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Perché portiamo i tacchi

Dagli studi dell'etologo olandese Tinberger al nuovo modello per uomo: smontaggio semi-serio della calzatura che produce la realtà aumentata della femminilità.

Qualcuno forse ricorderà il 2016 come l’anno in cui Gucci ha portato in passerella le ballerine da uomo. Quanto a me, che non m’intendo affatto di moda ma ho sempre guardato con una certa fascinazione le convenzioni delle calzature – quei codici non scritti che stabiliscono cosa è accettabile mettere ai nostri piedi e in quale situazione – mi piacerebbe ricordare questa stagione podo-fashionista come quella in cui è stata lanciata la prima linea di scarpe col tacco da uomini.

L’idea è arrivata da Solestruck, la società di e-commerce specializzata in scarpe edgy, perché «life is too short for boring shoes», che ha recentemente creato una linea, SYRO, di tacchi e zeppe per maschi. I più sofisticati potrebbero notare che fa parte di un trend, che i confini tra maschile e femminile sono in fase di ridefinizione, nella moda e non solo, che pure le fashion week uomo/donna stanno attraversando una fase fusionale, e poi ci sono le ballerina di Gucci e via dicendo. La mia prima reazione, devo confessare, è stata molto più banale, e cioè: ma chi è che glielo fa fare? Perché mai un uomo – edgy o non edgy, gay o etero, cis o trans o cetaceo – dovrebbe volere indossare i tacchi, quando è una tale tortura? I tacchi, specie quelli a spillo ma più in generale tutti, fanno un male cane. E le donne, che sono “costrette” a portarli da secoli, ne sanno qualcosa.

Naturalmente, la mia era una reazione errata superficiale. Perché la stessa domanda che nella mia testa avevo rivolto a ipotetici maschi desiderosi di mettersi i tacchi (dico ipotetici perché il successo di SYRO è tutto da dimostrarsi), potrebbe benissimo essere rivolta ai milioni, anzi ai miliardi, di donne che già li portano. E che, nella stragrande maggioranza dei casi, non sono affatto costrette. Allora, chi ce lo fa fare?

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Circa mezzo secolo fa l’etologo olandese Nikolaas Tinberger provò a mettere di soppiatto qualche gabbianella di plastica in mezzo a una nidiata di gabbiani. Così, per vedere l’effetto che faceva. Ben presto scoprì che le mamma gabbiane dedicavano più attenzioni, e soprattutto più cibo, agli uccellini di plastica – più grandi e più colorati dei loro fratelli in carne e piume – rispetto a quelli veri. Nikolaas, che per questa e altre scoperte avrebbe poi vinto il premio Nobel nel 1973, giunse alla conclusione che noi esseri viventi tendiamo a essere attratti da una versione esagerata della realtà molto più che dalla realtà stessa. La sua teoria sugli “stimoli supernormali” è poi tornata in auge di recente applicata ai consumi umani. Aiuta a capire perché ci piacciono le foto con i filtri di Instagram (o photoshoppate) più di quelle al naturale; aiutano a capire perché un Big Mac dà più soddisfazione del cibo cui erano abituati i nostri antenati; e aiuta a capire perché certe attrici porno (e non solo loro) hanno delle tette rifatte che mai esisterebbero in natura, e ci sta bene così.

Soprattutto, aiutano a capire perché le donne portano i tacchi. E cioè: perché esagerano la postura femminile, «incoraggiano la rotazione pelvica, il movimento verticale dell’anca, falcate più brevi e un numero più alto di passi per minuto», come notava uno psicologo americano, Paul Morris dell’Università di Portsmouth, un un recente studio sugli “stimoli supernormali”. Tradotto: grazie al bacino che ondeggia di più e ai passi che diventano passetti, i tacchi producono una realtà aumentata della femminilità.  E visto che noi mammiferi siamo programmati per preferire la realtà aumentata alla realtà, beh, normale, le donne coi tacchi piacciono di più. Messa così, sembra semplice: mettere i tacchi è un po’ come mettere un rossetto. Forse però le cose sono un po’ più complicate.

Di tacchi s’è discusso molto, e in modo animato, a causa di due fatti di cronaca dei mesi scorsi. Lo scorso maggio in Australia, una cameriera costretta per regolamento a portare scarpe col tacco ha postato su Facebook la foto dei suoi piedi indolenziti e persino sanguinanti, raccontando di aver provato a chiedere il permesso di cambiare calzature al manager del ristorante in cui lavorava ricevendo però un secco no per risposta: lo scatto è diventato virale, suscitando una cascata di articoli che davano dello stronzo, del maschilista o entrambe le cose al suo capo. A distanza di poche settimane, anche in Inghilterra si è verificato un caso simile: una giovane che lavorava come hostess ha provato a ribellarsi a un dresscode che imponeva i tacchi, sostenendo che le facessero male ai piedi: «Poi non è giusto, agli uomini mica chiedete di portare i tacchi», ha fatto notare. Risultato? L’hanno rimandata a casa. Anche qui la notizia è diventata virale, e inoltre è anche stata lanciata una petizione per proibire ai datori di lavoro di obbligare le donne a portare i tacchi. L’ultima volta che l’ho vista aveva già raccolto 150 mila firme.

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È evidente che i tacchi sono un argomento molto più polarizzante del rossetto. Beh, certo qualcuno ha provato a ridurla a una questione di bell’aspetto: costringere le donne a portare i tacchi è sbagliato perché la professionalità va al di là della bellezza, oppure no, è giusto perché curare l’aspetto fisico fa parte della professionalità. Ma, banalità a parte, non ci vuole molto a capire che il punto qui è un altro: a differenza di un lucidalabbra, di un fondotinta, di una data pettinatura o di un qualunque altro aspetto del dresscode, i tacchi fanno male. Fanno male nel senso che provocano dolore (non a tutte, certo, ma a molte). E fanno male, beh, alla salute. Uno studio pubblicato nel 2014 dall’Associazione dei medici podologi americani stabiliva che i tacchi erano la causa principale dei disturbi dei piedi femminili, mentre altre ricerche riconducono all’uso frequente di scarpe alte problemi come l’alluce valgo e l’accorciamento dei tendini, o addirittura problematiche posturali.

Chiunque appartenga al genere femminile e abbia avuto una zia, una mamma o una nonna si sarà sentita dire almeno una volta nella vita che “chi bello vuole apparire un pochino deve soffrire”, e non si capisce bene se sia un consiglio o una minaccia. La versione anglosassone di questo adagio è se possibile ancora più brutale: “Beauty is pain”.

Un secolo fa le nostre bis bisnonne hanno sofferto portando i bustini con stecche di balena per sembrare più belle, prima che qualcuno si accorgesse del fatto che non ne valeva la pena. Fino a tempi più recenti, le donne cinesi hanno pagato un prezzo ben più alto fasciandosi i piedi. Certo, i tacchi non sono una cosa paragonabile, con buona pace dei podologi non sono altrettanto dannosi e personalmente non so se riuscirei a farne a meno. Ma se tra duecento anni il mio fantasma dovesse scoprire che i tacchi sono stati archiviati come pratica medievale perché a un certo punto ci si è accorti che il gioco non valeva la candela, non mi stupirei più di tanto.

Immagini di Scott Barbour/Getty Images.
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