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In piscina

Spazi pubblici oppure nascosti, da Martin Parr a Slim Aarons, perché le piscine sono affascinanti e cosa rappresentano.

Questo fine settimana ho chiesto a tre diversi amici e colleghi di andare in piscina, o il sabato o la domenica. Tutti avevano da fare, e me ne sono stato a casa, al caldo, a bere caffè per non addormentarmi, o addormentandomi nonostante il caffè. Da solo, in piscina, non ci sono andato, pur tentato di andarci, tentennando: ma ha vinto l’imbarazzo, un po’ cretino, simile a quello che spesso blocca le persone dall’andare al cinema da sole. In questi weekend estivi, allora, penso a quanto sarebbe bello avere una piscina. Privata, certo. Oppure condominiale, qui sotto, in cortile, per cui basterebbe scendere tre piani e trovarmi in mezzo ai condomini, non sconosciuti, nemmeno davvero conosciuti ma galleggianti in quella strana via di mezzo in cui saluti con complicità l’architetto del primo piano, che trovi spesso al bar il venerdì sera, o la ragazza con il vecchio labrador, o la famiglia con un bel balcone pieno di lillà. È da un bel po’ di tempo, ormai, che mi ritrovo attratto dalle piscine. Non sono il primo: a partire dalle decine di Tumblr pieni di fotografie di piscine di ogni tipo – dal vintage al vaporwave – a un altro considerevole mucchio di articoli di cronaca o nonfiction letti recentemente, a quadri, a racconti, a film, a libri fotografici.

Prima ci sono le piscine pubbliche: qui a Milano ne ho frequentate principalmente due, la Argelati, vicino al quartiere Ticinese, e la Romano, in Città Studi. Sono due piscine diverse per architettura, fascino e frequentazione. La piscina Argelati è stata costruita negli anni Sessanta, e di quegli anni ha le linee curve del cemento del bar, o del corridoio con gli spogliatoi singoli, come cellette, affiancate l’una all’altra, e anche le due vasche non hanno angoli, ma sono arrotondate. Ci sono gli ombrelloni sponsorizzati tipici delle estati italiane dagli anni Ottanta in poi, a spicchi bianchi e colorati, rossi Coca Cola o gialli Pepsi. Qui – siamo in una zona vicina alla periferia sud – ritrovo le facce e le espressioni della mia infanzia nell’hinterland, gruppi di ragazzi giovani, con poche ragazze tra loro, teste rasate o con le capigliature eccessive dei calciatori, gente che è arrivata qui dai piccoli comuni affacciati sul Naviglio con i molti motorini parcheggiati fuori, che la sera, mi immagino e insieme ricordo, gireranno nelle piazze di quei comuni, o nei parchi (che si chiamavano e presumibilmente si chiamano ancora parchetti) e vicino alle panchine. O bambini rumorosi che fanno gare di tuffi, ma non eleganti: sono gare a chi fa il tuffo più stupido e pericoloso, a chi schizza di più.

Martin Parr_New BrightonNew Brighton, Martin Parr

La piscina Romano è un edificio elegante, costruito nel 1929, più smaccatamente novecentesco, simmetrico. Per questa simmetria, l’affollamento è più immediato al colpo d’occhio. La frequentazione è più borghese. In due zone separate ci sono assembramenti riconoscibili e diversi, createsi chissà quando e da anni immutabili e ormai naturali: una zona dedicata a famiglie prevalentemente sudamericane, e una zona quasi esclusivamente gay. La Romano è la piscina che più mi ricorda Martin Parr. Mi ricorda le serie di corpi seminudi e non belli, vicini l’uno all’altro, di una fotografia come New Brighton (qui sopra), in cui, al cospetto del mare artificiale, le persone sembrano statue immobili. Sembra non si divertano in quella piscina che è fatta però per imitare il mare, con il livello dell’acqua che si alza solo gradualmente. L’immobilità è una delle cose che risalta di più dalle fotografie in piscina di Parr, e a pensarci è anche una delle condizioni tipiche della piscina estiva, all’aperto. Le piscine pubbliche estive non sono divise in corsie, come a dire: non sono fatte per il nuoto, ma per l’ozio. Ci si immerge, si galleggia, si parla, ci si bagna. Si sopravvive, più che altro, al caldo estivo. Si cerca un’illusione che non sia la realtà della città.

SLI0097_websourceCredo sia per questa finalità esclusivamente vacanziera che l’estetica da piscina che affascina me e i più sia quella legata alla piscina estiva. È anche l’estetica che si ritrova maggiormente in quei prodotti culturali, fotografici o librari o di altra forma, che menzionavo prima. Le piscine dipinte da Hockney sono piscine estive, private, e all’aperto. Le piscine descritte da John Cheever in Il nuotatore, il suo racconto più citato, anche. Queste sono piscine da giardino (da backyard) delle ville middle-upper class statunitense, e sul prato intorno si tengono barbecue o cocktail borghesi ma non aristocratici, cocktail per cinquantenni anche uncool, che immagino in camicie a maniche corte o scialbe polo piqué canarino. E infatti, nella trama surreale del racconto (più lo leggo e più penso a una sua potenziale cover tropical-parigina, firmata Cortázar) la fortuna del protagonista Neddy Merrill si disfa lentamente e tristemente come si disfano le fortune borghesi, senza gli spettacolari crolli, che si trasformano in affascinante materia da romanzo, tipici della nobiltà. Nel settembre 2014 Carolyn Kormann, giornalista e scrittrice del New Yorker, ha rivisitato Il nuotatore in una “versione New York“: in una giornata ha nuotato attraverso tutte (no, non tutte: una è rimasta fuori) le piscine di Manhattan. Piscine pubbliche, però, e così l’articolo si tiene lontano dal realismo-surrealismo tragico di Cheever, e in virtù del cambio del tipo di piscina diventa una commedia, affascinante e immaginifica, ma soprattutto assurda e quotidiana.

Per trovare delle piscine pubbliche diverse da queste, da quelle di Parr, da quelle di Manhattan e da quelle di Milano, devo soltanto alzarmi e prendere dalla libreria il grosso volume di Poolside with Slim Aarons, pubblicato da Abrams Books, che raccoglie il meglio delle fotografie a bordo vasca di quello che fu un grande fotografo di guerra, e che terminata la guerra diventerà il più iconico fotografo del jet set class americano ed europeo degli anni ’60 e ’70. Quel jet set poteva dedicarsi quasi esclusivamente a viaggiare, e di conseguenza a cercare, in qualsiasi periodo dell’anno, un posto al sole. Al sole, e a bordo vasca. Il libro si divide in due sezioni: la prima dedicata alle piscine pubbliche, la seconda a quelle private. Pubbliche, ma non, direi, “davvero pubbliche”. Le piscine di Aarons sono quelle dei resort e degli hotel extralusso di Acapulco, Marbella, Algarve, Bahamas, Haiti, Amalfi, Ibiza, Antibes. Le figure non sono schiacciate l’una all’altra come nelle fotografie di Parr, ma sono isolate, a piccoli gruppi, sono colorate, sono belle, muscolose, snelle. Le donne sono quasi sempre in monokini, i seni piccoli e all’insù: c’è un codice estetico unitario, una nobiltà che pare derivare non soltanto dai titoli o dai soldi, ma anche dall’uniformità delle forme del corpo. Le piscine private non sono molto diverse da quelle pubbliche, in Aarons: sono comunque condivise da amici, altre famiglie, partecipanti, ospiti, sdraiati sui materassi in acqua o fuori, seduti a tavolini, o su tripoline o sui gradini che scendono nella vasca. Cocktail, bicchieri, alcolici: sempre, ovunque. A guardarle, con un’esperienza e un’aspettativa di vita piccolo-borghese, viene da pensare che non possono essere reali, deve trattarsi del set di un film, ci dev’essere stato un casting. E invece.

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Le piscine aristocratiche di queste foto sono il contrario delle piscine più comuni: sono elitarie, sono inaccessibili a meno di non possedere una chiave di qualche tipo. Le piscine normali, urbane, no. Anzi: eliminano le differenze. Ci troviamo stesi su asciugamani o galleggianti con una cuffia che contiene i capelli, forse con degli occhialini, scomodi, che pressano sugli zigomi. Non ci sono segni evidenti che indichino chi sono io, e chi è la ragazza a venti metri da me. Soprattutto perché siamo nudi. E probabilmente non ci riconosceremmo, una volta rimessi i vestiti di tutti i giorni. È un’intimità che trovo affascinante, ancora più affascinante di quella che si trova sulle spiagge, al mare: perché è urbana, e inizia e finisce con il varcare la soglia dell’ingresso della piscina, in modo netto. Secondo queste definizioni, le piscine sembrerebbero essere dei tipici non-luoghi, come descritti da Augé. Di certo, se lo sono, sarebbero i migliori non-luoghi del mondo. E per tutti questi motivi è stata una decisione stupida, me ne rendo conto alla fine di questo articolo, decidere di stare a casa.

 

Le immagini, se non segnalato diversamente, sono tutte di Slim Aarons
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