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Vedi all’hashtag “Narcos”

In Messico Twitter è uno strumento per combattere i cartelli - ma anche per diffondere il panico

Sono circa le cinque del mattino del 9 novembre a Nuevo Laredo (città del Messico nord-orientale, a poco meno di un chilometro dal confine con il Texas) quando i telefoni del centralino d’emergenza 066 squillano. C’è un cadavere all’incrocio tra il viale Paseo Colón e la via Leandro Valle, avverte l’anonimo segnalatore. Gli agenti convergono sul posto e trovano un corpo riverso a terra ai piedi della statua di Cristoforo Colombo. Ha una maglietta bianca sollevata all’altezza del costato, mutande azzurre, pantaloni scuri e segni di tortura. Le mani sono ammanettate dietro la schiena. La testa giace per terra, staccata dal tronco. Sotto la salma c’è la narcomanta, un telo bianco sporco di sangue sul quale c’è scritto: “Ciao, sono ‘Rascatripas’ e questo mi è successo perché non ho capito che non si devono pubblicare certe cose sui social network”.

L’identità dell’uomo è sconosciuta. Sulle prime tutti i media riportano che ‘Rascatripas’ – questo il nickname del morto – è uno dei moderatori del sito web anti-narcosNuevo Laredo en Vivo”. Ma qualche giorno dopo lo stesso sito smentisce con un tweet: “La persona assassinata non era un collaboratore del nostro sito, ma questo è stato senza dubbio un tentativo di zittire le voci di Nuevo Laredo”. L’ennesimo tentativo, ad essere precisi. Lo scorso 25 settembre la giornalista-blogger María Elizabeth Macías Castro, aka “LaNenaDLaredo” (La ragazza di Laredo), venne trovata senza vita per le strade della città di frontiera messicana, con una tastiera vicino al corpo e la testa con indosso delle cuffie a qualche metro di distanza. Il giornale locale per cui la trentanovenne lavorava non ha avuto il coraggio di riportare la notizia. Il 13 settembre i cadaveri di due giovani furono visti penzolare da un ponte sulla strada che porta dalla città all’aeroporto. Un uomo e una donna sulla ventina – quest’ultima sbudellata. Attaccato ad una recinzione, il cartello giallo di rivendicazione recitava: “Questo è quello che succederà a tutti gli spioni (Frontera al Rojo Vivo, Blog del Narco o Denuncia Ciudadano). State attenti, perché vi teniamo d’occhio”. Firmato: Z. Ovvero Los Zetas, l’ultraviolento cartello creato alla fine degli anni ‘90 da ex soldati delle Forze Speciali messicane e Kaibilesguatemaltechi, da un paio d’anni staccatosi dall’orbita del Cártel del Golfo.

La guerra al narcotraffico iniziata nel 2006 dal presidente Felipe Calderón negli ultimi tempi ha visto aprirsi un altro fronte di battaglia: quello online. A parte qualche eccezione, la stampa è inesistente in certe zone. Alcuni gruppi editoriali hanno de facto rinunciato a pubblicare notizie su sparatorie ed omicidi. Formalmente è per non far risaltare l’operato dei cartelli. Sostanzialmente è per pura sopravvivenza. È la regola non scritta del “plata o plomo”. Argento o piombo. Soldi o morte. I giornalisti che non cedono alla corruzione o si rassegnano all’autocensura hanno ben chiara la fine che qualche narcos in passamontagna riserverà loro – e finora un numero piuttosto elevato di loro ha assaggiato il plomo.

Costretti a brancolare nelle tenebre del blackout informativo, i cittadini messicani hanno trovato nei blog e social network un’inestimabile fonte d’informazione. “Il governo e i media fanno finta che non stia succedendo nulla”, diceva l’anno scorso in un’intervista al sito BoingBoing il fondatore di Blog del Narco, un blog che negli anni è diventato una sorta di macabro almanacco di massacri, esecuzioni sommarie e decapitazioni con motoseghe, spesso usato dagli stessi narcotraficantes per lanciare messaggi agli avversari. Tuttavia, se durante la Primavera araba i social network hanno rivestito un ruolo essenzialmente politico, in Messico sono usati per informazioni pratiche: dov’è quel Suburban in fiamme? Quel botto che ho sentito era un petardo o una granata? È sicuro percorrere quell’autostrada in questo momento? Posso uscire di casa senza essere crivellato dai cuernos de chivo (l’AK-47, nel gergo mafioso)? “Non sono atti di sedizione politica – ha dichiarato al New York Times il professore esperto di cultura messicana Nicholas T. Goodbody – o tentativi in tempo reale di cambiare il governo. Queste sono persone che cercano di restare a galla nella vita di tutti i giorni”.

In tal senso, le città di Monterrey e Veracruz costituiscono degli autentici casi scuola. La prima è una delle città più ricche del Messico, a pochi chilometri dal Texas. Fino a qualche anno fa, i suoi abitanti prendevano la macchina, attraversavano il confine e passavano un tranquillo weekend a San Antonio, Austin o Corpus Christi. Ma ora i cartelli hanno trasformato quel territorio in uno scenario di guerra, e percorrere quelle autostrade è impensabile, senza un’arma carica sul cruscotto o uno smartphone con installata l’applicazione di Twitter. Grazie ad alcuni utenti (specialmente @trackmty, @spseguro e @mags_sp) e hashtag, i cittadini possono calcolare in tempo reale la rotta di navigazione più sicura, evitando il fuoco incrociato delle bande rivali.

Veracruz, invece, è una città marittima sulla costa orientale che recentemente è stata sconvolta dalla faida tra Los ZetasMata Zetas, ossia gli “Ammazza Zetas”, un gruppo che gli inquirenti ritengono collegato al cartello di Sinaloa di Joaquín “el Chapo” Guzmán (per FBI e Interpol il ricercato numero uno, dopo la morte di Bin Laden). La mattina del 23 settembre molti automobilisti si sono trovati di fronte ad una scena raccapricciante – anche per gli standard messicani. Due furgoni letteralmente ricolmi di cadaveri sbarravano un sottopassaggio di una strada molto trafficata. Tra uomini e donne se ne contavano trentacinque: tutti ammanettati, torturati e ammassati l’uno sull’altro. Ben prima che polizia e procuratori giungessero sul posto, un fiume di tweet invitava caldamente chiunque si fosse trovato nei paraggi a evitare quell’orrido altare eretto alla Santa Muerte.

Curiosamente, negli stessi momenti in cui Twitter si riempieva di paura e disgusto, l’Assemblea dello Stato di Veracruz approvava la legge “anti-allarmismo”, che in sostanza persegue penalmente chiunque diffonda sui social network qnotizie “atte a turbare l’ordine pubblico”. La misura normativa è la diretta reazione a quanto successo alcuni mesi prima. Due cittadini avevano segnalato su Twitter che i narcos stavano sequestrando i bambini nelle scuole. Letti i tweet, i genitori si erano fiondati per strada e avevano cercato di raggiungere i propri figli il prima possibile. Alla fine della giornata la polizia aveva registrato 26 incidenti d’auto. Ma dei narcotraficantes non c’era nemmeno l’ombra: seppur in buona fede, si trattava di un falso allarme. I due cittadini erano stati prontamente accusati di “terrorismo” e “sabotaggio”, ma infine graziati dal governatore.

Lo storico francese Marc Bloch, in “Réflexions d’un historien sur le fausses nouvelle de la guerre” (1921), scrive: “Le notizie false nascono spesso da osservazioni individuali inesatte o da testimonianze imperfette […]. L’errore si propaga, si amplifica e vive solo a una condizione: trovare nella società in cui si diffonde un brodo di coltura favorevole. In quell’errore, gli uomini esprimono inconsciamente i propri pregiudizi, odi e timori. Una notizia falsa nasce sempre da rappresentazioni collettive preesistenti”. Considerato che la guerra ai narcos continua a raggiungere abissi di violenza sempre più profondi, il “Sequestro Dei Bambini” era un evento tutt’altro che implausibile nella rappresentazione collettiva dei messicani. E quindi, sebbene la legge di Veracruz sia rivolta a reprimere i falsi rumours propalati ad arte, molti criticano questo impianto legislativo proprio per il rischio di incriminare utenti indipendenti che semplicemente sbagliano un tweet.

Se da un lato c’è dunque una popolazione terrorizzata che cerca disperatamente nuovi metodi per difendersi dalla brutalità mafiosa, dall’altro i cartelli usano i social network per stanare blogger e utenti che danno loro fastidio, per fare propaganda e anche per depistare la polizia. In più di un’occasione, infatti, i narcotraficantes hanno segnalato su Twitter e Facebook scontri in zone in cui non stava succedendo nulla al fine di attirare sul luogo polizia e federales ed agire indisturbati in altre parti delle città. Un giornalista residente a Matamoros ha sostenuto: “Abbiamo assistito alle infiltrazioni delle organizzazioni criminali che usano i social media per spargere indiscrezioni che creano psicosi di massa. Ben lungi dall’essere calmata, la gente si spaventa ancora di più”.

La possibilità di distribuire in maniera anonima e orizzontale una serie di informazioni non redatte e non verificate (o inverificabili) è al tempo stesso una risorsa e una sciagura. Se la notizia è vera, l’anonimato protegge dalle ritorsioni. Ma se è falsa non si fa altro che innescare un circolo vizioso di indiscrezioni ambigue e promiscue, soggette ai diversi interessi dei molti attori che calcano il palcoscenico della tragedia messicana – attori perfettamente consci del fatto che il totale anonimato (e non solo in rete) è l’unica, autentica garanzia di non finire in fondo all’oceano in tanti piccoli sacchetti neri.

Si dice che in Messico ci sia una rivoluzione più o meno ogni cento anni. All’inizio del 1800 ci fu la rivolta contro gli spagnoli e la conquista dell’indipendenza. Nel 1910 il presidente-dittatore Porfirio Díaz venne rovesciato. Ora i messicani stanno combattendo contro quello che probabilmente è il nemico più insidioso di tutti. E nonostante siano già passati cinque anni dall’inizio della guerra e ci siano stati più di quarantamila morti, Melissa Lotzer, fondatrice del blog Mexico Nueva Revolucionha le idee abbastanza chiare sul futuro del paese: “Penso che questo sia solo l’inizio. Dobbiamo essere pronti al peggio”.

 

 

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