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Una canzone per l’estate

Piccola playlist per l'estate fatta da collaboratori e amici di Studio, fatta di canzoni estive e non, uscite quest'anno e non.

Jamie XX, “I Know (There’s Gonna Be Good Times)”

La canzone dell’estate quest’anno è arrivata il 20 maggio. Dopo una prima versione, sporca e mancante del featuring di Popcaan, “I Know (There’s Gonna Be Good Times)” è giunto alle nostre orecchie in tutto il suo splendore. Era pomeriggio e sin dalle prime note è stato chiaro che non ci sarebbe stato altro ascolto: Jamie XX mette sul piatto un beat accattivante su cui Popcaan cuce una melodia che si appiccica alle sinapsi senza lasciare via di scampo. Un brano sul vivere senza stress circondati dai propri cari. Un tormentone in piena regola, chiedere alla folla di Glastonbury per credere.

(Gianluigi Peccerillo)

Theo Parrish, “Fallen Funk” 

Sono finito dentro a questo disco in un modo un po’ casuale e senza aspettarlo, un po’ perché la gruva non è il posto in cui bazzico e un po’ perché anche quando ci bazzico lo faccio più per capire di cosa si tratta e quanto disinteressarmene. Il mio amico Marco, che è quello da cui ho scoperto il disco, ha scritto sul nostro sito che «per capirci non è lo spirito techno de ste mongoplettiche ritmiche pestone con due droni preset demmerda che mo i darke der nu-millennium hanno scoperto la techno, non è nemmeno il “futurismo” a buffo (per cui io ho un debole), e nonostante le fisse di Theo per l’analogico/l’old skool non è nemmeno la house retromaniaca “er vinile ahò”». Anche io non ho capito proprio benissimo, ma a fine 2014 un po’ per un motivo un po’ per l’altro mi sono messo ad ascoltare American Intelligence a nastro e non ho ancora smesso. Dovessi dar via una traccia per l’estate consiglierei “Fallen Funk”, una sassata quadratissima di dieci minuti tondi che trasuda indifferentemente Detroit, Heliocentrics, Awesome Tapes e milioni di altre cose. Non so dire se sia il suono più contemporaneo concepibile, anzi è una traccia molto vintage in un disco molto vintage, con un atteggiamento futuristico ma comunque vintage. E non so nemmeno se mi stia facendo particolarmente bene perché il gusto per il dettaglio di Theo Parrish rende i suoi dischi pericolosissimi da ascoltare in auto, viene sempre da pensare che ci sia un problema ad un semiasse o un rumore sospetto che vien su dalla leva del cambio. Nondimeno, è il disco che ascolto più spesso con ‘ste caldane.

(Francesco Farabegoli)

Robin S, “Show me love”

Esiste la canzone dell’estate, ma anche la canzone di una estate. Intesa non solo come simbolo nostalgico di un periodo particolarmente vivo o importante nei nostri ricordi, ma anche simbolo totale, assoluto di una idea di estate. Da quando sono diventato adulto vagheggio le mie estati adolescenziali. La villeggiatura, il ricordo dei primi baci, la conquista di un pezzetto di libertà, scoprendo che, nonostante fossi all’epoca alla ricerca di un’identità all’apparenza alternativa o controcorrente, che prevedeva il rock anni Settanta e il punk, a distanza di anni la musica che rappresenta meglio per me quel tempo – primi anni Novanta – è la musica house che si ballava nelle discoteche (Do You Remember Poggio Li Galli, Massa Lubrense, Penisola sorrentina, Napoli?). Così, quando sento pezzi come “Show me Love” di Robin S, iniziano a brillare intorno a me immaginarie molecole d’estate fatte di brezza salina, pelli lisce e abbronzate, colori fluo e occhiali Wayfarer. E pericolose corse notturne in motorino sui tornanti della costiera. Le delusioni terribili di un quindicenne – non avere avuto il coraggio di fare il primo passo con quella ragazza – si convertono nella memoria in emozioni gloriose, che non torneranno più.

(Cristiano de Majo)

Edoardo Vianello, Il peperone

Scegliere una canzone per l’estate è un’impresa impossibile per chiunque attraversi ogni intero giorno della propria esistenza con un paio di cuffie sulle orecchie incrociando infinite andate e ritorni da playlist ad album a canzone sola improvvisamente spuntata da dove chi lo sa, impossibile per chiunque come me non riesca quasi mai a non ascoltare musica.
La schizofrenia estiva aggiunge un po’ di dramma alla scelta, visto che i viaggi di cui su diventano ancora più folli, sconfinati, anarchici sotto il peso della città bollente, dei mezzi pubblici senza aria condizionata, delle attese in posta con gli anziani che perdono i sensi. Dunque in questo anno 2015 io mi immergo in Dave Brubeck, Otis Redding, Nina Simone, parlo con il chitarrista della più importante band punk italiana di Patti Smith e la riascolto fino allo sfinimento, mi innamoro di suoni che arrivano dall’Africa profonda e mi commuovo tutta mentre Luca Carboni canta “Faccio i conti con te”, sintetizzando come ogni volta l’estate in città nella tonalità della malinconia e suoi ritmi afosi ed 80s.
Ma l’estate in musica per me è soprattutto la celebrazione di sé stessa, è in quella che i più chiamano canzonetta estiva, qualcosa che viene dal passato e resta nel ricordo grazie a qualche serata al Lido sotto casa mentre ci si prepara, dopo cena, per qualcosa di migliore. Parlo solo ad esempio di Nico Fidenco, parlo, quest’anno, di Edoardo Vianello.

Fin dagli albori della stagione estiva, quest’anno, infatti, m’ossessiona Il peperone, un brano del 1965 con un arrangiamento da brividi che ha in sé tutta la poesia e la violenza della canzone italiana delle estati dei 60s. Dentro queste canzoni a cui nessuno dà più credito musicale reale si nascondono immagini mai replicate per forza e intensità, si aprono le storie dei grandi arrangiatori italiani (in questo caso – ops – un certo Ennio Morricone).
E così, dentro al più famoso brano di Nico Fidenco c’è un uomo che desidera legare una donna a un minuscolo, leggero, impercettibile granello di sabbia e cullarla dunque su un’onda perché mai da lui si allontani nella nebbia maledetta che li aspetta in autunno. E altresì, dentro Il peperone, ci sono questi versi:

Avevi le labbra così vellutate
e oggi le hai rosse, così screpolate
che sembra ch’io baci l’ortica
di un campo ingiallito dal sol

che si cantano mentre da una scanzonata musica da pista da ballo e jukebox di riviera emerge il tagliente inconfondibile Morricone per tutti, quello del Go-Kart Twist, delle frustate ritmiche, dell’eros liberato sulle spiagge che sogno sul vagone che mi conduce in un viaggio da città e città mentre mi scambio messaggi su Twitter con Edoardo Vianello.

(Giulia Cavaliere)

The Weeknd, Can’t feel my face

A fine giugno mi sono sposato e il dj della festa ha fatto schifo. Non me ne sono reso conto grazie allo champagne e all’eccezionale produzione di dopamina che il mio cervello ha garantito fino alle sette del mattino dopo. Ricordo le facce delle persone con cui ho ballato, mia moglie con le braccia alzate e lo strascico strappato, gli anelli di amici abbracciati che saltano sul posto, sudati, con la cravatta legata in testa, le coreografie di altri tempi dei parenti, i lineamenti che si ricomponevano dopo lo sforzo. Non ricordo invece che musica ha passato il dj, ma il giorno dopo hanno confermato tutti che faceva schifo. Can’t feel my face è la canzone che aggiungo in post-produzione ai miei ricordi, anche perché da quando è uscita è la canzone che ascolto più volte al giorno. Anticipa il prossimo disco di The Weeknd, è una di quelle canzoni che parlano dell’amore come fosse una droga, o viceversa, di quell’effetto psichedelico che ha la felicità quando è condivisa per cui si perde la cognizione del sé, del proprio corpo. The Weeknd somiglia sempre più alla reincarnazione di Michael Jackson sotto acido, e canta: «Non riesco a sentire la mia faccia quando sto con te, but I love it». Pochi giorni fa ho ricevuto le foto del matrimonio e vedere che c’ero anch’io, vedere la mia faccia vicino a quella di mia moglie, mi ha stupito.

(Daniele Manusia)

Tobias Jesso Jr., Leaving LA

Sto facendo i dischi pre-partenza delle vacanze, masterizzati nel mio vecchio e bianco ormai sporco iMac che usai per scrivere la tesi di laurea, comprato già usato per 400 euro una sera di novembre del 2009. Nel mio nuovo MacBook, purtroppo, non c’è l’entrata per i dischi, e mi rendo conto di star facendo un’operazione davvero vintage, questa cosa di scaricare canzoni e copiarle su questa superficie discoidale a specchio che a fine vacanza, tra salsedine e sabbia spero bianca delle isole ioniche, si graffierà e rovinerà e sparerà le sue ultime cartucce sotto il laser del lettore cd dell’automobile almeno fino al prossimo novembre, quando dirò agli altri amici in macchina qualcosa come: «Perché non ascoltiamo uno dei dischi che avevamo fatto per l’estate scorsa?», e mi accorgerò che questa traccia un po’ triste e un po’ speranzosa di Tobias Jesso Jr. non funzionerà più, ed è un peccato perché in realtà è proprio una traccia invernale, più che estiva.

(Davide Coppo)

Miley Cyrus and Melanie Safka, “Look what they’ve done to my song”

È la canzone che ho ascoltato di più in questa primavera, credo, una ballad country scritta negli anni ’70 dalla super-hippy Melanie Safka, coverizzata da Miley Cyrus, che vi fa capire che diventerà la più grande cantante country di sempre tra molto poco tempo. O qualcosa di simile. Come quasi tutta la roba country si accoppia benissimo con una macchina e un finestrino aperto e un tramonto e dei campi coltivati a qualsiasi cosa che scorrono mentre si guida senza fretta ma anche senza semafori. Se come capita a me, poi, in questa macchina ci sono persone che hanno boicottato la masterizzazione di Bangerz perché “robaccia”, questo è un ottimo metodo per infilare delle Miley Cyrus sotto copertura. Non se ne accorgeranno nemmeno.

(Davide Coppo)

Thundercat, Them changes

Dopo aver lavorato a To Pimp a Butterfly di Kendrick Lamar, Thundercat chiude questo 2015 con un album breve e densissimo pieno di giri di basso baldanzosi ma oscuri allo stesso tempo – una combinazione che non credevo possibile. Tra tutte, “Them Changes” è da canticchiare indossando un peluche in testa, proprio come fa il nostro in questo video:

(Pietro Minto)

Flavio Giurato, La scomparsa di Majorana

In alternativa, ecco una proposta italiana e scatenata come non ne sentivo da tempo: La scomparsa di Majorana di Flavio Giurato, cantautore romano di lunga carriera, fratello meno famoso del Luca giornalista televisivo dalla lingua confusa. Il suo ultimo lavoro parla di Italia, credo, ma soprattutto di italiani e italiane, ed è caldo e afoso proprio come quest’estate (“Italia, Italia / Mi sento normalmente solo”). Lo zenith del lavoro capita alla fine, con l’ultima incredibile traccia, “La grande distribuzione”, un racconto caotico e corale lungo dieci minuti che è già diventata una miniera di citazioni da portarsi sulla battigia: la Land Rover, i 35 euro, il CD allegato alle riviste ecc. Ascoltare per capire.

(Pietro Minto)

Mbongwana Star (feat. Konono n°1), Malukayi

Ogni estate c’è sempre qualcuno – oltre al solito Damon Albarn – che prova a rilanciare la musica africana, tentando di svincolarla dalla nicchia world-music dove purtroppo spesso è (auto)relegata. Questo poteva essere l’anno e la canzone giusta: Mbongwana Star è un collettivo congolese un po’ sui generis – i due cantanti sono sulla sedia a rotelle, la loro sala prove è uno zoo fatiscente – che grazie all’incontro con Doctor L, produttore irlandese trasferito Parigi, protagonista del rock underground francese anni ’90 prima e folgorato dai ritmi afro di Tony Allen poi, sono riusciti a rendere elettronico il loro battito tribale, con echi di fantascienza anni ’60 e canti tradizionali. «Cambiare i pre-concetti della musica africana» è la loro missione. La critica se n’è accorta mentre il pubblico purtroppo ancora no. Peccato, sarà per la prossima volta. Anche quest’anno ci toccherà sorbire il mascalzone tormentone latino, ma quando l’occasione è propizia nei dopocena danzerecci noi proponiamo Malukayi.

(Michele Boroni)

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