Il nuovo libro dell'autrice di Archivio dei bambini perduti è un viaggio meta-letterario tra libri, relazioni e famiglia. Alle pendici dell'Etna.
I Kneecap «non hanno ancora smesso di ridere». È la dichiarazione lasciata in un tweet del 2022, dopo che il loro murale di Hawthorn Street, che ritraeva una Land Rover della polizia nordirlandese avvolta dalle fiamme, aveva mandato in cortocircuito il discorso pubblico britannico. Nel 2026 quella risata si è fatta densa e scura, diventando la frequenza portante del loro terzo album FENIAN. In maniera esplicita l’album vuole fare una cosa e una cosa soltanto: scandalizzare.
Il trio nasce nel 2017 a West Belfast, il giorno dopo una marcia per l’Irish Language Act. La leggenda, ormai calcificata nella cronaca, vuole che Móglaí Bap fosse in giro a scrivere cearta – diritti – sulle fermate degli autobus. Ne seguì un arresto, un interrogatorio condotto con il rifiuto categorico di rispondere in inglese alle domande e un primo singolo omonimo bandito dalle radio gaeliche per riferimenti alle droghe. Da allora, la traiettoria è stata velocissima: il debutto con 3Cag, il successo di Fine Art, passando per un biopic premiato al Sundance e ai Bafta che ha ridefinito i canoni del cinema biografico musicale. Al centro della narrativa resta DJ Próvaí, l’ex insegnante di irlandese che dal 2020 vive protetto da un balaclava tricolore. Se Mo Chara e Móglaí Bap sono i volti del progetto, Próvaí ne è il simbolo: un nome che omaggia i Provos dell’IRA (da Provisional IRA, principale forza paramilitare coinvolta nei Troubles) e un volto che sceglie di non esistere.
Glitch nel sistema
Il 2025 è l’anno del paradosso giudiziario, l’anno in cui la magistratura britannica ha involontariamente firmato la campagna marketing più efficace della storia della musica. Sui maxischermi del Coachella i Kneecap proiettavano accuse di genocidio contro Israele, trasformando il deserto californiano in un’estensione del dibattito geopolitico di West Belfast. L’indagine aperta ai sensi del Terrorism Act, nata dall’ostensione di una bandiera di Hezbollah durante il set al O2 Forum Kentish Town, ha segnato il punto di non ritorno verso un odio viscerale dell’establishment nei loro confronti.
La discesa in campo del Premier Keir Starmer, che ha tentato di invocare una sorta di damnatio memoriae istituzionale chiedendo l’esclusione del trio da Glastonbury, ha solo accresciuto la feticistica adorazione per il gruppo. Se il potere politico sperava di isolarli, ha ottenuto l’effetto opposto, trasformando un set rap in un atto di resistenza civile (grazie anche all’involontario contributo di Bbc, censore silenzioso). L’11 marzo 2026 l’Alta Corte ha archiviato il caso e i Kneecap sono diventati i nemici pubblici di cui la cultura pop ha un disperatissimo bisogno. Fuori dal tribunale di Woolwich, Mo Chara ha liquidato il Primo Ministro con un arrogante: «Sarà per la prossima volta». In quell’esatto istante il trio irlandese è diventato un glitch, un imprevisto che Londra non sa gestire.
Punk, rave e geopolitica
Registrato con il produttore Dan Carey, FENIAN recupera nel titolo un termine di doppia valenza. Etimologicamente, il richiamo è alla Fenian Brotherhood, ma le radici affondano nell’antica mitologia irlandese: i Fianna erano i seguaci dell’eroe Fionn mac Cumhail, una milizia permanente devota alla difesa della terra dall’invasione dello straniero e ispirata a rigorosi codici cavallereschi. Questo termine, risignificato dai repubblicani del XIX secolo e poi degradato a epiteto settario nel gergo loyalist, viene qui riappropriato e trasformato. Il disco apre con Éire Go Deo, una meditazione chillstep sulla sopravvivenza della lingua, per poi scaricare addosso all’ascoltatore i synth di Smugglers & Scholars e Liars Tale. Palestine, il duetto con il rapper di Ramallah Fawzi, salda la lotta indipendentista irlandese alla causa panaraba, trasformando il brano in un manifesto geopolitico che rinforza un sostegno storico nato dalle comuni radici di resistenza.
«A sad day for us that ya had to leave in such a hurry». Il brano più intimo del disco risiede in Irish Goodbye, la collaborazione con Kae Tempest. L’atto di andarsene senza congedo, il celebre “saluto alla scozzese”, una forte metafora che riflette il dolore di una generazione a disagio in una realtà estranea, che non sente propria. È il momento in cui la rabbia dei Kneecap incontra la malinconia londinese. Tempest è la voce perfetta per narrare questa impossibilità di congedo: «A sad day for us that ya had to leave in such a hurry / And it’s not an issue, just want to say I miss you». In queste parole, la rivendicazione territoriale si dissolve lasciando quesiti sui diritti esistenziali, validando il messaggio della band oltre confine.
La minaccia reale
Nelle zone lealiste (fedeli alla corona britannica), l’ascesa dei Kneecap è stata percepita come una provocazione insopportabile. La comparsa di banner e graffiti con la scritta Kill your local Kneecap o l’acronimo K.A.T. (Kill All Taigs, dove Taig è un termine dispregiativo per i cattolici) è la reazione a una band che ha rotto il patto di silenzio del post-conflitto.
Prontamente, loro rispondono all’odio con una strategia furbissima: lanciano una campagna chiamata “Report Fenian Activity”. La band ha prodotto manifesti che imitano pedissequamente lo stile e il font degli avvisi di sicurezza della polizia britannica, invitando i cittadini a segnalare “attività sovversive” (e quindi feniane). Il numero da chiamare, però, rimanda al loro merchandising. Appropriandosi del linguaggio della sorveglianza per vendere dischi, i Kneecap hanno neutralizzato la paura, trasformando i loro aguzzini, paramilitari o istituzioni che siano, in inconsapevoli supporter della loro propaganda.
FENIAN è la prova che la trasgressione oggi risiede nell’affermazione ossessiva e radicale di un’appartenenza. Tra minacce di morte reali e feticismi vari, il trio di Belfast ha capito che l’autenticità è l’unico modo per farsi ascoltare. Tiocfaidh ár lá, il nostro giorno verrà, ma a giudicare dalla rilevanza di questo nuovo lavoro, quel giorno è già arrivato.
