Making Marie Antoinette è l’ultimo regalo che una delle più grandi documentariste di tutti i tempi ha fatto a sua figlia e a tutti noi

Il documentario di Eleanor Coppola, girato durante le riprese del film di Sofia e terminato dopo la sua morte, è molto più di un dietro le quinte: è una riflessione sul cinema, sul potere e sullo sguardo di una madre.

25 Ottobre 2026

Nel 2006 è uscito Marie Antoinette, uno dei film più ambiziosi della carriera di Sofia Coppola. La regista veniva dal successo di Lost in Translation, che le aveva fatto vincere un Oscar per la Miglior sceneggiatura originale. Gli studios si fidavano di lei e il pubblico era curioso di sapere a quale storia avrebbe lavorato. Marie Antoinette fu il suo modo per tornare a parlare di una ragazza sola e fraintesa, costretta in una situazione del tutto nuova per lei. Le feste, le cene, gli incontri e gli eccessi facevano parte della costruzione di un personaggio, di una maschera: Coppola si è affidata alla sua protagonista, Kirsten Dunst, per creare una Maria Antonietta diversa, umana, fragile e allo stesso tempo carismatica. Divisa tra l’innocenza della giovane età e il peso del potere. E poi si è affidata ai colori e ai costumi di Milena Canonero, immediatamente riconoscibili e iconici.

Versailles, 40 milioni di dollari e il peso delle aspettative

Per girare questo film, Coppola ha avuto un accesso senza precedenti a Versailles e ai suoi palazzi. La produzione le ha dato un budget di 40 milioni di dollari, un’enormità rispetto ai 4 milioni di Lost in Translation. Per tutta la durata delle riprese Coppola ha sentito il carico delle aspettative: l’ansia di dover finire presto, in tempo, senza dover aggiungere giorni alla tabella di marcia. E questa è una delle tante cose che vengono fuori guardando Making Marie Antoinette, il documentario postumo di Eleanor Coppola, la madre di Sofia, in sala solo il 25 ottobre e su MUBI dal 6 novembre. Non si tratta semplicemente di un dietro le quinte. Grazie all’aggiunta del voice over di Diane Lane, che legge il diario di Eleanor Coppola, Making Marie Antoinette si trasforma rapidamente in una riflessione sul cinema e sul potere delle storie, sul significato profondo del racconto documentaristico e sulla stessa industria cinematografica, in cui una donna regista, al comando di una produzione multimilionaria, era (ed è ancora, per più di una ragione) un’eccezione. E c’è un altro elemento che non andrebbe assolutamente sottovalutato: Making Marie Antoinette è il documentario che una madre ha girato sulla propria figlia e sul suo lavoro, e dunque contiene anche un livello più sottile, per certi versi addirittura più intimo, su che cosa voglia dire vedere Sofia Coppola all’opera, nel suo elemento.

Lo sguardo di Eleanor Coppola sul set

La vita di Eleanor Coppola è stata una vita piena di registi: a parte la figlia Sofia, c’è anche il figlio Roman e, ovviamente, c’è il marito, Francis Ford Coppola. Come ha scritto nel suo diario, è diventata rapidamente una spettatrice e ha finito per avere uno sguardo privilegiato sulle loro vite: su ciò che erano sul set e, soprattutto, fuori. Making Marie Antoinette è ricco di dettagli e di piccole cose: di sguardi, mani, gambe, di persone che riposano in ogni angolo, approfittando di una pausa. E poi è pieno di costumi, di trucco, di mobili. Eleanor Coppola rimane in disparte e osserva, e cattura tutto quello che le si ferma davanti. L’unica a notarla e a parlarle più volte è Kirsten Dunst, ipersensibile alle camere e all’attenzione altrui.

Con il passare degli anni, il lavoro di Eleanor Coppola ha assunto un’altra consistenza e un altro valore. Per carità: non c’è stata nessuna modifica sostanziale al girato (tra l’altro, parliamo di circa 80 ore). Però il modo in cui è stato messo insieme – da Aaron Matthews, il montatore – e la forma che alla fine ha assunto lo rendono, in qualche modo, differente. Più denso, più carico di significati. Nuovo. E attuale. Indubbiamente ci sono altri elementi che vanno presi in considerazione. Quest’anno, per esempio, Marie Antoinette compie vent’anni e dunque era naturale provare a celebrare l’anniversario. Eppure il documentario di Eleanor Coppola non parla solo del film della figlia né tantomeno cerca di esaltarne la figura e il talento (c’è anche questo, ma in minima parte: è un genitore che parla della propria figlia).

Il ritratto di un’artista

In poco più di un’ora e venti, quello che viene fuori è un ritratto complesso e sfaccettato, e per molte cose estremamente commovente, di una regista. Anzi, di un’artista. Non Sofia Coppola, attenzione. Ma la stessa Eleanor Coppola. Che spiega punti essenziali come la definizione di film e il suo rapporto con il tempo e che rielabora, in una chiave decisamente più personale, il ruolo di chi gira un documentario. Ci sono diverse sequenze in cui Eleanor Coppola è completamente assente. Non parla, non interviene, non si sente. Non c’è nemmeno il voice over di Diane Lane che legge il suo diario. La camera rimane sugli attori e sulle loro facce. E la dimensione del racconto si fa ancora più intima e accogliente. E anche questa è una delle cose più interessanti del film. Nonostante Versailles e nonostante la ricchezza della produzione, sul set di Marie Antoinette ha resistito, fino alla fine, uno spazio familiare, in cui tutti – attori, tecnici, produttori – si sono sentiti a proprio agio e coinvolti. Ed Eleanor Coppola era lì, onnipresente, pronta a riprenderlo.

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