Milano sta bruciando nel falò del moralismo

Dopo i saccheggi del weekend, tra decreti sicurezza e lamenti sull’Occidente assediato, il dibattito pubblico si è ridotto a moralismo. Ma il nodo del rapporto tra conflitto e politica resta, ed è tornato a essere nominabile.

23 Ottobre 2026

Una delle cose più tristi del “dibattito”, si fa per dire, di questi giorni è il moralismo. Leggendo la sezione commenti del Corriere della Sera sembrerebbe che la gravità dei saccheggi e degli scontri del weekend sia di poco inferiore a Hiroshima e Nagasaki e di poco superiore all’11 settembre. Non a caso, il governo Meloni ha pensato bene di lavorare all’ennesimo decreto sicurezza: in effetti mancano le fattispecie di reato, e i giovani, i giovani “maranza”, i “centri sociali” potrebbero farla franca e, in futuro, cavarsela con pochi anni di carcere invece di prendersi un bell’ergastolo per non aver ricambiato il saluto cordiale di un poliziotto.

I barbari alle porte (della Feltrinelli)

Questo weekend a Milano è stato assaltato l’Occidente, dicono. Da dei barbari, che, come noto, con il loro arrivo portano al collasso dell’impero. Reprimere per fermare il declino è quindi la soluzione a cui mirano la destra e i conservatori mascherati da liberali. Uno spettro si aggira per l’Europa: l’islamogauchisme, l’alleanza tra estrema sinistra e fanatismo islamico con addentellati nelle università woke. Lo dice Trump, lo dicono alcuni giornali, lo favorisce Putin per destabilizzare le altrimenti idilliache democrazie, inoculando un po’ di sovreccitazione da casseur che non può che esprimersi nella forma, come detto, barbarica dell’assalto ai negozi.

E ci sono ulteriori aggravanti: questi giovani non si mettono a rubare il pane e lo stretto necessario. No, questi scarafaggi in tute acetate vogliono le scarpe Prada o Nike. Il consumismo e i social gli hanno fritto il cervello, non come un tempo, quando si assaltavano prima la Bastiglia, poi i forni per il pane, quindi il Palazzo d’Inverno e infine le sedi del MSI. La massima forma di estraneità alla tradizione politica occidentale e, nel nostro caso, italiana è l’assalto alla libreria Feltrinelli. Aldo Cazzullo, Francesco Merlo e, ipotizziamo, tanti altri, a partire da questo scandaloso gesto si sono dilungati in varie accorate riflessioni. Questi non sanno chi fosse il grande Giangiacomo, saltato in aria sotto un traliccio: non sono di sinistra, non leggono i tascabili, non si inchinano davanti al peso del grande Canone occidentale di Harold Bloom (in realtà pubblicato da Bompiani, ma vabbè). E dov’erano i genitori? E come mai vogliono consumare? E maledetto sia TikTok! Queste e altre domande, che un’intelligenza artificiale articolerebbe forse con più originalità, infestano la discussione pubblica e politica di questi giorni.

Il saccheggio

Dall’altro lato, sembrerebbe che ci sia, in alcune aree, maggiore tolleranza per i disordini, una predisposizione per la vecchia e sempre abbastanza valida spiegazione sociologica: si incendia perché si è marginalizzati e discriminati, e il consumismo non è il vizio delle underclass indebitate ma una forma più sofisticata di immaginario culturale ed etico. All’eccesso di moralismo a buon mercato di molti media, insomma, pare contrapporsi un’insofferenza diffusa che tende a comprendere con carità interpretativa, e talvolta a giustificare, i disordini. I saccheggi sono stati paragonati a forme di potlatch, il consumo festoso e improduttivo dei beni accumulati da una comunità, alla dépense, lo spreco, direbbe qualcuno, ma non divaghiamo. Per alcuni sono momenti che aprono nuovi spazi politici, di eversione del nesso tra la vendita della forza lavoro, il salario e il consumo. Per altri sono eventi che prefigurano nuove comunità, rompono la temporalità politica classica e permettono l’appropriazione delle strade in un qui e ora dagli echi talvolta messianici. Furio Jesi scriveva, ad esempio: «Ci si appropria di una città fuggendo o avanzando nell’alternarsi delle cariche, molto più che giocando da bambini per le sue strade o passeggiandovi più tardi con una ragazza. Nell’ora della rivolta non si è più soli in città».

Purtroppo, come prevedibile, non finirà bene. Non ci sarà nessuna destituzione dell’ordine costituito, né l’emersione di nuove forme istituzionali nate o stimolate dai tumulti, secondo la visione machiavelliana per cui le buone leggi seguono le insorgenze sociali, e ne hanno bisogno. Al contrario, molto probabilmente questi eventi favoriranno un’ulteriore saldatura tra Vannacci e Meloni, con il centro che, come al solito, fornisce argomenti e copertura mediatico-morale all’illiberalismo di questa destra. Con una positiva eccezione: Giuliano Ferrara, che, se da un lato sottovaluta la pericolosità di Piantedosi, dall’altro, di fronte al panpenalismo seguito al weekend, ha invitato alla calma.

La sinistra e il nodo della violenza

Alla cosiddetta sinistra non spetta né il compito di interpretare queste piazze né quello di provare a guidarle per incanalarne la forza. La sinistra radicale, più avvezza a maneggiare la palla infuocata del discorso sui mezzi e sui fini e sulle forme legittime del conflitto, prova a distinguere tra dialettica delle armi e armi della dialettica. Il centrosinistra, non a torto, attribuisce a Meloni la responsabilità sociale e l’inefficacia della repressione come ragione del mondo. Chiaramente, gli scontri del weekend non sono stati orchestrati da nessuna piovra globale, ma sono emersi, come già in altri contesti e in altri tempi, all’incrocio di vari fattori che non si possono ridurre a piccole formule da consumare in fretta. Il fatto che non rientrino immediatamente nella grammatica politica a cui siamo abituati, però, non significa che le siano estranei. La politica non è solo il plebiscito elettorale, e non è solo la sfilata non violenta, come direbbero alcuni. Günther Anders, ad esempio, sosteneva che quest’ultima avesse esaurito la sua carica: contro la minaccia atomica, che rischiava di distruggere l’umanità, era tempo di fare paura a chi ne era responsabile. Più recentemente, dopo gli scontri seguiti alla morte di George Floyd, lo storico afroamericano Robin D. G. Kelley scrisse sul New York Times, a proposito della violenza del potere: «Il vero istigatore delle rivolte, sosteneva Martin Luther King Jr., era la supremazia bianca. Il razzismo è responsabile delle condizioni di degrado dei ghetti, che costituivano il terreno fertile per la ribellione. Aggiunse: “Se si confrontassero le violazioni della legge commesse dall’uomo bianco nei ghetti nel corso degli anni con quelle commesse durante i pochi giorni di rivolta, il vero criminale incallito sarebbe l’uomo bianco”».

Come noto, il rapporto tra violenza e politica ha una tradizione millenaria, e così il dibattito che lo riguarda: dalla guerra giusta, discussa all’interno del pensiero teologico, alle insurrezioni anticoloniali e urbane moderne e contemporanee, fino a queste vicende più limitate. Per quanto sgradevole, il nodo è ineludibile. Più di dieci anni fa, in tempi renziani ma anche di vigorosa opposizione alla TAV, su Repubblica ci fu un dibattito sul conflitto politico a cui parteciparono, tra gli altri, Marco Revelli, i Wu Ming e Mario Tronti.

Se allora si trattava di prendere le distanze dalla violenza, in modo comprensibile e un po’ rituale, per affermare però la necessità di una dialettica politica anche aspra, mi sembra che oggi la questione del conflitto, con la sua sporcizia, il suo caos, la sua imprevedibilità, sia tornata nominabile. Un effetto, ad esempio, è l’universalismo concreto della partecipazione ai saccheggi: checché ne dicano i servizi e Crosetto, agli scontri hanno partecipato anche italiani bianchi da generazioni, e non solo quelli che vengono chiamati, con un termine razzista e tuttavia infamemente sdoganato, “maranza”. Non è moltissimo, ma non è neanche nulla.

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