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15:28 mercoledì 14 ottobre 2026
Per sabotare anche le lezioni in Dad, gli studenti francesi stanno invitando a partecipare decine di sconosciuti che fanno un fracasso infernale finché la lezione non salta Li chiamano e-blocus: fanno girare i link delle videolezioni, in modo che diventino così caotiche che il docente non può che lasciar perdere.
Il protagonista della campagna elettorale in Brasile è diventato il “Bono della Paulista”, un ragazzo fisicatissimo che è andato a manifestare per Lula a petto nudo, con la tuta, la balaclava e la bandiera della Palestina Si chiama Israel Augusto Gomes dos Santos, ha 24 anni e vive a San Paolo. Fino a ieri aveva 380 follower su Instagram. Oggi ne ha 300 mila.
Hannah, Marnie, Shoshanna e Jessa hanno fatto una videocall per annunciare l’arrivo della nuova stagione di Girls Lena Dunham ha proposto una reunion e tutti hanno subito accettato, non prima di aver ricreato, in pochi secondi, le dinamiche disfunzionali che avevamo imparato ad amare.
In Indonesia si sono accorti che l’unico modo per diffondere gli allarmi terremoto in tutto il Paese è usare gli altoparlanti dei minareti In un Paese con centinaia di migliaia di moschee sparse su tutto il territorio, gli altoparlanti usati da muezzin sono l'unica rete di sirene già pronta.
Anthropic ha cambiato le sue linee guida perché vuole che gli utenti la smettano di insultare e maltrattare Claude Da adesso, Claude potrà troncare le conversazioni con utenti che adottano «comportamenti violenti o crudeli, prolungati e immotivati».
La nuova canzone di David Byrne è una canzone contro Elon Musk fatta solo di frasi assurde dette da Elon Musk Si intitola "Let Me Sell You a Dream" e fa parte della colonna sonora di Musk, il documentario di Alex Gibney in uscita negli Stati Uniti il 16 ottobre.
In Argentina c’è un treno che come carburante usa esclusivamente il sole delle Ande Si chiama Tren Solar de la Quebrada, percorre 42 chilometri nella provincia di Jujuy e viene usato anche per i viaggi notturni per vedere le stelle.
L’Ipcc sta subendo fortissime pressioni da parte dei petro-Stati per non pubblicare un importante ricerca sulla crisi climatica Arabia Saudita, Russia, India e Cina vogliono rinviarne la pubblicazione al 2029. I Paesi più poveri e più esposti alla crisi climatica pretendono che sia pubblicato subito.

Chi vuole le Olimpiadi?

Sempre più spesso sono viste come un fardello economico. Intanto arriva una proposta: e se tornassimo a farle sempre nello stesso posto?

12 Settembre 2013

Quando nel 2004 Atene ospitò i giochi olimpici, la Grecia era un Paese dell’Unione Europea con un’economia piccola ma promettente. Oggi versa nelle condizioni che conosciamo. In molti osservatori hanno collegato la crisi nera che ha falcidiato la nazione agli enormi costi sostenuti per le Olimpiadi, che crearono un buco tra i 14 e i 15 miliardi di euro: perdita notevole, anche se nel 2004 il debito pubblico greco era di 165,3 miliardi di dollari, segno che la decrescita accompagnava la penisola ellenica già da tempo come un monito. Non fu quell’investimento in particolare a piegare il Paese, quindi, ma bastò a portare alla luce e acuire alcune storture nella gestione dei fondi pubblici da parte del governo greco, che dopo un periodo di austerity pre-2001 allo scopo di correggere i bilanci per entrare nell’Euro, si lasciò andare a investimenti e stimoli non sostenibili, una lunga lista alla quale vanno aggiunti i cinque gravosi anelli olimpici.

Le Olimpiadi sono diventate un flagello periodico in un mondo diviso tra una ripresa faticosa e una crisi ancora nera. Una scelta quasi sconsiderata per città e paesi che non sono superpotenze debuttanti o disposte al rischio. Il Giappone si è aggiudicato l’edizione del 2020, la stessa che l’Italia – con Mario Monti alla guida tecnica del governo – rifiutò con un dribbling diplomatico uscendo dalla gara con la stessa foga con cui si evita un ostacolo alla guida; l’anno prossimo toccherà a Sochi, in Russia, destinata a ospitare l’edizione più costosa della storia, mentre London 2012, una macchina da 13,9 miliardi di dollari, si è chiusa in parità tra mille proteste e critiche sugli investimenti e le speculazioni fatte.

Quelle che Philippe Furrer dell’International Olympic Commitee (Ioc) ha definito «Olimpiadi postmoderne» sono eventi globali che costituiscono un’enorme occasione per città e nazioni intere ma si accompagnano a titanici pro e contro; il punto è che in questi anni sono i contro a pesare sulle decisioni, specie in Occidente, mentre resta l’onere olimpico alle economie emergenti o da-poco-emerse. Onere, è questa la parola magica: le Olimpiadi sono diventate un peso, non più un’occasione di rilancio o una “vetrina internazionale” ma una pallottola vagante che punta ai Pil nazionali. È la «maledizione dei Giochi Olimpici».

Come fare per liberarsene? Provare a fare un paio di Olimpiadi cheap, a basso prezzo, per non spaventare i Paesi ospiti? Oppure ricordare l’origine della manifestazione, una cinque giorni di sfide che si teneva ogni quattro anni nella città greca di Olimpia e a cui gareggiavano tutte le città-stato del tempo – che per l’occasione interrompevano ogni scontro in corso con la «tregua olimpica»? Quest’ultima proposta, seppure controversa, è particolarmente interessante perché darebbe sede fissa a un evento nomade, evitando la ciclica pioggia di soldi che nel corso degli anni si è resa responsabile di grandi rilanci (Torino) e di storici salassi (Montreal). Secondo il professore dell’Università di Maryland John Rennie Short, intervistato dal sito The Atlantic Cities, il comitato organizzatore dovrebbe scegliere un luogo preciso, un’isola, per ritornare alle origine elleniche e creare un “territorio neutrale”, internazionale, votato a un unico scopo. Un’isola Olimpica al di fuori delle beghe geopolitiche. «Ci sarebbero enormi costi infrastrutturali iniziali», spiega Short, «ma ce ne sono ogni volta. Quanto hanno speso i cinesi? Non lo sapremo mai. Quanto hanno speso per Londra? Sappiamo che i costi reali sono sempre sottostimati, sono in realtà miliardi e miliardi». L’isola (o la città) in questione dovrebbe costruire dal nulla tutte le strutture e infrastrutture necessarie per le competizioni, una spesa enorme che, teoricamente, potrebbe provenire da un fondo internazionale e dal Cio, che in fatto di investimenti ha già un ottima esperienza: dal 2009 al 2012, infatti, l’ente ha sovvenzionato l’edizione invernale di Vancouver (2010) e quella estiva londinese (2012) con circa 5,56 miliardi di dollari.

Gli ostacoli sono ovviamente innumerevoli: innanzitutto in tempi economicamente più floridi per l’Occidente il fuggi-fuggi dalle Olimpiadi non era prassi comune, anzi. Le casse degli stati potevano permettersi l’azzardo di riqualificare intere aree cittadine sacrificando miliardi a Olimpia, e non è detto – ce lo auguriamo! – che tali circostanze non ritornino, facendo dell’Olimpiade “stanziale” una mancata occasione di sviluppo urbanistico ed economico. Mentre le autorità di Tokyo continuano a festeggiare l’accordo sognando un giro d’affari da 30 miliardi di dollari per il Giappone, è bene ricordare che le parole “profitto” e “Olimpiadi” sono andate raramente d’accordo. Investitori e speculatori potrebbero comunque rifarsi con la costruzione della “Olympics Island”, atollo sportivo da creare da zero per il piacere del pubblico mondiale, un mini-stato attivo ogni quattro anni, aperto a tutti e destinato solo allo sport (quanto alla tregua olimpionica, invece, quella rimane una proposta irrealizzabile). Per ora la proposta ha ricevuto qualche endorsement dal mondo accademico, prevedibile, e quello, più sorprendente, di Barry Sanders, presidente del Committee for the Olympic Games del sud della California, secondo cui «l’idea non è di certo nuova». Gli antichi greci han fatto così per 800 anni, perché non riprovarci?

Immagine: la Regina Elisabetta II all’inaugurazione dei Giochi Olimpici di Londra, il 27/07/2012 (Cameron Spencer / Getty Images)

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