Si intitola Fictional Selves, è uscita il 29 settembre e in realtà è l'autobiografia di Kyle MacLachlan. Ma la parte su Lynch resta vera.
Dopo quasi trent’anni uscirà un nuovo romanzo di Donald Antrim, il più tragico, spassoso, originale, misterioso e fenomenale degli scrittori americani
Arriverà il 12 gennaio 2027 negli Usa, si intitolerà My Eliot ed è già considerato il romanzo più antrimiano di tutti.
n post Instagram di Grantabooks con la scritta a caratteri cubitali verde fosforescente su sfondo crema, tipografia da poster di un film indipendente anni Settanta: My Eliot, il primo romanzo di Antrim in oltre vent’anni, uscirà per Granta il 12 gennaio 2027 (224 pagine, ce ne sarà anche una versione in audiolibro). Non è poco: Antrim è da tempo descritto come “lo scrittore preferito degli scrittori”, un autore di culto la cui ultima opera di narrativa lunga risale a un quarto di secolo fa. Ad accompagnare l’annuncio, gli endorsement che contano: Andrew O’Hagan lo definisce «lo scrittore più divertente d’America», aggiungendo che con questo libro ha «prodotto il suo lavoro migliore».
La trama, per quel poco che si sa, promette lo stesso miscuglio di dolore e comicità che ha reso Antrim inconfondibile. Il narratore, anche lui di nome Donald, si ritrova smarrito nella casa della sua infanzia, tra i ricordi della sorella morta e di un padre studioso di T.S. Eliot (da cui il titolo) oltre che calzolaio dilettante. Il tentativo di scrivere un saggio critico sul genitore defunto degenera in vagabondaggi notturni in un bosco incantato popolato da un opossum parlante di nome Tom, spiriti silvani e ortaggi allucinogeni, il tutto sotto lo sguardo del fantasma dello stesso Eliot. Ed Park l’ha descritto come «una Metamorfosi da fattoni, piena di animali forti, una segheria fai-da-te e radici psicotrope», mentre John Jeremiah Sullivan lo ha bollato, semplicemente, come “antrimiano”. Il critico e scrittore Ben Pester, nella nota che accompagna l’uscita, confessa di aspettare Antrim da molto più di vent’anni: «Grazie al cielo esistono ancora cose belle a questo mondo, se solo si resiste abbastanza».
Chi è, per chi non lo conoscesse, l’uomo capace di generare questa attesa spasmodica? Donald Antrim nasce nel 1958 a Sarasota, in Florida, figlio di un professore studioso di Eliot (da cui l’eco autobiografica del nuovo libro) e fratello dell’artista Terry Leness; si forma alla Brown University e oggi insegna scrittura alla Columbia, dopo aver vinto nel 2013 una MacArthur Fellowship, la borsa “per genio” che negli Stati Uniti consacra le carriere più promettenti. Il suo esordio, Votate Robison per un mondo migliore (1993), immagina un’America post-apocalittica in cui un ex maestro elementare diventato esperto di torture tenta la scalata a sindaco tra esecuzioni pubbliche e riti egizi improvvisati. Cinque anni dopo arriva I cento fratelli, finalista al PEN/Faulkner: cento fratelli si riuniscono in una biblioteca di famiglia in rovina per ritrovare le ceneri perdute del padre, in una notte che scivola dal convivio al caos senza mai una pausa di capitolo. Nel 2000 è la volta di Il verificazionista, forse il suo romanzo più amato: uno psicologo resta intrappolato in un abbraccio da orso con un collega durante una cena in una pancake house e vive una sorta di esperienza extracorporea, sospeso sopra il tavolo a osservare le proprie insicurezze e quelle altrui. Antrim ha poi virato sulla non-fiction con il memoir La vita dopo (2006), dedicato al rapporto con la madre, e con Un venerdí di aprile. Storia di suicidio e sopravvivenza (2021), un resoconto durissimo sul suicidio e la sopravvivenza; i suoi racconti pubblicati sul New Yorker sono raccolti in La luce smeraldo nell’aria (2014).