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14:31 lunedì 5 ottobre 2026
Bernie Sanders che “apre” il concerto degli Strokes a New York è certamente uno dei crossover più strani e divertenti di sempre È successo venerdì 2 ottobre, a Flushing Meadows. Sanders si era pure proposto per cantare un paio di canzoni, ma poi ci ha ripensato.
Pedro Sanchez è il primo Presidente del Consiglio al mondo che si dimette e fa cadere il suo stesso governo a causa della crisi abitativa L'ormai ex Primo Ministro ha convocato elezioni anticipate per il 29 novembre e ha ammesso che il suo governo non è riuscito a fare tutto ciò che avrebbe voluto e dovuto.
Per smaltire dei robot umanoidi ormai vecchi e obsoleti, un’azienda li ha addestrati a buttarsi nell’acciaio fuso Se state pensando a quella scena di Terminator 2, è perché l'idea è tratta proprio da quella scena di Terminator 2.
Ci sono così tante stroncature di Digger che i produttori le stanno usando nella campagna promozionale del film (e per dire che i critici non ci hanno capito niente) Una trovata che non si è rivelata granché efficace: il film ha incassato solo 8 milioni di dollari negli Usa ed è già considerato il peggior flop della carriera di Tom Cruise.
Per la prima volta nella storia, il caffè è stato coltivato e raccolto interamente in Italia. E sì, c’entra il riscaldamento globale Dopo un secolo di tentativi falliti, c'è riuscita una famiglia di torrefattori di Palermo. È un'ulteriore prova della tropicalizzazione dell'agricoltura italiana.
Le case editrici e le tipografie ucraine sono diventate uno degli obiettivi più colpiti dall’esercito russo Una vera e propria strategia, ormai. Tanto che in questi attacchi è andato distrutto un terzo dei libri stampati in Ucraina nel corso dell'anno.
È uscito un videogioco in cui l’unica cosa da fare è andare a un rave illegale e ballare tutta la notte Si chiama Afters, è gratuito e lo ha realizzato un game designer a cui l'idea è venuta dopo una notte passata tutta a ballare a un rave illegale.
La cosa incredibile di questa crisi energetica è che tutti sapevano che prima o poi sarebbe arrivata, perché tutti sapevano che le scorte di petrolio prima o poi sarebbero finite Ed evidentemente nessuno è riuscito a fare nulla per evitare lo scenario peggiore. Che è quello che stiamo vivendo in questi giorni.

Perché abbiamo bisogno dei talent

Fanno bene o fanno male alla musica? Di sicuro, al momento, sono il più bello spettacolo televisivo.

22 Novembre 2017

Fino a non troppo tempo fa, in ogni intervista a un cantante italiano che dio mandava in edicola (pensate, c’erano ancora le edicole) spuntava sempre quella domanda obbligatoria: i talent fanno bene o fanno male alla musica? Un po’ come succede oggi, che agli attori e ai registi bisogna scucire per forza un commento sulle molestie sessuali. Comunque. La questione restava aperta. C’erano quelli pro e quelli contro, quelli che figata! e quelli che giammai!, e soprattutto quelli «non mi schiero, sai mai che un giorno non mi chiamino a fare il giudice da qualche parte». Sappiamo com’è andata: hanno vinto i talent, figurarsi poi in Italia, repubblica democratica fondata sulla televisione. Tutti guardiamo ancora X-Factor non tanto per ragioni musicali, ma perché è il più bel programma di intrattenimento in onda sui canali nazionali. Poi, incidentalmente, nel corso degli anni ci si è accorti che qualcosa in termini discografici la muoveva davvero, lui come i format affini. La gente che veniva dai talent vendeva i dischi, che si chiamasse Marco Mengoni o The Kolors. E la musica italiana ha dovuto iniziare a farci i conti.

Il nostro problema, da pubblico super cool hype trending topic quale siamo, è che vogliamo sempre sentirci parte di qualcosa di più grande. Di un mercato che pensiamo di poter condizionare noi, coi nostri gusti, le nostre playlist su Spotify, i nostri preferiti della squadra di Levante o di Manuel Agnelli. Per questo ci piacciono i giudici che ai loro concorrenti fanno cantare Macklemore o Lisa Hannigan, anche se quello che quei ragazzi possono poi sperare di trovare là fuori è – nel migliore dei casi – la carriera di Alessandra Amoroso. Del resto qui da noi funziona così da sempre, siamo condannati ad essere e restare il paese delle Grandi Voci. Già dalle audizioni di X-Factor, chi ha quella migliore (o presunta tale) viene eletto da noi giurie social il cantante più bravo di tutti i tempi. Quest’anno una ragazza che ha cantato Sally ai provini è finita subito nella homepage di Repubblica.it, per quel che può valere. Nell’ultima puntata le hanno assegnato La donna cannone e si è presa i fischi. A me pareva la stessa prima e dopo, non c’ha manco vent’anni, mica si diventa Ornella Vanoni con un rvm montato bene. Ma così era stato deliberato: il social, che prima aveva dato tutto, tutto ha tolto.

X Factor 11 - October 26, 2017

Il problema del mercato di casa nostra è vero. Tolto il cantautorap, come si dice adesso, oggi si muove ben poco: e anche di Ghali ce n’è comunque uno su un milione. Siamo ancora quelli che all’estero esportano solo Il Volo e che pure in patria – parlo della vastissima scala – continueranno a preferire il lato Tiziano Ferro di Tiziano Ferro rispetto al lato Frank Ocean di Tiziano Ferro. In questo senso, ha ragione Mara Maionchi: facciamo cantare i nostri cantanti in italiano, tanto là fuori non troveranno produttori inglesi e americani, e conseguente mercato. (E non facciamoli cantare in italiano scimmiottando generi che si adattano bene solo all’inglese: ma questo è un altro discorso.)

Nello scovare nuove star della musica, i talent hanno certamente riempito un buco. Il Festival di Sanremo è da anni che non fa nascere sul suo palco nomi che resistono al tempo: della nuova generazione, mi vengono in mente solo Arisa e Francesco Gabbani (e la durata di quest’ultimo è ancora tutta da vedere). I talent si sono messi a fare quel lavoro lì, ma chi trova fortuna fuori non sono certo quelli che, coreografati da Luca Tommassini, promettevano di essere i nostri Drake o Nicki Minaj. Sono le Grandi Voci, che vi piacciano o no: Marco Mengoni, appunto, e Giusy Ferreri, Emma, Noemi, Chiara Galiazzo, Francesca Michielin, più una sfilza di giovanotti defilippici che non conosco perché ormai sono mio nonno.

I grandi big continueranno a riempire gli stadi e i palazzetti (e a suonarci sempre di più: sappiamo come stanno messe le vendite dei dischi). Ma al centro della musica italiana degli ultimi anni c’è, in misura sostanziale, la televisione. Non solo, direte voi: e c’avete ragione. Ci sono i rapper, appunto. E la scena indie, che cresce perché alla maggior parte di noi Lorenzo Fragola non basta, non è mai bastato. Qui però si profila un altro scenario ancora: gli indie si portano appresso il pubblico indie, che tale vuole rimanere. È la stessa sindrome congenita alla sinistra minoritaria, il «si stava meglio quando si stava in pochi». A me i Thegiornalisti sembrano sempre gli stessi, anche ora che Tommaso Paradiso fa la pubblicità dei jeans da sex-symbol di Roma Nord. Ma ho sentito molta gente dire che «ah, quando cantavano Promiscuità sì che erano dei fighi, mica ora che sotto il sole sotto il sole di Riccione di Riccione». Per non dire di Brunori Sas, che nell’ultimo disco «si è snaturato» (ho sentito pure questa): l’antipatia sta nel fatto che quel disco ha venduto più degli altri, che l’hanno ascoltato persone che non erano solo i nostri quattro amici. È quell’eterno bisogno di contarsi tra pochi che non morirà mai, e poi capisci perché le folle corrono a vedere Biagio Antonacci.

X Factor 11 - October 26, 2017

La musica dal vivo è un altro problema ancora. Tolti quelli che – un po’ perché con la musica ci lavorano, un po’ perché c’hanno gli amici che con la musica ci lavorano – vanno ai concerti al 99% senza pagare, conosco pochissima gente che va ai concerti con una certa frequenza comprandosi il biglietto. A Milano, poi, il dramma è che su media scala si suona ormai pochissimo, molto meno che a Roma, Torino, Bologna. L’ultima notizia è che chiuderà pure la Salumeria della Musica, baluardo cittadino per musicisti indipendenti. Motivazione: i conti non vanno male, ma siamo costretti a proporre un cartellone che culturalmente non ci rappresenta più. Gli indie vogliono restare indie (e andare ai concerti gratis: quelli che culturalmente valgono meno evidentemente spendono di più). E dunque continueremo a guardare i talent solo perché al momento sono il più bello spettacolo televisivo, per dire che il concorrente di Fedez è meglio del concorrente di Agnelli, per urlare che noi una canzone di Dua Lipa non l’avremmo assegnata mai, e poi quello che uscirà da lì e avrà successo sarà il nuovo Lele, e diremo che la musica italiana fa schifo.

Foto Getty
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