È disponibile su Mubi il documentario diretto da Garth Jennings che, attraverso la voce di Jarvis Cocker, racconta quarant'anni di una band di "scartati" che mai avrebbe pensato di diventare leggenda.
Il rischio di Naza è che il suo pesantissimo portato politico oscuri o deformi il merito cinematografico di Yuval Abraham e Rachel Szor. D’altronde, si può rimproverare al pubblico una reazione emotivamente fortissima di fronte a un reportage che raccoglie anni di inchieste, rendendo lampante quanto sia sistematica e programmata l’azione dell’Idf nella Striscia di Gaza per renderla inabitabile per la popolazione palestinese?
Difficile farlo, ma altrettanto complesso è smontare le rimostranze di quanti sono pronti a bollare il successo del film (vincitore del Premio Speciale della Giuria alla Mostra e, neanche troppo sorprendentemente, in cima al botteghino italiano con 450 mila euro d’incassi dopo appena un giorno dei tre previsti di programmazione nelle sale, prima di diventare disponibile in streaming, gratuitamente, sul sito del Guardian) come una reductio, il sacrificio del valore all’artistico sull’altare dell’urgenza politica e simbolica. Tentiamo allora un’operazione difficilissima, per un film che è intrinsecamente un’opera politica e – non va dimenticato – un prodotto giornalistico. Yuval Abraham e Rachel Szor, infatti, la metà israeliana del quartetto che ha realizzato il film premio Oscar No Other Land, hanno lavorato sin dal 2023 al fianco della redazione del Guardian per mettere insieme le testimonianze necessarie a realizzare il film. La parte più impegnativa è probabilmente quella giornalistica e invisibile, perché il monumentale traguardo di Naza è stato quello di convincere ventiquattro membri dell’intelligence e dell’esercito israeliano a salire sui tetti di Tel Aviv e rispondere alle domande di Abraham su come sia stata organizzata l’operazione d’invasione dei territori palestinesi. Il film ha richiesto un enorme lavoro di post-produzione per garantire agli intervistati l’anonimato, alterandone i profili, le voci, arrivando a oscurarne le grafie negli schizzi esplicativi che disegnano mentre spiegano come funzionano i software che decidono chi vive e chi muore a Gaza. Il film è stato realizzato in un clima di segretezza quasi paranoico in cui è stata coinvolta anche la Mostra del Cinema di Venezia, che ha mantenuto fino all’ultimo segreta l’identità dell’ultimo titolo non annunciato in concorso, proprio per permettere al team di ultimare il processo di “anonimizzazione” del lungometraggio.
La voce della vittima, le voci dei carnefici
Che dal punto di vista documentaristico e formale il film sia rigoroso e giornalistico, oltre all’egida del Guardian, lo assicurano i due padrini dell’operazione, seduti in Sala Grande al fianco del team durante la prima mondiale tenutasi appunto alla Mostra: la documentarista Leone d’Oro Laura Poitras, da decenni tra i nomi di riferimento del documentario politico, e il regista Jonathan Glazer, l’autore di The Zone of Interest e che del film è anche produttore esecutivo. Considerando che in giuria, alla Mostra del Cinema, c’era Kaouther Ben Hania, regista e sceneggiatrice di La voce di Hind Rajab è impossibile resistere alla tentazione di tracciare un parallelo tra le due opere, che scelgono di farsi guidare dallo stesso elemento con risultati diametralmente opposti. Un anno fa, La voce di Hind Rajab aveva impressionato con un esperimento cinematografico dalla portata emotiva enorme, mettendo in piedi un film di finzione guidato dalla voce autentica della bambina palestinese bloccata in macchina con la sua famiglia nel bel mezzo di una cruenta operazione militare dell’Idf. La scelta, fortissima, era proprio quella di creare una ricostruzione fittizia attorno alla vera testimonianza vocale di quelle concitate ore.
Similmente, Naza si fa guidare dalle voci vere (seppur alterate per questioni di sicurezza) che vengono dall’altra parte della barricata. Laddove La voce di Hind Rajab esplorava il devastante impatto psicologico che il tentativo di salvare Hind Rajab aveva avuto sui soccorritori che avevano passato ore al telefono con lei, qui l’unica reazione emotiva è la rara richiesta da parte dell’intervistatore di ripetere un concetto o chiarirlo, quando la portata disumana delle rivelazioni degli intervistati scalfisce l’aplomb con cui i due registi impostano la pellicola. Naza infatti tenta un approccio distaccato, analitico, che cede raramente all’emozione e all’enfasi. Per questo una delle rare note stonate del film è la decisione di mostrare sul finale un video verticale con un papà che cerca disperato i figli sotto le macerie di un condominio bombardato e le drammatiche immagini di una serie di piedini di bambini che sporgono, immobili e scalzi, dai calcinacci. Dopo i concisi, puntuali, precisissimi 90 minuti precedenti, questa aggiunta rischia di risultare manipolatoria.
Anatomia di uno sterminio
Sul fronte cinematografico, infatti, Naza sceglie la via del reportage, che ben si sposa con i fondi limitati e la segretezza dell’operazione. Ogni intervistato è seduto di fronte all’intervistatore, sullo sfondo i tetti dei grattacieli d’Israele, le ombre attentamente calibrate per lasciarlo nell’oscurità, facendo emergere solo il profilo grazie alle luci dei grattacieli. Mentre gli intervistati ricostruiscono come le case, i palazzi, le città palestinesi siano stati distrutti sistematicamente, scorrono sullo schermo frammenti di vita israeliana catturati dai tetti dove si svolge l’intervista: chi lavora, chi pulisce le briciole dal tavolo dopo cena, chi guarda la tv. Una quotidianità normale, negata e annientata altrove. I discorsi di Netanyahu sono quasi sempre ripresi su uno schermo televisivo, attraverso le finestre. Sono scelte cinematografiche in linea con le possibilità della pellicola, che le danno però una precisa identità visiva.
Anche la costruzione della narrazione ha idee forti e ribadisce l’intento di Naza di fare ciò che aveva già fatto La voce di Hind Rajab, ma con un approccio analitico, razionale. Ben Hania sceglieva una storia di cronaca esemplificativa della condizione dei palestinesi nella Striscia. Naza, invece, è, come The Zone of Interest, un film che si muove oltre la barricata e tenta di trovare un modo distaccato ed efficiente di raccontare gli sforzi dell’Idf proprio per provare la sua tesi: che non si tratta di errori, di escalation, di un’azione convulsa che causa “vittime collaterali”, ma di qualcosa di così organizzato e sistematizzato da aver creato persino una grammatica, una nomenclatura, un suo vocabolario specifico. Il film è diviso in capitoli che esplicano una voce del vocabolario dell’Idf, a partire proprio da Naza, termine utilizzato per designare i danni collaterali, le vittime innocenti che l’eliminazione di un obiettivo comporta per questioni di prossimità. Ci sono poi terminologie più macabre come Where’s Daddy?, che designa software utilizzati per analizzare la posizione e i messaggi su ogni singolo smartphone in territorio palestinese, così da capire, in base ai schemi di comportamento ricorrenti e ai messaggi tra padri e figli, dove abitano gli obiettivi e quando bombardare le loro case, così da assicurarne l’eliminazione.
Non è certo il primo esempio di cinema che indaga la spersonalizzazione di quanti decidono della vita o della morte degli avversari sul campo di battaglia: rimanendo nel solo concorso dell’ultima mostra di Venezia, raccontava questa desensibilizzazione anche Mr. Nelson, Did You Kill People? di Shinya Tsukamoto, che al contrario di Naza è manipolatorio e pornografico nel suo racconto delle violenze in Vietnam. Naza, invece, è uno dei primi documentari che si concentra sull’uso dell’intelligenza artificiale al fronte di guerra e, incrociandolo con i droni e le attività belliche da remoto, suggerisce come il ridotto numero di operativi che si trova di fatto in territorio palestinese riduca l’attrito morale, già quasi inesistente, rispetto alle azioni delle unità scelte. I Naza non sono mai un problema di per sé, ma più le operazioni proseguono, più il loro numero deve aumentare per porre un freno alle azioni dell’Idf.
Una questione di fede tecnologica
Il documentario introduce nel dibattito sulla questione il concetto, si potrebbe dire, di “fede tecnologica”. Nell’individuazione degli obiettivi e nella predizione dei profili a rischio, l’AI viene descritta dagli stessi vertici come qualcosa da cui ci si aspetta un margine d’errore del 15 per cento: il discorso verte sul fatto che è una percentuale considerata totalmente accettabile perché, dopo gli attacchi dell’ottobre 2023, la propaganda israeliana ha efficacemente impiantato l’idea che nessun palestinese sia davvero innocente. Il film, attraverso schizzi e spiegazioni, ricostruisce il vasto impianto di software utilizzati per sistematizzare la distruzione e darle una parvenza di razionalità, introducendo il concetto di fede nella tecnologia come ulteriore distanziamento dalle proprie responsabilità. Ogni operativo intervistato e ogni analista che utilizza i software scarica sul responsabile a cui passa l’analisi la decisione di attaccare o meno, mentre ogni operatore di droni, a sua volta, delega ai due livelli decisionali precedenti la responsabilità di quella che è un’azione pratica, operata attraverso uno schermo e una tastiera.
Eppure è un attimo passare da una strage sistematizzata e nascosta dietro “basse” percentuali di rischio a una vera e propria carneficina, giustificata dalla dimensione ludica e sadica della stessa. Un intervistato disegna un ponte percorso dai palestinesi per raggiungere la zona in cui vengono distribuiti i viveri, spiegando che i cecchini sparano per divertimento a quanti attraversano il ponte, spinti dalla fame. Gli obiettivi sono consapevoli di poter essere ammazzati ma anche troppo affamati per desistere. Non sanno che chi corre oltre una certa velocità, con una certa disperazione, attira l’attenzione dei cecchini. Quanti siano i morti al giorno durante la distribuzione dei viveri, se un paio o decine, dipende dalla noia, dall’ispirazione del momento, spiega l’intervistato, disegnando tanti omini stilizzati nel fosso e precisando: «Cadono a faccia in giù e si accumulano». L’aspetto ancora più agghiacciante è fare caso a quanto somigli a una delle prove dell’ultima stagione di Squid Game.
I momenti di realizzazione, di presa di coscienza, sono pochissimi e arrivano solo da uno degli intervistati più alti in grado. L’uomo spiega, tra il gradasso e il traumatizzato: «Non ti sto dicendo un sacco di altre informazioni. Ci sono cose che non mi sento nemmeno di dire ad alta voce», dopo aver illustrato il «gioco del ponte», che quindi non rappresenta nemmeno il massimo sadismo della scala. È uno dei rari momenti in cui Abraham cede al giudizio, abbandonando la ricostruzione di una sorta di grammatica e manuale operativo dell’IDF. Gli chiede come sia possibile non opporsi e l’altro gli spiega che lui è arrivato al livello più alto possibile dell’intelligence. Un lavoro per cui tutti ucciderebbero, letteralmente, più e peggio di quanto già non facciano: l’impegno necessario per entrare in unità così scelte è importante. Chi ci è arrivato si è lasciato alle spalle da tempo la pretesa di avere remore, la finzione della morale. È lo stesso intervistato che non ha problemi a riconoscere, dopo che con la sua clinica disamina il film lo ha portato fin lì, ciò che fa come un genocidio. «Che altro potrebbe essere?», chiede, quasi sconcertato dal dubbio. «Io sono cresciuto all’ombra del racconto dell’Olocausto, sono andato in Polonia, so esattamente di cosa stiamo parlando ed è proprio quello».
Il racconto di Naza, dunque, è compiuto: ha un’identità visiva e una struttura formale di scrittura e montaggio, persino una certa scarna bellezza che, a differenza di La voce di Hind Rajab, non denuncia mai uno stacco tra mezzi limitati e possibilità espressive. È però inestricabile dalla sua valenza politica. Guardare Naza, allora, non significha scegliere la politica al posto del cinema, ma ammettere una semplice verità: l’urgenza del presente determina quale sia il cinema più importante oggi.
