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Università online

Ci siamo iscritti ai MOOCs, i celebri corsi universitari open e online e ne abbiamo parlato con un paio di prof molto autorevoli.

Registrerò un solo account.
Non imbroglierò.
Le risposte ai test saranno farina del mio sacco e non copierò il lavoro degli altri.
Non darò le risposte giuste a nessuno.
I agree. Click.

 

Ora sono pronta. E mentre clicco sul “Codice d’onore”, quanti in Italia farebbero un giuramento cosí incrociando le dita e pronti a non rispettarlo: ma anche in America non sono più i tempi di una volta se perfino ad Harvard scoppia lo scandalo Compiti Copiati.

Il corso è lungo nove settimane, la professoressa è bionda e sorride, capelli corti, jeans, felpa col cappuccio, e insegna “Social Network Analysis”, University of Michigan. La docente spiega subito che “ogni cosa è connessa: persone, informazioni, luoghi, ancora di più dopo l’avvento dei social media”. “L’unico modo per dare un senso a questa sterminata massa di dati -scandisce puntuale- è analizzarli come una rete. Le lezioni, settimanali, abbracceranno fisica, sociologia, computer science, economia. Le esercitazioni saranno assegnate il lunedì, i compiti da consegnare il martedì della settimana dopo, alla fine esami”. Il sorriso adesso si fa un po’ ironico: “So che siete molto occupati, e a volte non potrete rispettare le deadlines. Capisco ma purtroppo niente sconti. Il voto si abbasserà di un punto per ogni giorno di ritardo”.

Il monitor si oscura e al centro dello schermo, al posto della prof., appare l’icona “play”. Con un filmato di 90 secondi mi hanno dato il trailer della scuola nel XXI Secolo, il futuro della vostra educazione è già cominciato. Frequento ora un corso dell’Università del Michigan, gratis, dalla mia scrivania, a Milano, ufficialmente iscritta a un Massive Online Open Course, MOOC. Quattro lettere che per il fondatore di Microsoft Bill Gates valgono tre milioni di dollari, la cifra che ha donato alle università americane per promuovere lo sviluppo dell’istruzione online. Capofila dei MOOCs è Coursera.org, dal suo dominio si diffondono più di cento corsi, disponibili in cinque lingue inglese, cinese, italiano, francese, spagnolo. I corsi nascono da 60 atenei e sono scaricati online da poco meno di 3 milioni di studenti, uno su tre negli Stati Uniti, poi Brasile, India, Cina, Canada, Regno Unito, Russia e un’Onu intera di altri 189 paesi.

Scarico la prima lezione. Per quindici minuti il monitor è dominato dal viso della prof, primo piano alternato a grafici che sembrano quadri di Pollock, agglomerati colorati e densi di linee sottili, ma di astratto non c’è nulla: quei disegni sono frutto di algoritmi, ogni linea (detta connessione) e ogni punto collegato (in gergo nodo) hanno un significato preciso e un valore matematico. Prima scorrono i grafici di Mark Lombardi, artista e giornalista d’inchiesta che fra gli anni Ottanta e i Novanta disegnò le prime reti per spiegare i grandi scandali di fine secolo, dalla P2 italiana ai presunti legami fra le famiglie Bush e Bin Laden. Poi due grandi macchie, una blu e una rossa, collegate da ragnatele di segmenti: è il “data set” delle Presidenziali Usa 2004, che mostra le interazioni fra i blog dei sostenitori democratici di Kerry e quelli repubblicani pro Bush, chi ha seguito chi, chi commentato cosa.

Vado a sbirciare il forum degli alunni del corso, si parla dell’hangout che si farà su Google+ qualche giorno dopo. Nomi ispanici, arabi e francesi lasciano complimenti e proposte per il nuovo corso, oltre all’account G+ per essere invitati. Saeed, che sta preparando la tesi sulle comunità dinamiche sui social network, non potrà partecipare, dice, perché il governo iraniano ha bloccato Twitter, Facebook, Google + e YouTube. Ci sono i Meetup che coinvolgono oltre 1400 città, i gruppi su Facebook dei corsi, i vari profili Twitter con hashtag –elenchi tematici- dedicati e ogni impressione, ogni suggerimento, ogni dubbio, fanno ping pong da un social all’altro, da una parte del mondo all’altra.

Coursera, premiato come migliore start up del 2012 ai Crunchies Award, gli oscar high-tech, è opera dei due professori di computer science di Stanford, Andrew Ng e Daphne Koller, e dei venture capitalist Scott Sandell e John Doerr (Google e Amazon). Lì dentro l’autodidatta digitale rischia di perdersi: da Intelligenza artificiale a Storia del Rock, da Fisiologia umana a Filmografia Scandinava, da Macroeconomia a Scienza della Gastronomia, fino a “I Credo Umani sull’Anima: loro cause e conseguenze”. La Sapienza di Roma ha aderito lo scorso febbraio, prima università italiana, le università Usa d’élite la precedono, con Princeton, Columbia, Stanford e Pennsylvania. Coursera non è l’unica piattaforma accademica online: Apple ne ha una sua, la versione secchiona di iTunes, iTunesU, poi ci sono EdX, progetto di Mit e Harvard, Udacity e Canvas Network.

Non provateci col tablet, non funziona. La “signature track” offre la garanzia che a passare gli esami siate davvero voi.

Finita la lezione, attacco il primo test. Otto esercizi corretti su dieci, mica male per una complessata della matematica. Scarico la lezione anche in formato testuale – nerd si nasce, geek si diventa – e in cima alla pagina un banner mi dice che mancano solo un giorno e 21 ore. A cosa? “Learn more! Join signature track! Prezzo di listino: 89 dollari (69 euro). Prezzo di benvenuto, $ 39”. Qualunque cosa sia è scontata, all’americana: dietro carta di credito il sito rilascia un certificato di “frequenza” del corso, che fa buona figura nel curriculum vitae, pur senza essere studenti dell’ateneo “reale” o passare esami veri. Ma per fare ciò bisogna completare il profilo con una foto da passaporto e registrare la propria calligrafia digitale, o “stile di battitura”, una sorta di impronta digitale della propria scrittura su tastiera, dove creste e solchi sono le pause fra la pressione di un tasto e l’altro, e il tempo, in millisecondi, che i polpastrelli impiegano per premere su ogni lettera. Non provateci col tablet, non funziona. La “signature track” offre la garanzia che a passare gli esami siate davvero voi.

La verifica dell’identità degli studenti, una delle questioni che più preoccupavano gli entusiasti dei MOOCs, in questo modo sembra risolta, mentre per impedire loro di usare trucchetti durante l’esame finale, Coursera ha stretto una partnership con Proctor-U. Si registra l’account e si prenota il giorno del test. Dopo essersi accertato che sulla scrivania non ci siano fogli, libri o tablet, un professore scruta lo studente via webcam per tutta la durata dell’esame.

Più complicato da risolvere è il modello di business, la concorrenza con gli atenei minori a pagamento o la paura di un effetto MacDonald’s, appiattimento del sapere nella trasmissione di conoscenza dal centro alle periferie del mondo. Ma la rivoluzione affascina: istruzione universitaria di base, ad alto livello, economica e senza emigrare.

“Tutti adesso parlano di MOOCs, ma l’insegnamento online di Columbia risale agli anni Ottanta e alla fine dei Novanta lanciammo un progetto simile, Fathom. Addirittura Thomas Edison, nel 1922, ne aveva quasi profetizzato la nascita: “i film rivoluzioneranno l’istruzione e nessuno avrà più bisogno dei libri, perché tutti impareranno attraverso il cinema””, spiega a Studio il pioniere Sree Srenivasan, Chief Digital Officer e professore alla scuola di giornalismo della Columbia University. L’ateneo di New York ha già tre corsi nel portfolio di Coursera, “Mos transistor”, “Finance engeneering” e “Natural language processing”: “I MOOCs realizzano parte della nostra missione, istruire e condividere il sapere, sono molto utili come corsi preparatori a quelli nel campus e ci aiutano a costruire il brand. Il nostro obiettivo non è solo informare, ma ispirare”.

Per il professor Sreenivasan l’online learning rappresenta una chance in più per l’attività accademica: “La nostra attività online è costruita intorno a quella di Columbia. È un settore che cambia così velocemente e ci aiuta a potenziare l’insegnamento anche del campus. Target dei nostri MOOCs sono sia gli studenti sparsi per il mondo, che gli alunni dell’università, ma c’è anche bisogno di incontrarsi, credo molto nell’alchimia che si crea in una classe”.

Le università sono oggi dove i giornali erano dieci anni fa, ma stavolta ci prepareremo e non ci faremo prendere di sorpresa dall’innovazione

Quando gli chiediamo cosa lo abbia convinto a occuparsi di education online, Sree non ha dubbi: “Ero un giornalista, ho visto come il digitale ha distrutto l’industria dell’informazione, che non ha compreso quanto stava accadendo. Le università sono oggi dove i giornali erano dieci anni fa, ma stavolta ci prepareremo e non ci faremo prendere di sorpresa dall’innovazione. Almeno qui a Columbia”. Ma ovunque il futuro avanza. Alla facoltà di Ingegneria di Princeton, David Wentzlaff è passato online da dieci studenti a 49mila. Thomas Friedman, editorialista del New York Times, racconta che il filosofo Michael Sandel, che insegna il famoso corso sulla “Giustizia” ad Harvard, con mille studenti ogni anno, è stato accolto in Corea come una rockstar. Sandel ha avuto l’onore di aprire il campionato di baseball, amatissimo dopo che le sue lezioni, tradotte, sono andate in diretta tv. “E’ nata una competizione che costringerà i professori a diventare sempre più bravi per battere il loro concorrente online – racconta a Studio l’economista Raghuram Raja, docente a Chicago e consigliere del governo indiano – l’esperienza personale del college e dell’interazione fra studenti, studenti e professori, avrà ancora enorme valore. Ma per prosperare, le università dovranno originare esperienze uniche, con la tecnologia, per migliorare i risultati scolastici a costi inferiori. Altrimenti i nostri studenti migliori ci batteranno, sulla qualità e il prezzo”. Conclude Friedman: “Presto anche da voi in Europa l’educazione online sarà importante. Sa che Harvard non ha più corsi di ragioneria e diritto tributario per commercialisti? Perché la Brigham Young University offre, per pochi dollari, uno strepitoso corso di diritto fiscale, gli studenti lo seguono e allora perfino il nostro tempio del sapere s’è arreso”.

Saranno dunque un bene o un male i MOOCs? Per gli ottimisti rappresentano uno strumento utile per i paesi in via di sviluppo, dove la scuola manca, specie nelle aree rurali. Gli scettici ribattono che MOOCs oggi é una rivoluzione solo sognata, perché appannaggio esclusivo del terzo della popolazione mondiale che ha accesso a Internet. Ma il digital divide si riduce ogni giorno, lo staff di Negroponte al Media Lab Mit ha pronti computer da pochi euro per gli studenti poveri. Gli scettici, anche stavolta, probabilmente avranno torto, nel bene e nel male il nostro futuro è anche MOOCs.

 

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