qualcosa che richiamasse il mezzo del cammino dantesco, o il mezzo per un fine machiavellico, ma poi abbiamo scelto metà perché aveva una pluralità di senso che mi piaceva».

ⓢ E oltre al titolo, com’è nato questo libro?
Questo è un libro nato tante volte. Sono sempre tanti semi che possono diventare l’inizio di una storia. Poi arriva un giorno in cui uno di quei semi, un appunto che avevi preso, ti permette di andare via, di cominciare il viaggio. Tutto nasce sempre dagli appunti. Tutto è nato da una domanda che mi ha fatto mia figlia. In un periodo di notti insonni, quando io le leggevo miti greci per farla addormentare, lei mi ha chiesto: “Ma perché in tutti questi principi, tutti questi inizi di miti, di creazione, c’è sempre una divisione delle cose? Perché tutto, all’inizio di queste storie, sembra rotto?”. Mi è sembrata una domanda importantissima a cui non sapevo veramente rispondere.

ⓢ Però ti ha fatto riflettere e cominciare davvero…
Sì, l’idea che si cominci perché le cose sono rotte, divise in principio, credo che abbia un senso enorme, cosmogonico. Non è il senso più piccolo delle nostre vite, non è la piccola vita dell’essere umano.

ⓢ Secondo te qual è il momento, la parte più difficile della scrittura?
La parte più difficile della scrittura è non scrivere, voler scrivere e non riuscire a farlo perché la vita non ti lascia stare. Magari perché non sei nella giusta frequenza di attenzione, di disposizione, di osservazione necessaria per la scrittura buona. C’è bisogno di disciplina, la cosa più importante è creare uno spazio abitabile per un lungo tempo, uno spazio dove vorresti essere veramente ogni giorno, per tutto il giorno. Io posso metterci anche sei anni per scrivere un romanzo, non posso stare in un luogo dove non voglio vivere. Disciplina significa anche trovare una dimensione interiore dove le domande che mi pongo continuano ad essere urgenti e importanti per me. La trama e il plot non sono poi così importanti, pensare soltanto a un evento dopo l’altro, a quello che potrebbe legarli, è un po’ noioso. Quello che sostiene veramente la trama è l’insieme delle domande, per esempio: Come cominciare? Come facciamo per ricominciare? Come raccontiamo il finale? Come possiamo capire la relazione che c’è tra la memoria e l’immaginazione?

ⓢ Un libro poi funziona veramente se quelle domande, alla fine, non trovano veramente una risposta.
Sì, esattamente, così come un saggio interessante non è un saggio che ti insegna qualcosa, che arriva a delle conclusioni definitive. Un saggio interessante è quello che ti aiuta a pensare, a riflettere più profondamente sulle cose.

ⓢ Nel libro c’è questa costante ricerca di una casa, che a volte può essere una scrivania o il momento in cui devi lavare le verdure. Che cos’è casa per te?
È una risposta sentimentale, la mia, ma vera. Casa è dove c’è la gente che amo. Ma anche quando non sono, che so, con le mie figlie, quando sono da sola, mi trovo in casa, se sto scrivendo oppure leggendo. Per esempio, nel tour per promuovere il libro, mi trovavo a Saragozza, era l’inizio del viaggio. Avevo ancora una settimana a Madrid e poi una settimana molto impegnativa in Italia, dove dovevo essere ogni giorno in una città diversa, quindi treno, treno, treno, spostamento, spostamento. Ho fatto una pazzia che alla fine mi ha reso molto felice. Ero in una libreria che mi piace molto, Cálamo, dove c’è un vecchio libraio che sa tutto e ha tutto, gli ho chiesto: “Paco, senti, hai un dizionario Maria Molíner?”. Maria Molíner è una donna degli anni Venti, credo, che a un certo punto ha cominciato a perdere la memoria, e allora si è messa a scrivere un dizionario, che è il dizionario più bello della lingua spagnola. Io non ce l’avevo e alla fine lui mi ha detto: “Sì, no, non ce l’ho qui, ma lo posso rimediare”. Io dovevo fare una presentazione nella sua libreria e mentre io facevo la presentazione lui è riuscito a trovarlo in un altro posto. Il dizionario comprende due volumi giganti, peserà venti chili, quindici, come la mia bimba. E quindi dovevo portare questo oggetto con me nel resto del viaggio. Sono andata a comprare una valigia nuova, quindi ne avevo una per i vestiti e un’altra per Maria Molíner. Mi trovavo in un hotel in Mantova, e pensavo a quanto fosse bello poter aprire il Maria Molíner, essere con lei.
Questo è anche un romanzo di migrazioni, di persone che migrano, a partire dalle due protagoniste.

ⓢ Com’è, secondo te, l’atteggiamento, soprattutto europeo, oggi, nei confronti dei migranti?
Ho fatto un bell’esercizio, una volta, quando ero a Roma. Tre anni fa, forse due, ero lì per un festival e dovevo fare anche un workshop di scrittura, di ascolto. C’erano soltanto donne, alcune molto giovani e altre più grandi. Ho provato a far ascoltare loro i suoni che si sentono al confine tra il Messico e gli Stati Uniti, suoni che registro da anni. Dopo ho chiesto loro di immaginarsi una partenza in barca da Catania per un altrove, e loro hanno scritto pezzi veramente bellissimi, che mi hanno fatto piangere. Dall’Italia c’è stata una migrazione enorme, ma sono anni che non accade, però potrebbe accadere in qualsiasi momento, per ragioni politiche, per ragioni climatiche. Bisogna fare questo esercizio di ricordare e allo stesso tempo di immaginare. La gente si sposta sempre (e da sempre) e non sai mai quando potrebbe arrivare il tuo turno.

ⓢ Ti è mai capitato, come succede ai personaggi di questa storia, di dover ricominciare da capo e dover reinventare te stessa?
Certo, ho già quarantadue anni, che non sono tanti, ma sono sufficiente per aver dovuto ricominciare più volte. Un passaggio che ricordo, che per me è stato veramente importante, è stato quando ho dovuto reimmaginarmi il lavoro della scrittura. Quando ho cominciato a scrivere il mio primo libro, scrivevo ancora soltanto per curiosità, senza capire mai come sarebbe finita, se quel libro fosse soltanto un gioco, un gioco serio, ma comunque un gioco. E dopo, con il tempo, sono arrivate le mie abitudini, tipo non dormire, bere troppo caffè, troppo vino, fumare come una divorziata (in spagnolo si dice così), ma soprattutto pensare che la scrittura doveva essere un esercizio con cui scavi dentro te stesso, estrai fino a che sei totalmente vuoto. Io, dopo aver portato a termine Dimmi come va a finire e Archivio dei bambini perduti, sono rimasta come una montagna vuota, senza più pietre.

ⓢ Una bella immagine.
Beh, ma così è, secondo me questa la scrittura deve essere anche un po’ questo, no? Quello che conta è che la nostra relazione con la scrittura sia una relazione sostenibile per tutta la vita, fino a quanto si perde la salute, fino a quando si perde la vita. Per questo dobbiamo sempre ricostruire la nostra relazione con la scrittura, come se fosse una relazione amorosa, con dei voti che ogni tanto devi rinnovare.

ⓢ Nel libro è presente tanta mitologia, ma te la prendi spesso, anche in modo umoristico, con Odisseo. Perché ce l’hai tanto con lui? 
Non mi convince, dà un’immagine dell’eroe un po’ sbagliata. Vincono una guerra, fanno un’avventura, uccidono esseri meravigliosi come Polifemo. Dopo ritorna a casa e non è bravo, non si comporta bene, è un trafficante di donne troiane. Il fatto che sia considerato l’eroe della nostra civilizzazione mi sembra un po’ strano, ecco. Preferisco Enea.

ⓢ Tu vivi a New York. Com’è vivere a New York, oggi?
È strano, è strano perché New York, sfortunatamente, è dentro gli Stati Uniti, non è indipendente. Dovrebbe essere una nazione indipendente, così plurilingue, così pluriculturale. Se entri nella linea 7 che va da da Times Square fino a Jackson Heights, ascolti trenta lingue diverse. È una città impegnativa, coraggiosa, un po’ pazza, che lavora tanto, che va un po’ troppo veloce. In generale, è difficile vivere negli Stati Uniti adesso, da vent’anni è il momento più brutto, senza dubbio. Sentiamo qualcosa nell’aria, c’è un’atmosfera un po’ soffocante. Qual è l’unica speranza? Che tutto questo finisca presto.

ⓢ E da scrittrice, nel presente, com’è la tua giornata tipo?
Prima scrivevo la sera per tutta la notte e dormivo di giorno, ma adesso no. Per me la felicità è svegliarmi alle 4:30, 5 di mattina, farmi un caffè, scrivere almeno un’ora. Scrivere appunti fino a quando si sveglia la mia casa, si svegliano le bimbe e devo fare le cose con loro. E dopo riprendere tutto, non a casa ma nel mio piccolo ufficio, in questo studio dove mi trovo adesso nel quartiere di Harlem, e lavorare qui per il resto del giorno. Il lavoro più importante rimane quello prima che arrivi il giorno, questa ora, ora e mezza, a volte anche due, dalle cinque alle sette, dove riesco vedere tutto più chiaramente.

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