Dopo i saccheggi del weekend, tra decreti sicurezza e lamenti sull’Occidente assediato, il dibattito pubblico si è ridotto a moralismo. Ma il nodo del rapporto tra conflitto e politica resta, ed è tornato a essere nominabile.
A Berlino vogliono espropriare 160 mila appartamenti ai fondi immobiliari per iniziare a risolvere la crisi abitativa
Dopo la vittoria della Linke, la futura coalizione di sinistra vuole trasferire in mano pubblica le case dei gruppi che possiedono più di 10 mila appartamenti. Solo al colosso Vonovia questo costerebbe 8,4 miliardi.
Da anni Berlino è il laboratorio europeo della crisi degli affitti, e adesso potrebbe diventare il primo posto in Germania in cui viene usato davvero un articolo della Costituzione rimasto sulla carta dal 1949. Il 20 settembre la Linke ha vinto per la prima volta le elezioni berlinesi, diventando il primo partito con il 25,7 per cento dei voti. Il 17 ottobre ha chiuso i colloqui esplorativi con Verdi e Socialdemocratici con un documento comune, «Mehr gemeinsam, mehr Berlin», che fa della socializzazione delle case dei grandi proprietari un obiettivo di governo. Non si parla tecnicamente di esproprio: il piano si richiama all’articolo 15 della Legge fondamentale tedesca, che consente di trasferire terreni e beni in proprietà collettiva dietro indennizzo, e che non è mai stato applicato nella storia della Repubblica federale.
Il meccanismo riguarda le società private che possiedono almeno 10 mila appartamenti in città: ciascuna potrebbe tenerne 10.000, il resto passerebbe in mano pubblica, mentre cooperative e soggetti senza scopo di lucro restano esclusi. L’indennizzo complessivo avrebbe un tetto di 16 miliardi di euro. Sul numero di alloggi coinvolti le cifre non coincidono: secondo la capolista della Linke Elif Eralp, citata dall’agenzia dpa, sarebbero circa 160 mila, di cinque grandi gruppi, mentre il Financial Times parla di oltre 140.000. È stato proprio il quotidiano britannico, come ricostruisce Novara Media, a fare i conti in tasca ai proprietari: Vonovia, il più grande proprietario di case d’Europa, che a Berlino ha circa 130.000 appartamenti, vedrebbe passare al pubblico circa 120.000 alloggi iscritti a bilancio per 20,4 miliardi, ricevendone circa 12. Una perdita stimata di 8,4 miliardi di euro, a cui si aggiunge quella di Heimstaden, circa 1,5 miliardi. Secondo il Financial Times, i quattro gruppi più esposti riceverebbero indennizzi inferiori di oltre il 40 per cento al valore contabile dei loro immobili.
Vonovia ha risposto, all’agenzia dpa, che l’esito dei colloqui non cambia la sua posizione: «Siamo convinti che una socializzazione nella forma presentata e prevista sia incostituzionale e non reggerebbe a una verifica giudiziaria». Ma la questione, a Berlino, non nasce oggi: il 26 settembre 2021, con il referendum «Deutsche Wohnen & Co. enteignen», oltre un milione di cittadini, il 59,1 per cento dei voti validi, si era espresso a favore della socializzazione, con un voto però non vincolante e mai tradotto in legge. Ora i tempi sono scritti: Verdi e Socialdemocratici hanno già detto sì ai negoziati di coalizione, la Linke deciderà al congresso del 31 ottobre, e la legge dovrebbe arrivare entro la metà del 2028, per entrare in vigore un anno dopo l’approvazione, il tempo necessario perché la Corte costituzionale si pronunci.