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Lo “Zanardi equestre” di Andrea Pazienza è diventato un caso giudiziario perché era stato buttato nell’immondizia e adesso non si sa a chi appartenga Da una parte c'è l'uomo che lo ha recuperato dalla discarica e restaurato, dall'altra il Comune che l'opera l'ha pagata.
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I fan di Stranger Things si sono convinti che sarebbe uscito un altro episodio della serie e l’hanno cercato su Netflix fino a far crashare la piattaforma Episodio che ovviamente non è mai esistito, nonostante un teoria nata tra Reddit e TikTok abbia convinto migliaia di persone del contrario.
Al funerale di Brigitte Bardot c’era anche Marine Le Pen La leader del Rassemblement National era tra i pochissimi politici invitati alla cerimonia, tenutasi mercoledì 7 gennaio a Saint-Tropez.

I boomer sono le vittime collaterali della guerra sui social

I social hanno reso disillusi i Millennial e superficiale la Gen Z, ma ai più vecchi è andata persino peggio: privati di punti di riferimento come giornali e partiti, si sono radicalizzati.

10 Novembre 2023

Il giornalismo sta affrontando un’estinzione pirotecnica. Le guerre degli ultimi due anni hanno assestato il colpo di grazia a un settore già agonizzante, che si sta trasformando da quarto potere a macchietta, una condanna superiore alle sue colpe. L’assassino è noto, si sa: i social network hanno ucciso la stampa.

Già da un decennio, le copie vendute dai quotidiani cartacei tendono verso lo zero. I giornali che si acquistano in edicola sono descritti, soprattutto da chi non li legge mai, come gironi infernali governati da titolisti provocatori e redattori sciatti. Non è del tutto vero. Gli articoli lodevoli sono spesso ignorati. La sezione dello sport de la Repubblica, per esempio, dove scrive gente come Condò e Romagnoli, vale da sola il prezzo del quotidiano. Dall’inizio del conflitto fra Hamas e Israele, la Repubblica ospita tutti i giorni un reportage di un giornalista residente a Gaza, e i dispacci quotidiani di Daniele Raineri da Tel Aviv sono encomiabili. Non importa, basta un pezzo di opinione di Francesco Merlo screenshottato e dato in pasto (gratis) al popolo del web e la redazione de la Repubblica si trasforma in un fogliaccio illeggibile, e signora mia non è più quella di una volta, detto da gente che non ne ha mai acquistato una copia, e che quindi non ha nemmeno letto il pezzo di Chiara Valerio del giorno dopo in risposta critica a Merlo. Persino Giorgia Meloni, nell’ultimo libro di Vespa, confessa di non leggere i giornali.

Come può capitare quando ci si informa sedici volte al giorno superficialmente su un telefonino, trascinati come un fuscello nel flusso informatico, il lato emotivo predomina su quello razionale. Il ciclo delle notizie ha vita brevissima: il barista killer dell’Armani, il busto del duce di La Russa, le notti brave di La Russa jr., i mojito di Salvini, la protesta degli universitari in tenda, le Sardine. Dopo quarantotto ore, avanti il prossimo. Non c’è tempo di riflettere. Questo porta, lo sappiamo, a una scarsissima predisposizione per l’approfondimento, sostituito dal posizionamento. È l’era della disintermediazione. Formarsi una vaga opinione, per parlarne a cena con gli amici. Ripostare i profili giusti, per dare l’impressione di essere impegnati a combattere le battaglie più degne. La storia, descritta sugli schermi dei social media, ha perso un bel po’ della sua sacralità. Se i giornali non hanno più autorevolezza, i reportage di Lorenzo Cremonesi da Ramallah valgono come i video su YouTube di un divulgatore che non è mai stato neanche a Chiasso. Il discorso pubblico è corrotto. Ci scandalizziamo, ma dopo pochi secondi e due scrollate di pollice il nostro cervello processa un selfie allo specchio della nostra ex cottarella del liceo in abito da sera. È un immane sconvolgimento psichico.

Mi pare che gli effetti più deleteri di questo cambiamento antropologico si notano soprattutto nelle generazioni precedenti ai Millennial. Vedere cinquantenni con cento follower e centomila tweet postare riflessioni mediocri sull’attualità, espresse con frasi artificialmente argute, fa un po’ lo stesso effetto di trovarsi in coda al tabaccaio dietro a uno che spende mezza pensione al gratta e vinci. Per i più giovani, c’è già l’antidoto: uno scarso amore di partenza per i giornali e un’inclinazione per i social più sbarazzini. Due slide su Instagram, un piccolo riassuntino video, se va bene un divulgatore TikTok e l’argomento si può considerare analizzato. Noi Millennial siamo sfiduciati, vivacchiamo in attesa dell’inevitabile declino della civiltà. I più colpiti, senza offesa, sono i vecchiotti, la Generazione X e i boomer. Quelli che vengono da una gioventù di assemblee studentesche, impegno politico e giornali di partito. La generazione cresciuta con Match di Arbasino e Quelli della notte di Arbore, con le dispute fra Montanelli e Bocca, è finita a litigare su X. Si stanno radicalizzando, spinti dallo stesso entusiasmo di Bouvard e Pécuchet. Non c’è zona della conoscenza umana che si proibiscano di commentare. Zapping e link formano una vasta parte della vita interiore di un utente compulsivo dei social. Accerchiando il pensiero, l’informazione tende a soffocarlo.

La situazione è tragica. Parlo per esperienza personale, mia madre che fino a pochi anni fa esprimeva garbate ed equilibrate posizioni sull’attualità, oggi twitta compulsivamente giudizi lapidari espressi con linguaggio aggressivo. Si è scelta un pantheon di pensatori di riferimento, utenti anonimi sotto pseudonimo perennemente a caccia del tweet virale da duemila like e personaggi famosi che lei sente in sintonia con la sua visione del mondo. Per i suoi amici, tipo Carlo Rovelli e Selvaggia Lucarelli, il supporto e la stima sono costanti e incondizionati. Per i suoi nemici non c’è pietà. Qualche tempo fa, durante un aperitivo con lei, ho detto, tanto per fare conversazione, che sono fan della nomina di Annalena Benini alla direzione del Salone del Libro. Che schifo, mi ha risposto. E perché mai, le ho chiesto. Perché scrive sul Foglio, si deve vergognare. Non è servito a nulla spiegarle che, in realtà, il contributo di Benini sul Foglio riguarda principalmente l’inserto culturale Foglio Review e la curatela di una rubrica che esce di venerdì, il Figlio, dove parla soprattutto dei fatti suoi, e che quindi non la si può accusare di partigianeria. Niente, il Foglio ha pubblicato qualche tempo fa un articolo su Mengele, di Giulio Meotti, molto screenshottato sui social, e quindi per lei resterà sempre un giornale di simpatizzanti nazisti, e Benini una loro fiancheggiatrice.

Le guerre degli ultimi due anni, dicevamo qualche paragrafo fa, hanno avvelenato la discussione. Questo nuovo approccio da tifosi delle notizie si sposa malissimo con un conflitto fra eserciti, che da sempre dovrebbe esaurirsi in un blitz nelle intenzioni di chi lo promuove ma poi finisce invariabilmente per trascinarsi molto più a lungo. Questo obbliga i partigiani del web a difendere la propria posizione su tempi più dilatati della solita invettiva giornaliera. Sui social è pieno di over cinquanta incattiviti che hanno deciso, più di un anno e mezzo fa, che la Nato stava abbaiando alle porte della Russia. Inquadrati da un algoritmo, depredati del valore monetario dei propri dati da un social network fondato o diretto da un miliardario che disprezzano, continuano a leggere notizie che li rassicurano, sì, Zelensky è un burattino, l’America ha circondato la Russia di basi militari e ha rifiutato accordi, o ne ha proposti di provocatori, che avrebbero esacerbato le ostilità. L’Occidente è il nemico. Non importa più la verticalità o l’attendibilità delle fonti, le opinioni si trasformano in armi contundenti, alla ricerca di quel brivido di chi si sente nel giusto, pretende di essere informatissimo e vede confermati i suoi pregiudizi più disfattisti. L’avevo detto, io: è tutto uno schifo, non ce la raccontano fino in fondo.

Anche la guerra di Putin, però, sta esaurendo il suo ciclo mediatico. Ci stavamo dimenticando delle sofferenze della popolazione ucraina, distratti dalle estrosità di Giambruno, quando il 7 ottobre scorso si è aperto un nuovo fronte. Apriti cielo. Slogan ripetuti con stile formulario, morti di bambini strumentalizzate per difendere posizioni suffragate da una vaghissima conoscenza del contesto storico, giudizi inappellabili, gogne mediatiche. Qualche anno fa, il 12 settembre 2001, milioni di persone in Italia correvano in edicola per leggere analisi scritte da persone che avevano trascorso decenni in America, o in Afghanistan, e sapevano perfettamente di cosa stavano parlando. Se oggi accadesse un episodio analogo, il giorno dopo i quotidiani tirerebbero centomila copie, e milioni di opinionisti improvvisati si fionderebbero sui social network per dirci la loro opinione.

Insomma, c’è un gran rumore di fondo. Una cerimonia ininterrotta, a cui non si può sfuggire. I proprietari dei social dove si svolgono queste tristi discussioni, e dove all’autoesposizione volontaria del singolo corrisponde una obbligatoria parte pubblicitaria, festeggiano. La ripetizione garantisce la costanza del significato. Essenziale, per la pubblicità, è che si ripeta, così come gli atti rituali. Fortunatamente le guerre sui social, per ora, non uccidono nessuno, sono solo espressioni di codici binari e informazioni irrilevanti. L’universo è stato trasposto in forma digitale, e reso disponibile al contatto delle dita. Non ne stiamo facendo buon uso.

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