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Il Cile secondo Antonio Arévalo

Il poeta e organizzatore culturale protagonista di Santiago di Nanni Moretti analizza la situazione in Cile.

di Germano D'Acquisto

I manifestanti sventolano una bandiera cilena durante l'ottavo giorno di proteste contro il governo del presidente Sebastian Piñera il 25 ottobre 2019 a Santiago, Cile (foto di Marcelo Hernandez/Getty Images)

«I cortei di questi giorni in Cile non sono per i 30 centesimi dell’aumento del biglietto della metro ma per i 30 anni di abusi. Per un liberalismo selvaggio vissuto senza alcuna opposizione. Un liberalismo che si è sviluppato durante la dittatura e che non è mai cambiato. Mia madre è una pensionata di 93 anni che riceve 200 euro al mese. Impossibile vivere in queste condizioni. La nazione è come una pentola a pressione che prima o poi esploderà».  Così parlò Antonio Arévalo, poeta, scrittore, ex addetto culturale dell’ambasciata del Cile in Italia e protagonista di Santiago, l’ultimo film diretto da Nanni Moretti.

Nella pellicola Antonio racconta di quando nel 1973 aveva 14 anni ed era diventato la mascotte della Brigata di pittura muraria, un gruppo di oppositori del regime di Pinochet con cui usciva di notte per colorare le strade. Militante della gioventù comunista, distribuiva clandestinamente volantini di protesta, venne scoperto e riuscì a scappare dentro l’ambasciata italiana. «Vivere lì è stata un’esperienza fortissima», diceva lo scrittore al regista italiano, «arrivato in Italia, però, non volevo far sapere che ero profugo. Mi vergognavo di dirlo. Oggi ne vado fiero». Sono passati 46 anni da quei giorni, eppure sfogliando i giornali sembra passato solo qualche minuto. Gli anni Settanta, da queste parti, non sono mai finiti. L’indole governativa di spedire per strada militari e mezzi cingolati quando scoppia un tumulto sembra essere scolpita nel Dna.     

In quasi due settimane di cortei, i numeri che arrivano dalla capitale circondata dalle cime della Cordigliera sono da brivido: diciotto morti negli scontri per l’istituto Nacional de Derechos Humanos de Chile. Oltre un centinaio di persone ferite, altrettante rimaste senza vista a causa dei proiettili di gomma sparati dai soldati, secondo i dati dell’Asociaciòn Chilena de Oftalmologia. Circa settemila arresti ufficiali, a cui vanno aggiunte voci non confermate di numerosi desaparecidos. Le proteste dalla capitale hanno raggiunto Valparaíso, La Serena, Antofagasta fino alla floridissima Vina del Mar.     

La miccia è scoppiata dopo l’aumento del costo del biglietto della metro, che qui chiamano Red Metropolitana de Movilidad, un incremento di 30 centesimi che coinvolge il 40% della popolazione di tutta la nazione. Ma poteva accendersi per qualsiasi altra cosa. Una buca sull’asfalto, un treno in ritardo. Il rancore verso la classe dirigente qui cova da anni. Le diseguaglianze nella società cilena sono insostenibili tanto che alcuni dati fanno venire i brividi: lo stipendio medio dei cileni si gira attorno ai 652 euro mensili, per la metà dei lavoratori si scende a 490 euro. Il salario base sfiora i 366 euro mentre la pensione minima è di circa 110 euro al mese. «Il Paese è fisiologicamente diseguale», spiega Arévalo. «La nazione è come una pentola a pressione che prima o poi esploderà».

Un manifestante durante una protesta contro le politiche economiche del governo a Santiago il 29 ottobre 2019 (foto di Claudio Reyes/Afp via Getty Images)

Il Cile è uno degli stati più ricchi del Sudamerica, ma è anche uno di quelli con le maggiori diseguaglianze sociali tra i 36 membri dell’OCSE. I ricchi sono una minoranza che detiene il potere. Tutti gli altri arrancano senza tutele né stato sociale. I prezzi delle medicine sono i più alti del continente, le multinazionali hanno il controllo su tutto. Le telecomunicazioni, le farmacie, i supermercati, la sanità pubblica, l’istruzione, addirittura la carta igienica e perfino l’acqua è stata privatizzata. Ne sa qualcosa l’attuale presidente del Cile, Sebastián Piñera, che Arévalo definisce «una sorta di Berlusconi locale che aveva appoggiato Pinochet durante la dittatura». «Ci sono vaste campagne ormai aride», racconta, «mentre le vaste proprietà del presidente e dei suoi ministri ricevono acqua permanente. La gente si è stufata. Per questo continua a scendere in piazza». 

Classe 1949, neoliberale, azionista con il 27% della linea aerea LAN Airlines e proprietario del canale televisivo Chilevisión, di cui ha lasciato la direzione, Piñera vanta un patrimonio personale di 1,2 miliardi di dollari. Come gesto di distensione, giorni fa ha fatto dietrofront, eliminando i rincari e cambiando otto ministri del governo. Ma nonostante questo, poche ore dopo il provvedimento, più di 10mila persone si sono ammassate in Piazza Italia. «Il presidente ha fatto finta di cambiare», spiega ancora Antonio, fuggito in Italia dopo il Golpe di Pinochet. «In realtà i quattro pezzi principali del governo sono finiti in altri ruoli chiave. L’unico che è stato davvero allontanato è il ministro dell’interno, Andres Chawick. Il resto è rimasto inalterato. Mai come stavolta Tomasi di Lampedusa è stato preso alla lettera: cambiare tutto per non cambiare niente».    

In questi giorni a Santiago sarebbe dovuta arrivare la delegazione inviata dall’ufficio dell’Alta commissaria Onu per i diritti umani, la ex presidente cilena Michelle Bachelet, per indagare sulle violazioni denunciate da quando le proteste sono iniziate. Resterà qui tre settimane. «I media hanno parlato di persone scomparse, di gente torturata», afferma Arévalo. «Gli inviati delle Nazioni Unite hanno attivato un numero di telefono aperto dove chiunque può testimoniare gli abusi in modo da stabilire una volta per tutte cosa è successo e sta succedendo. La repressione però c’è stata. Abbiamo ferite ancora aperte, riportare le forze armate per le strade del Cile è profondamente doloroso». Il presidente, per giustificare iniziative così drastiche, ha parlato di “stato di guerra”. «Ma guerra contro chi? Forse contro di lui. La gente non ha armi, al massimo qualche pietra. I conflitti non si fanno quando una parte è armata e l’altra no».

Un manifestante sventola una bandiera cilena accanto a un incendio durante gli scontri con la polizia antisommossa il 21 ottobre 2019 a Santiago, Cile (foto di Marcelo Hernandez / Getty Images)

I tumulti cileni intanto stanno stravolgendo anche i calendari internazionali. Piñera ha deciso di cancellare il vertice di cooperazione Apec e il Forum mondiale sul clima, che avrebbero dovuto svolgersi qui mentre la finale della Coppa Libertadores fra i brasiliani del Flamengo e gli argentini del River Plate del 23 novembre, che doveva tenersi proprio a Santiago, è stata spostata a Lima. La situazione è in continuo divenire. Questa settimana, fra scioperi generali e altre manifestazioni, è decisiva. Ma il Paese è stremato e fragile. Proprio lunedì 4 novembre migliaia di persone sono tornate a manifestare rispondendo agli appelli del sindacato unico Cob e vari movimenti sociali. La gente si è riunita tra Piazza Italia e Piazza Baquedano, dove si sono scatenati violentissimi scontri con i carabineros. Una replica dolorosa di ciò che avviene da settimane.    

«Il rischio peggiore», dice Antonio, «è che i settori più reazionari del Cile chiedano l’intervento dell’esercito. Il colpo di stato sarebbe l’opzione peggiore. Ma le responsabilità sono di tutti. Anche della sinistra. È come se avesse paura di governare. In questi giorni si parla tanto di una legge sul conflitto di interessi da presentare in Parlamento. Si tratta di una proposta giusta che modificherebbe la Costituzione. Una grossa fetta di sinistra però si oppone perché dice: “Se Piñera viene accusato a livello costituzionale finiamo davvero tutti all’inferno”».

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