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Oltre il cliché del chemsex

Dal Corriere in giù, l'interesse del mainstream per la vita notturna omosessuale è sensazionalistico e morboso. Un debunking personale.

Ma non è che certi soldi pubblici vanno a finire in sex club gay di cui risulta membro tesserato il presidente dell’Unar (che questi soldi, peraltro, li stanzia)? Una recente inchiesta de Le Iene, microfono alla mano di Filippo Roma, verte attorno a una domanda: che cos’è una dark room? E un glory hole? Al quesito cardine della questione pare sappiano rispondere solo gli omosessuali perché, parrebbe, si tratta di due pratiche di «sesso estremo gay» (anche se, viene da notare per amor di linguistica, il glory hole è un buco nel muro e non una pratica). Certo non c’è da sorprendersi che gli eterosessuali facciano scena muta se si prende a campione di “sesso estremo etero” Cinquanta sfumature di nero, attualmente in sala, 15 milioni di euro di incasso italiano, in cui il fantascientifico protagonista tiene in mano un paio di pinze per capezzoli per venti secondi prima di rimetterle sulla mensola su cui stavano. Eppure mi pareva di ricordare, per restare in ambito, che Marianne Faithfull, nel ruolo di Irina Palm, avesse già sdoganato l’eterosessualità della “pratica” glory hole, nell’ormai lontano 2007.

In ogni caso, all’inchiesta delle Iene seguono dimissioni, sospensioni di quei famosi fondi e minacce di chiudere l’Unar; così il Corriere della Sera coglie furbescamente la palla al balzo e mette online un lungo e nebuloso “Viaggio nel sesso estremo” il cui autore ricordavo essere particolarmente attivo nel settore aeronautico e non nella movida da bere, ma soprassediamo. Già alla fine del 2013, ricordo anche, che il quotidiano milanese aveva colto al balzo la condanna di don Riccardo Seppia, ex sacerdote di Sestri Ponente e, raccontando i passatempi dell’uomo di chiesa all’Illumined, centro del cruising omosessuale a Milano, definiva il locale privato «una sorta di ghetto del sesso», comprensivo di «tanti termini inglesi sul sito: dark room, gay man only, video show, bar, fetish, strip show».

Il locale british, con tanto di bar evidentemente importato dalla lingua britannica, viene ripreso dall’autore dell’articolo di questi giorni, che non lo cita direttamente ma sceglie una sineddoche («in un piano si accede soltanto se nudi») e la condanna, questa volta, è per la droga che cade dal soffitto sui visitatori (poverini). Prima tuttavia si passa per un altro cruising bar, l’Hot Dog Club, citato indirettamente per una «iniziativa» promossa su certi social chiamata Giovani Fuckers, una «speciale orgia gay giovani» under 33 a cui io, per amor di esplorazione, decido di partecipare, nonostante non sia mai stato un grande amante di Verne.

Teddy, a Lebanese university graduate, p

L’autore dell’inchiesta sul Corsera trova alla base del «sesso con chiunque, con o senza protezioni» sostanze stupefacenti, «dal popper alla cocaina». Premettendo dunque che non ho mai amato neanche Burroughs né i suoi compari, e che in ventisette anni non ho mai fatto un tiro di sigaretta né di canna, che ancora non distinguo (neanche per iscritto) l’erba dal fumo, che non ho mai preso pastiglie neanche per il mal di testa e che non bevo alcool per tenermi gli addominali, entro all’Hot Dog disinteressato all’aspetto droga, ma sicuro – grazie all’articolo e all’inchiesta de Le iene – che mi offriranno sia quella che prestazioni sessuali, soft e hardcore.

Invece succede che mi ritrovo davanti cinque ragazzi che presto diventano quattro (uno se ne va profondamente deluso), due dei quali miei coetanei che si spostano agli armadietti perché uno, alle cinque del pomeriggio, deve mangiare del riso lesso dal tupperware che si è portato. Circa cinquecento grammi di riso, mangia, in piedi, davanti agli armadietti; così parliamo, come si fa dal parrucchiere, di quella volta che, colpito da influenza intestinale, ha passato le vacanze in Portogallo dentro a un pronto soccorso dove non sapevano cosa dargli da mangiare (da qui, deduco, la scelta del riso). «Se arrivano subito almeno tre bei passivi disponibili», aveva scritto l’organizzatore dell’evento nella newsletter, «iniziamo con gang anziché sega di gruppo». E invece ci ritroviamo a essere così pochi che non c’è gang né sega e tutti e cinque vinciamo un ingresso omaggio per quando si rifarà. «Portate i vostri giovani scopamici così siamo di più».

Non mi sorprendo: questi locali – forse l’autore dell’articolo non lo sa – aperti ventiquattr’ore su ventiquattro, sono noti per essere frequentati da «vecchi cessi grassi», da «disperati» (riporto epiteti effettivi), non certo da ventiquattrenni che dimostrano meno dell’età che hanno: potrebbe succedere, ma siamo vicini alla fantascienza. Come risulta fantascientifica la capacità di Grindr, da Cimiano dove si trova l’Hot Dog Club e quindi dove si trovava l’autore dell’articolo, di intercettare i gay connessi di Centrale, o di San Babila, che lo invitano ai festini (già quelli online a Pasteur sono invisibili, pure dall’account Pro).

Probabilmente il giornalista del Corriere Grindr non ce l’ha, e non sa che è stato pensato per conducenti di mezzi pubblici, corrieri espressi e tassisti, non per gente che è condannata a vedere tutti i giorni solo gli avatar  dei propri vicini di casa, dei colleghi di lavoro. Non sa neanche che in una sera è molto difficile che arrivino così tanti inviti per chemsex party a uno sconosciuto che reputiamo etero e senza foto profilo, o almeno senza foto in cui gli si vede un muscolo settentrionale (uno sconosciuto che potrebbe essere, diciamo ad esempio, un giornalista sotto copertura). Infatti l’autore dice di essersi fatto aiutare da un «Cicerone» che supponiamo – noi che Grindr ce l’abbiamo – abbia partecipato a festini orgiastici, e gliel’abbia raccontato al tavolino di un bar, o al limite che abbia un gruppo che fissa incontri regolari: ma allora questo farebbe di lui un teste, non una guida museale.

Teddy, a Lebanese university graduate, p

Lo stesso autore dei Giovani Fuckers ha un’iniziativa ben più nota, la Monta delle Vacche: quasi 140 edizioni tra Padova, Roma, Rimini, Verona, Firenze, Napoli, Palermo e la stessa Milano. Il grottesco gioco di ruolo consiste nel coprire con passamontagna gli occhi dei bottom, i ragazzi che si fanno penetrare, che devono accettare supinamente (e consenzientemente) la cosa. Il gioco sta in questo; ma tra le Faq del sito ufficiale si legge già alla terza riga: chi controlla se indossa il preservativo? E si ricorda che è assolutamente obbligatorio cambiare preservativo a ogni monta. Riesumo Verne e vi partecipo: il personale adibito gira per il locale con in braccio rotoli di carta assorbente e condom, che vengono distribuiti gratuitamente per chi, a differenza mia, non se ne fosse riempito i calzini. Sorvolo sulla comicità della gente incappucciata che cerca di salire per le scale e sorvolo sull’odore di sudore. Il sesso non protetto non è obbligatorio né suggerito: è una scelta soggettiva come uscire senza giacca mentre piove. Neanche qui qualcuno mi offre della droga: inizio a prenderla come un’offesa personale. Un paio di persone nascondono, nei calzettoni altissimi, boccette di popper che tuttavia custodiscono gelosamente per loro.

Nella loro impegnatissima notte, il giornalista e Cicerone si spostano dai locali tipo questo ai festini tossico-orgiastici in casa, invitati da queste valanghe di pr digitali come se si trattasse di serate di Capodanno; con i loro strumenti di precisione contano a Milano «anche dieci chemsex party a settimana». Ma l’inchiesta – forse mi sono distratto – non verteva sui fondi pubblici messi a disposizione per usi dubbiosi di locali privati? È cambiata? O si suppone forse che anche i gay drogati (che è una categoria della più ampia macro-categoria dei gay) ricevano sovvenzioni statali per le loro feste in casa?

L’interesse per il sex, a questi famigerati festini tossicologici, dopo la parte chem rasenta quasi lo zero

Sono piuttosto sicuro che l’interesse per il sex, a questi famigerati festini tossicologici, rasenti quasi lo zero dopo la parte dedicata al chem: accetto un invito su Grindr e mi ritrovo in una camera d’ostello, in periferia, con un cinquantunenne che sta al computer e un ventiseienne che non ha le forze per stringermi la mano; comprendo di trovarmi in una palafitta dello spaccio. Apprendo che il cinquantunenne non è stabile a Milano ma avvisa i suoi discepoli quando ci torna. Non arriva nessun altro, loro si fanno di crack e io me ne vado rubando, come si fa negli alberghetti, la saponetta del bagno. Ma la questione dev’essere diventata un’ossessione per i redattori del Corriere: altrimenti non si spiega come mai, dopo quattro giorni dall’inchiesta, sempre sul sito web del quotidiano, rispunta l’architetto, 35 anni: «Ho rischiato di morire nel vortice del chem sex».

La firma questa volta è di una donna, specializzata in rubriche della salute, che già il 21 novembre scorso, sullo stesso giornale, aveva raccontato di coiti e droghe sintetiche psicoattive. Quella volta però la foto d’apertura era una giovane donna, di profilo, in discoteca. Improvvisamente questa settimana i dati riportati, copiati e incollati dall’autunno, (a cui non è stato aggiunto il ricommercializzato kamagra) riguardano la sola comunità omosessuale, raccontata da un gay redento di «buona posizione», terrorizzato dalla «paura di morire» di fronte a «particolari agghiaccianti» che però sono «agghiaccianti» per lei che scrive e non per lui che racconta: ma a ogni modo, sono ancora una volta quasi tutti festini in casa, «della durata di 24 ore» (che un tedesco medio sorriderebbe se ci leggesse dato che è abitudine entrare in certe discoteche di venerdì sera e uscirci il lunedì).

Ok, ma il finanziamento pubblico per i sex club? E che cos’era il glory hole, poi? Interviene Andrea Gori, direttore dell’Unità operativa Malattie infettive dell’Azienda ospedaliera San Gerardo di Monza: «Nelle comunità gay milanesi, bolognesi e romane si stima che l’8% pratichi il chemsex, percentuale in aumento». Eppure mi ricorderei, in questi dieci anni che vivo a Milano, se qualcuno per questo sondaggio mi avesse domandato se lo pratico anch’io, ‘sto chemsex (o il mio coinquilino). A stupire è soprattutto come quest’attenzione particolare per il mondo gay nel mainstream sia diventata una sorta di ossessione morbosa. Eppure a volte basterebbe guardare più vicino, senza passare per i Ciceroni e i particolari agghiaccianti: «Questa è la bibbia della gnocca!», proclama il sito GnoccaTravels, dove molti utenti (maschi ed etero) recensiscono le prestazioni di massaggiatrici e prostitute, si consigliano sulle escort dentro e fuori dai locali e nomi da fare nei centri benessere. Organizzano viaggi di sesso, passano da «esperienze pay di qualità» a «sesso free», «in FKK e night club», con annunci da 700 mila visualizzazioni. Che usino droghe o meno non ci interessa, pare: sono, d’altronde, eterosessuali.

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