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Viaggio in Kazakhstan

Come fanno i paesi come questo a farsi accettare nei salotti buoni delle democrazie? Con le pubbliche relazioni. Quella volta che siamo stati ad Astana.

Negli ultimi dieci anni s’è fatta largo una categoria di paesi che sono riusciti a sostituire le riforme democratiche con operazioni di pr. E credo che grande merito di questo passaggio vada alle grandi agenzie di Bruxelles, di Londra e Washington che si sono messe al lavoro su questo filone e hanno ottenuto risultati grandiosi: non deve essere facile convincere un vecchio monarca cresciuto secondo le norme della dottrina sovietica che una foto sull’edizione weekend del Financial Times vale più di un sacramento al politburo. Certo, qualcuno può dire che tutto è cominciato quando Mobuto Sésé Seko, il presidente dello Zaire con la papalina di giaguaro e gli occhiali da filosofo esistenzialista, portò a Kinshasa Mohammed Alì e George Foreman per la più grande riunione di boxe che la storia abbia mai conosciuto, ma quelli erano gli anni Settanta, c’era il colonialismo, l’apartheid, e roba come le Black Panthers, insomma, era decisamente un altro mondo.
Qui invece si parla di pr belle e buone, di pubblicità, di sponsor, di agenti che guidano minivan carichi di giornalisti stranieri per raccontare che infondo la vita nella steppa non è poi tanto male. Per esempio i consiglieri del governo azero sono riusciti a piazzare il logo del loro paese sulle maglie dell’Atletico Madrid. Per chi se lo chiedesse, l’Azerbaijan è un angolo di terra sulle coste del Mar Caspio, ha dieci milioni di abitanti e riserve di petrolio per i prossimi cent’anni. Il presidente si chiama Ilham Aliyev, è sui cinquanta e potrebbe restare al potere per tutta la vita: per ora la democrazia non è in cima ai suoi pensieri, ma in compenso il paese va fortissimo all’Eurovision, i ministri azeri sono di casa a Roma e Londra e portano sempre in valigia una rivista Conde Nast che si chiama Baku, come la loro capitale.

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Ma questo è nulla in confronto a quel che ho visto in Kazakhstan. Un paio d’anni fa ho visitato Astana, la città più grande e meno popolata di questa enorme nazione – il Kazakhstan da solo è grande più o meno quanto il territorio dell’Ue. Cinque giorni, cinque ore di fuso orario da recuperare sdraiati su tre poltrone in fondo all’aereo per resistere alla sequenza di incontri con vicepremier, vicesegretari, vicepresidenti delle compagnie di stato. (Uno dei fattori ricorrenti in questo genere di viaggi è che non si vedono quasi mai i veri responsabili di un ministero o di una società, per qualche motivo misterioso ognuno di loro ha dovuto rinunciare alla riunione all’ultimo momento, ed è per questo che l’agente di pr entra in scena, si scusa per l’inconveniente e annuncia un pranzo con il braccio destro, uno che non potrà parlare a nome del governo, “lo potete capire vero?”, ma proprio per questa ragione potrà spiegare “senza filtri” quel che accade qui). Così, al bancone del ristorante Barkhat, troviamo un funzionario del ministero degli Esteri che si chiama Arkady e comincia la serata chiamando il cameriere con un cenno della mano e chiedendo shubat per tutti. Lo shubat è latte di cammello che si beve in un bicchiere per la vodka, insomma, non è la prima cosa che vorresti nello stomaco dopo un volo di sei ore, ma Arkady vuole festeggiare la nascita del suo terzo figlio e quindi si tratta di un brindisi che non si può rifiutare. E dopo lo shubat comincia la conversazione senza filtri sul Kazakhstan. Arkady comincia dal meteo: ad Astana c’è molto freddo, s’arriva a meno quaranta d’inverno, ma da quando il Primo Presidente si è trasferito qui la temperatura media si è alzata di due o tre gradi. Al tavolo ci guardiamo con un po’ sospetto e non è tanto per il dato sul meteo: vogliamo sapere più che altro chi è il primo presidente, e quali poteri possiede. Capiamo in fretta che il Primo Presidente ha poteri illimitati in Kazakhstan.

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Il suo nome è Nursultan Nazarbayev, non è soltanto il “primo presidente” nella storia di questa giovane nazione ma è anche l’unico, dal momento che il paese è nato nel 1991 e da allora nessun altro è riuscito a contendergli il potere. Quelli che ci hanno provato sono divisi equamente in tre categorie: rifugiati politici; vittime del regime; uomini d’affari scappati all’estero con una discreta quantità di denaro. (Mukhtar Ablyazov, il marito della donna espulsa dall’Italia con la figlia di sei anni per chissà quale ragione appartiene alla categorie numero uno e numero tre, e può sempre finire nella seconda). Nazarbayev ha avuto il merito di unire questa terra che appartiene alla steppa, conta circa quindici milioni di anime ed è tenuta in grande conto per le riserve di petrolio. E negli anni ha messo in sceno una gloriosa finzione democratica che si svolge proprio ad Astana, la città costruita dal nulla nel 1995. Al centro c’è il palazzo Ak Orda, la residenza del presidente, che è modellata sul disegno della Casa Bianca ma è grande cinque volte tanto: una volta entrati si vede un grande quadro intitolato “Il Sogno” il cui il Primo Presidente attraversa ali di folla in festa, e fra il pubblico spuntano tre presidenti russi (Eltsin, Putin e Medvedev), Sarkozy e Berlusconi. Di fronte al palazzo presidenziale si alzano le torri del ministero degli Esteri (è un monumento gotico donato al governo kazako dai colleghi di Pechino); una piramide di vetro alta come San Pietro che s’illumina di notte ed è usata per balletti ed incontri religiosi; e una torre di novantasette metri fatta di vetro e di acciaio in cui si può posare accanto al calco della mano di Nazarbayev. Ma il vero trionfo di Nazarbayev è il Kahn Shatyr, la tenda del sultano, un complesso di negozi europei e appartamenti lussuosi costruito sottoterra: all’ultimo piano c’è persino una spiaggia artificiale fatta con le palme dei caraibi e la sabbia della Malesia, e una bella ragazza kazaka di nome Yuliana accoglie gli ospiti all’ingresso con un accappatoio bianco. Il problema di Kahn Shatyr, che poi sarebbe il problema di Astana e in un certo senso il problema di tutto il Kazakhstan, è che qui non si vede nessuno, le strade sono quasi vuote, nei centri commerciali passeggiano poche persone, nelle edicole i pacchi di giornali sono ancora immacolati.

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Arkady al secondo giro di shubat spiega che bisogna guardare Astana con “prospettiva”: Nazarbayev ha trasformato il Kazakhstan in un paese moderno, nessun’altra nazione in Asia Centrale è così ricca e prospera e sarebbe un errore non risconoscere i suoi meriti. Poi fa il conto degli investimenti affrontati negli ultimi anni, dei consulenti famosi come Tony Blair, dei successi del Team Astana, la squadra di ciclismo in cui ha chiuso la carriera Lance Armstrong, e tutto questo prima che la cameriera in abiti tradizionali arrivi a tavola con il kebab di cavallo. Ma dietro quelle operazioni c’è una piccola cerchia di uomini di stato che è scampata alla fine del comunismo, ha conservato il potere grazie a prigioni e petroldollari, e infine è riuscita a mettere piede in qualche salotto europeo. Sono sceicchi orientali, e forse un giorno riusciranno a trasformare la steppa in una spiaggia tropicale: a volte il percorso di un popolo prevede tappe in sandali di gomma.

 

Foto Getty Images: una veduta di Astana, Kazakhstan

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