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Come sono cambiati gli zombie dai tempi di Romero a oggi

In principio era la notte, l’apocalisse è arrivata molto dopo: l’evoluzione dei morti viventi, in un omaggio al loro creatore.

Gli zombie ne hanno fatta di strada da quando George A. Romero ha creato il genere nel 1968. Tanto per iniziare, hanno iniziato a chiamarsi zombie, una parola che non compare mai ne La notte dei morti viventi, il capolavoro di Romero che ha fatto scuola, segnando l’inizio di un filone cinematografico assai fortunato, che si è molto evoluto nei decenni. In occasione della scomparsa dello sceneggiatore e regista, morto domenica all’età di 77 anni, vale la pena di ricordare come sono cambiati gli zombie – creature di sua invenzione, perlomeno così come li intendiamo oggi – in quasi cinquant’anni di onorata carriera.

Per prima cosa, mettiamo subito in chiaro di che cosa parliamo quando parliamo di zombie. Può sembrare una cosa scontata, però, come si spiega più in là, non lo è: gli zombie (più raramente “zombi”) sono morti viventi che perdono qualsiasi traccia di umanità e si nutrono dei vivi, che a loro volta, quando sono morsi, si trasformano in zombie. Wikipedia li definisce, elegantemente, «cadaveri rianimati con tendenze cannibali». È un’iconografia cui siamo talmente abituati da essere tentati di pensare che sia sempre esistita. In realtà non è così. Perché, appunto, è stata introdotta per la prima volta da La notte dei morti viventi, uscito per la prima volta nel 1968, anche se poi ha contagiato il cinema horror negli anni a venire.

Eppure, come si accennava prima, nel suo celebre film Romero non utilizza mai il termine “zombie”: i «cadaveri rianimati con tendenze cannibali», perché di questo si tratta, restano prevalentemente senza nome; in una sola occasione, in tutto il lungometraggio, glie ne viene dato uno, ed è “ghoul”, genere di macabra entità soprannaturale che esiste nella letteratura anglosassone a partire dal Settecento, a sua volta ispirata alla tradizione islamica dei “gul”. Furono i fan a ribattezzarli “zombie”, come avrebbe spiegato lo stesso Romero in un’intervista del 2010, così decise di includere il nome nel sequel del 1978, L’alba dei morti viventi. Da dove arrivasse il termine era abbastanza ovvio: nella tradizione haitiana e nella spiritualità vudù, gli zombie sono esseri umani privati della loro forza di volontà, ridotti a una sorta di automi, in uno stato di schiavitù fisica e psicologica. Insomma, più vivi che si comportano da “mezzi morti”, che morti che camminano come i vivi. Un’iconografia a cui però il pubblico occidentale era già abituato da una serie di “zombie movie” degli anni Trenta e Quaranta, che però non parlavano di mostri mangiatori di uomini.

Zombie

Nei decenni successivi, gli zombie, oltra a trovare un nome, hanno subìto altre tre evoluzioni. Prima si sono trasformati da semplici mostri capaci di uccidere e spaventare a piaghe globali in grado di provocare il collasso della civiltà umana. Poi sono diventati veloci. Infine, ma si tratta di una narrazione di nicchia, sono diventati (quasi) buoni. I primi film sugli zombie, infatti, non prevedevano affatto l’avvento di un’apocalisse zombie. La notte dei morti viventi, che come suggerisce il titolo si svolge nell’arco di una notte, si conclude con l’arrivo della polizia. L’idea che l’intero pianeta, o una buona parte di esso, possa collassare a causa di un’epidemia zombie arriverà più tardi e, sebbene non esista un consenso tra i critici sul quale film abbia dato il là al sotto-genere dell’apocalisse zombie, l’elemento era già presente nel secondo lungometraggio di Romero, L’alba dei morti viventi, girato in collaborazione con Dario Argento, che a sua volta riprendeva alcuni elementi di L’ultimo uomo della Terra, il film anni degli Sessanta, che però era ambientato in un’apocalisse di vampiri, e non di zombie. Da allora, anche il sotto-genere dell’apocalisse zombie è diventato molto fortunato, e ci ha regalato classici come 28 giorni dopo di Danny Boyle, serie come The Walking Dead e persino un romanzo, World War Z, da cui è stato tratto un film.

A un certo punto nell’evoluzione del filone, c’è stato un bivio: da un lato i film sugli “slow zombie”, gli zombie lenti fedeli ai primi “ghoul” di Romero; da un lato i “fast zombie”, quelli descritti dal Washington Post come «zombie che cacciano come dei velociraptor, anziché trascinarsi come degli ubriachi». Quella degli zombie veloci, sostiene il Post, è un’invenzione relativamente recente. Secondo alcuni critici, a introdurre questa nuova categoria sarebbe stato proprio 28 giorni dopo, un film del 2002 che ha «cambiato le nostre aspettative di che cosa può essere uno zombie» e a cui sono seguiti vari sequel. Un’altra fortunatissima saga sugli zombie veloci è quella di Resident Evil, iniziata anch’essa nel 2002 e ispirata agli omonimi videogame.

Negli anni Dieci, poi, sono arrivati anche gli zombie “normalizzati”, che vivono una vita (quasi) normale pur essendo a tutti gli effetti zombificati: due esempi sono la serie americana iZombie e quella britannica In The Flesh, dove il genere umano è uscito vittorioso da un’apocalisse zombie e tenta di re-inserire i non-morti nella società… purché assumano dei calmanti. Gli zombie ormai popolano anche i cartoni animati per bambini, da Pukka a Camp Lakebottom. Le creature di Romero hanno pervaso la cultura pop in ogni suo aspetto, fino a non fare quasi più paura.

Nelle immagini: 5 luglio 2017, Amburgo: manifestazione di “zombie” organizzata  per sensibilizzare sui temi dei cambiamenti  climatici in vista del G20 (Sean Gallup/Getty Images); 6 ottobre 2012, Turners Hill, GB: una folla cerca di battere il Guinness World Record per il numero di zombie in un luogo (Peter Macdiarmid/Getty Images)
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