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06:42 sabato 3 gennaio 2026
Le azioni di Warner Bros. sono salite del 170 per cento da quando è iniziato il triangolo con Netflix e Paramount L'offerta d'acquisizione di Netflix e la battaglia con Paramount hanno trasformato Warner nel titolo più desiderato del 2025.
Xavier Dolan ha confermato che non è più in pensione e che quest’anno girerà un nuovo film Dopo aver annunciato l’addio al cinema nel 2023, il regista ha deciso di tornare a lavoro e ha mostrato una nuova sceneggiatura su Instagram.
Anche quest’anno lo Studio Ghibli ha festeggiato il Capodanno pubblicando un nuovo disegno di Hayao Miyazaki Sui social dello studio è apparso il disegno di Miyazaki che celebra nel 2026 l'anno del cavallo, secondo lo zodiaco cinese.
Secondo le prime ricostruzioni, il rogo di Crans-Montana sarebbe stato causato dalle stelle filanti infilate nelle bottiglie di champagne Una foto mostrerebbe il momento dell’innesco del rogo durante i festeggiamenti di Capodanno, costato la vita a quarantasette persone.
Martin Scorsese ha scritto un editoriale sul New York Times in cui spiega perché Misery è il miglior film di Rob Reiner In un commosso editoriale, Scorsese ha individuato nel thriller del 1990 l’apice della filmografia del collega, ricordando la loro amicizia.
Dopo il documentario su Diddy arriverà un documentario sui figli di Diddy che parlando di Diddy Justin e Christian Combs racconteranno il rapporto col padre in una docuserie che uscirà nel 2026 e di cui è già disponibile il trailer.
La crisi climatica sta portando alla velocissima formazione del primo deserto del Brasile La regione del Sertão sta passando da arida a desertica nell'arco di una generazione: un cambiamento potenzialmente irreversibile.
L’episodio di Stranger Things in cui Will fa coming out è diventato quello peggio recensito di tutta la serie E da solo ha abbassato la valutazione di tutta la quinta stagione, nettamente la meno apprezzata dal pubblico, almeno fino a questo punto.

La resistenza di Boris

Leader istrionico (e poi tradito) del fronte Brexit, oggi ministro più mansueto, Boris Johnson non si abbatte. Profilo di una rockstar della politica.

08 Agosto 2016

Continua Studio Ritratti, una serie di profili di personaggi dell’attualità, della politica, della cultura da leggere durante le vacanze agostane, con cui vi accompagneremo nelle prossime settimane. Qui la prima puntata, Greta Gerwig, qui la seconda, Luigi Di Maio, e qui la terza, il ricco indiano Datta Phuge. Buona lettura, buona estate.

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«La possibilità che io diventi primo ministro è pari a quella di trovare Elvis su Marte, o che io mi reincarni in un’oliva».

Boris Johnson, giugno 2004

Chi lo conosce dice soltanto: resistente. Boris Johnson è uno che resiste, che si piega quando deve, che urla quando può, ma che non cede, non s’abbatte, uno spirito allegro, un ottimista, una rockstar della politica, controverso, geniale, sconsiderato. Da maggio di quest’anno a oggi, Johnson è stato: l’ex sindaco di Londra (dopo due mandati), il vincitore del referendum sulla Brexit, il candidato premier del Regno Unito più chiacchierato per quanto mai ufficialmente in corsa (non ha fatto in tempo), la vittima di un tradimento di un amico e collega di cui scriveranno romanzieri e sceneggiatori, il perdente, il secondo politico convocato a Downing Street dove la neodama d’Inghilterra, la premier Theresa May, telefonava ai licenziati e nominava i nuovi venuti del suo governo, e infine il ministro degli Esteri di Sua Maestà. Resistente sì, fortunato anche.

A differenza di quel che crede la maggioranza della gente, Boris Johnson non è affatto un improvvisatore

Il mondo della diplomazia ancora non si è ripreso dalla notizia che Boris Johnson sarà l’interlocutore della Gran Bretagna, in questo momento così delicato come il divorzio dall’Europa poi. L’unica consolazione cui s’appigliano le feluche seriose è che la May ha circoscritto i poteri di Johnson, imponendo altre due figure che si occupano primariamente della Brexit, sulla quale Johnson non metterà bocca. La residenza del ministero degli Esteri è ora una casa per tre, già si favoleggia su quel che potrà accadere in questa coabitazione forzosa. Boris è considerato inaffidabile e indomabile, la versione britannica di Donald Trump, stessa bionditudine (ma Johnson non è cotonato) e stessa pericolosa imprevedibilità: da quando è stato nominato, non fa che smentire o ridimensionare dichiarazioni del passato, c’è chi è andato a frugare molto indietro nel tempo e ha trovato notevoli bizzarrie, del resto Johnson è giornalista dal 1986 – del Times, del Telegraph, dello Spectator, di cui è stato direttore – e tutt’oggi uno scrittore: di materiale per metterlo in imbarazzo ce n’è in abbondanza (avrebbe dovuto pubblicare a ottobre una biografia di Shakespeare, The Riddle of Genius, ma ora i lavori sono stati sospesi, non si sa fino a quando). Ma a differenza di Trump, e a differenza di quel che crede la stragrande maggioranza della gente, condizionata da una copertura mediatica invero ostile, Boris Johnson non è affatto un improvvisatore. Imponderabile, certo, ma erudito.

Nato a New York, il suo primo nome è Alexander, e da piccolo, mentre combatteva un problema di sordità, era semplicemente Alex. Studioso e persino ordinato, soltanto negli anni di Eton e Oxford Alex diventa Boris, inizia a giocare a rugby, ad appassionarsi al latino e alla storia, a trasformarsi in un seduttore, di donne e di amici e poi di elettori, costruendo la sua fama di monello che dice sempre quel che pensa. Michael Wolff, arcigno biografo di Rupert Murdoch e amico di Boris, ha raccontato che il capo di News Corp. nel 2008, quando Johnson iniziava la sua carriera da sindaco di Londra, lo descriveva così: «1. Falso – affatto adorabile, ma distante, freddo, impersonale; 2. Un buffone – un ostentatore, pericolosamente ridicolo; 3. Un mocciosetto pigro, disorganizzato e mai puntuale; 4. Senza principi: dirà soltanto quel che la gente vuol sentirsi dire; 5. Un riccastro: lo scherzo di classe della nuova Inghilterra». Pochi anni dopo, Murdoch sarebbe diventato un fan di Boris, che pure non aveva affatto moderato i toni: lo ha sostenuto anche nella corsa alla leadership post Brexit, prima del tradimento di Michael Gove.

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Questo tradimento dice molto di Boris, della sua resistenza, della sua ingestibilità. Durante la campagna referendaria per la Brexit, Boris Johnson e Michael Gove, che era il ministro della Giustizia del governo Cameron nonché uno degli intellettuali di riferimento del cameronismo, avevano imparato a conoscersi e ad apprezzarsi. Non potevano essere più diversi, in realtà: laddove Boris è un animale da palcoscenico, Gove è a suo agio dietro le quinte, Boris è istrionico, egoriferito, iperbolico, mentre Gove è cauto, gentile, mai sopra le righe, rigoroso. La causa comune della Brexit li ha uniti e resi fortissimi – hanno vinto loro, pur non aspettandoselo – e quando è iniziata la corsa al rimpiazzo di Cameron dimissionario, il team Johnson-Gove sembrava collaudato e organizzato: Johnson fa il premier, Gove fa il cancelliere dello Scacchiere. Nei giorni in cui si dovevano presentare le candidature, l’intesa si è rotta: Johnson è troppo disordinato, caotico, improvvisato per fare il premier, ha poi riferito Gove, questo è un momento troppo importante per farsi guidare da un uomo geniale ma confuso, meglio che mi faccia avanti io. Si dice che c’entri nella decisione l’ambizione smodata della signora Gove – ormai in Inghilterra ci si riferisce alla coppia sceneggiando un «House of Goves» – ma qualsiasi sia l’origine di un tradimento tanto brutale e inaspettato Johnson ha fatto un passo indietro. Doveva candidarsi e non l’ha fatto: a quella conferenza stampa della rinuncia, nell’albergo che Winston Churchill, suo beniamino, usava come base dei servizi durante la guerra, molti hanno pianto. E anche Johnson per la prima volta è sembrato davvero sconfitto.

Il calcolo di Gove era così approssimativo che non ha funzionato, la sua corsa alla leadership è durata pochissimo, la sua immagine discreta e corretta è rimasta sfregiata, la premier May non ha confermato il suo posto, come era prevedibile essendo i due stati nel tempo molto in contrasto. Così Boris Johnson è resuscitato, è diventato ministro, ha tagliato i capelli, ha nascosto lo zainetto per riesumare una classica borsa da lavoro, ha imparato a chiudersi i bottoni della giacca, ha dismesso berretti inguardabili, ha persino mostrato di saper trattenere la lingua ora che le sue iperboli suonerebbero oltremodo sguaiate: il suo capo, Theresa May, è rigidissima e il resto del mondo è pronto ad azzannarlo alla prima dimostrazione di debolezza. Molti pensano che non durerà troppo, questa compostezza, Boris è popolare per le sue trovate sbarazzine: se il suo obiettivo è rilanciarsi in vista delle elezioni del 2020 non rinuncerà alla propria natura. Ma chi si è educato alla resistenza lo sa: bisogna sapersi adattare.

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