Cultura | Cinema

Come cambia Cannes ai tempi di Game of Thrones

Cosa succede al festival cinematografico più esclusivo quando l'esclusività non è più un valore?

di Mattia Carzaniga

Quentin Tarantino e Daniella Pick alla prima di "The Wild Goose Lake" alla 72esima edizione del Festival di Canne, 18 maggio 2019. Foto di John Phillips/Getty Images

La scorsa domenica, nel Paese in cui sanno fare i giornali, The Wrap ha pubblicato un pezzo così intitolato: “Voi che siete a Cannes, udite udite: ecco come vedere il finale di Game of Thrones in Francia”. Le notizie sono due. La prima già la sapevamo: mentre va in scena il festival di cinema più importante del mondo (dal 14 al 25 maggio), il mondo parla del finale di una serie tv. La seconda, che avevamo intuito da un pezzo, è ora confermata: non esiste più distinzione tra popolo ed élite, nella fruizione degli audiovisivi d’oggigiorno. La Croisette contro i draghi è certamente un pretesto sciocco, ma tra gli addetti ai lavori ha enorme valore, e non solo per via di quel titolo citato sopra. Il festival francese è sempre stato un happening per pochi accreditati, ma vantava una risonanza globale: Cannes, almeno un tempo, era l’anticipo della stagione autunnale, i più grossi film passavano tutti di lì, sulla Montée des Marches si fabbricavano i registi e le star di domani. Più di tutto, contava quel che accadeva nei sotterranei del Palais: il mercato dei film, cioè gli accordi stretti tra i più grossi finanziatori del cinema internazionale non tanto sui titoli d’autore che, negli anni a venire, sarebbero stati proiettati nelle sale ai piani superiori, quanto (soprattutto) sui blockbuster che avrebbero invaso teatri ben lontani dai raduni cinéphile. Accade ancora, conta ancora. Il fatto è che, nel frattempo, è cambiato tutto quello che c’è intorno.

I grandi player dell’audiovisivo, oggi, si chiamano Netflix, Amazon, Apple, la Disney che si sta pigliando tutto (l’ultima acquisizione è Hulu) e che in autunno arriverà con il mastodonte digitale Disney+. Lì fuggono i registi e le star una volta confezionati sullo schermo delle sale, lì si decide il cinema del futuro. I numeri di queste piattaforme sono ancora da nicchia, certamente, l’appello è al popolo: il cinema, qualunque cosa contenga oggi questa parola, lo sceglierete voi e il vostro algoritmo. Thierry Frémaux, delegato generale del Festival di Cannes, ha detto no a Netflix: i film, è la sintesi estrema, si devono vedere nelle sale (meglio se francesi). L’anno scorso ha rifiutato il magnifico Roma di Alfonso Cuarón, poi Leone d’oro a Venezia. Quest’anno per fortuna non era pronto, o almeno questa è la scusa ufficiale, The Irishman di Martin Scorsese: uscirà anche nelle sale, per ammissione del suo autore, dunque formalmente l’invito sarebbe stato valido, ma stendere un tappeto rosso (letteralmente) ai piedi della nuova major osteggiata da produttori ed esercenti tradizionali sarebbe stata una mossa rischiosa. Mentre la discussione sullo streaming è noiosamente ancora in atto, l’attenzione di tutti i media, a metà Festival, è rivolta alla scena madre tra Jon e Daenerys. Pure Hbo, che produce la serie, è una tv a pagamento con numeri da élite: ma si può forse dire che Game of Thrones non sia un prodotto del (e per il) popolo?

L’egemonia della tv (e delle piattaforme digitali) nei confronti del cinema è, anche solo simbolicamente, un fatto del nostro tempo. Non erano ancora finiti i festeggiamenti per Avengers: Endgame, maggior incasso di tutti i tempi nel suo primo weekend di programmazione, che è andata in onda la terza puntata dell’ottava stagione di GoT, probabilmente la più commentata nella storia della televisione mondiale. C’è forse meno cinema nella battaglia di Winterfell? Il dibattito sulla cupa fotografia, tra le altre cose, ha confermato di no.

Il vero successo di ogni prodotto audiovisivo sta nella condivisione. Prima succedeva dentro le sale, adesso è un fatto più complesso ma in fondo uguale. Non è vero che quella puntata di Game of Thrones è stata vista collettivamente: ognuno l’ha guardata quando e come ha voluto, pagando la sua quota di abbonato o scaricandola illegalmente, davanti a un plasma da trecento pollici o incollato allo smartphone. Ma il video dei pochi spettatori, rispetto al pubblico totale, che l’hanno vista dal televisore di un pub ha fatto il famigerato “giro del web” per il suo storytelling falso ma romantico. Su Facebook, dopotutto, chiunque stava parlando di quell’episodio: pure i nostri amici l’avevano visto in momenti diversi, ma l’effetto era quello di un’unica immensa platea all’uscita da una proiezione comune. Qui sta la differenza tra il prodotto per le masse e quello per le bolle. Se è vero che i film da festival fanno parte della seconda categoria, gli accreditati a quelle manifestazioni si fregiano esattamente di questo: della possibilità di vivere, loro sì, un’esperienza di condivisione prestigiosa e irripetibile. Da qui, vedi il modello Cannes, nasce la messa in atto di dispostivi tali da creare quel prestigio e quell’irripetibilità: la suddivisione sempre più severa dei giornalisti in caste; le code sterminate che amplificano l’attesa di film che potremo vedere solo due mesi più tardi senza sforzo; il marchio di esclusività che si può aggirare quando conviene ma che, per il talento da organizzatore di eventi di Frémaux, resta miracolosamente intatto (il bel Dolor y gloria di Pedro Almodóvar, tra gli autori di punta della selezione di quest’anno, è uscito in Spagna il 22 marzo, quasi un mese prima del passaggio a Cannes).

Se c’è un’altra cosa che accumuna popolo ed élite, è la paura dello spoiler. La capacità di schivare il nome dell’ultima vittima di Arya Stark o del supereroe sacrificato sull’altare della Marvel è ormai una disciplina olimpica. La paura dello spoiler, nella stupidissima epoca del “tutte le opinioni hanno valore”, ha condizionato anche un ritrovo per così dire classico come Cannes. Riguarda chi il festival lo organizza: tra le altre (contestatissime) manovre del direttore c’è la decisione di far vedere i film alla stampa in contemporanea (o successivamente) alla proiezione per il pubblico, e non più in anticipo come avveniva fino a due anni fa; i tweet troppo veloci di giornalisti schifati sono oggi considerati un danno preventivo troppo grosso. Riguarda anche chi al festival manda i suoi film: i produttori, soprattutto statunitensi, hanno cominciato negli ultimi anni a disertare la Croisette (e a preferirle il Lido di Venezia) proprio perché le reazioni di stampa e pubblico presenti avrebbero potuto condizionare troppo presto il destino di titoli pensati per la cosiddetta Awards Season dell’autunno/inverno.

Il cinema sopravviverà? Certo, bisogna solo capire in che forma. O, semplicemente, che la sua forma è già cambiata. Nel concorso di Cannes 2019 c’è uno dei film più attesi dell’anno: C’era una volta… a Hollywood. Quentin Tarantino è tra i rarissimi autori capaci di mettere insieme popolo ed élite, di usare il codice del cinema di ieri per traghettarlo nell’immaginario di oggi. La proiezione ufficiale del film è stasera, martedì 21 maggio, anticipata da una letterina del regista: «Chiedo a tutti quelli che vedranno il film adesso di evitare di rivelare dettagli che possano impedire agli spettatori futuri di goderlo nello stesso modo». La gente, stasera, avrà (forse) smesso di parlare del finale di Game of Thrones e potrà concentrarsi sulla paura degli spoiler su Leonardo e Brad. Voglio credere che sia stato proprio Tarantino a chiedere questo posizionamento nel cartellone. Il ragazzo è troppo furbo, e troppo consapevole del tempo che stiamo vivendo, per aver lasciato tutto al caso. Almeno per un giorno, i giornalisti presenti e lontani potranno parlare di lui e non dei draghi. Almeno per un giorno, si parlerà di cinema. Qualunque cosa significhi oggi.

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