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Un uomo di passaggio fra bugie, poesia e post-fiction

Sull'ultimo libro di Ben Lerner, poeta riluttante che ha scritto un bel romanzo incentrato, guarda caso, sulla vita di un poeta riluttante, di cui si è parlato molto in patria e pochissimo qui.

Quando Studio mi ha chiesto di compilare una lista dei migliori libri usciti nel 2013, ho dovuto ripensare a tutte le cose lette quest’anno e mi sono rammaricato perché non avrei potuto includere nella lista, essendo uscito nel 2012, il libro che forse mi è piaciuto di più tra quelli letti quest’anno, che è anche il libro di cui in questo periodo ho parlato di più con le persone con cui di solito parlo di libri, e un libro, secondo me importante, di cui non si è praticamente scritto in Italia, mentre in America e in Inghilterra ha generato, come si dice, ampio dibattito. L’autore di questo libro intitolato Un uomo di passaggio (in originale: Leaving the Atocha Station), uscito da Neri Pozza, si chiama Ben Lerner e, prima di pubblicare narrativa, si era fatto conoscere negli Stati Uniti per aver pubblicato delle raccolte di poesia.

Con Un uomo di passaggio mi è capitato quello che non mi capita con tutti i libri che leggo: ho continuato a pensarci per mesi e l’ho preso parecchie volte per rileggerlo. Poi l’ho citato in un pezzo in attesa da alcune settimane di finire su un altro giornale, e che forse non uscirà mai, in cui ho cercato di ragionare intorno alla “post-fiction”, una definizione coniata dal critico del New York Observer Michael H. Miller e usata per indicare una nuova tendenza della narrativa americana, che include, oltre allo stesso Lerner, autori come Teju Cole, Sheila Heti, Choire Sicha, Tao Lin, accomunabili per l’uso narrativo di materiali reali e autobiografici alla lettera. Infine l’ho regalato a una persona… regalo che si è dimostrato, oltre le mie intenzioni, particolarmente azzeccato. Questa persona, ho scoperto da altri, dopo che lui stesso mi aveva detto di avere apprezzato moltissimo il libro, mi aveva raccontato una bugia colossale e del tutto immotivata. Una menzogna che non aveva una funzione utilitaristica – dico questo perché voglio ottenere quell’altro – ma i cui motivi mi risultano ancora in questo momento oscuri e tuttavia, nonostante la sua enormità, non mi aveva fatto incazzare, piuttosto mi aveva divertito anche per la possibilità troppo concreta di essere smascherata. Certo, mi sono detto, le persone mentono in continuazione a loro stesse e agli altri, ma personalmente non sono mai riuscito a raccontare una bugia tanto per il gusto di farlo, l’ho fatto per pragamtismo, per evitare guai o scocciature e forse per questo sono incuriosito dalle bugie che non hanno un motivo preciso o i cui motivi sfuggono del tutto al senso comune. Nelle mie intenzioni, doveva essere il regalo giusto perché proprio come Adam Gordon, protagonista e voce narrante, il destinatario aveva studiato poesia, e forse desiderava essere un poeta, fumava hashish ed era indeciso se stare con una ragazza o con un’altra. È stato il regalo giusto, invece, perché il destinatario aveva una patologica tendenza a mentire proprio come Adam Gordon, protagonista e voce narrante e molto più che un alter-ego dell’autore.

Siamo nel 2004 a Madrid, qualche mese prima dell’attentato dell’undici marzo. Adam, nato come Lerner in Kansas, assegnatario come Lerner di una borsa di studio di un anno a Madrid per giovani poeti, fan come Lerner di John Ashbery e ventriloquo di riflessioni critiche già pubblicate in altra forma dall’autore, dovrebbe condurre la vita dello studente straniero, una vita ricca di relazioni e di curiosità per l’esotico, che in realtà nel suo caso consiste in una routine di isolamento. Passa il tempo su internet a vedere “cose terribili”, ma evita di rispondere alle mail per dare l’idea ai suoi vecchi amici americani di essere molto impegnato. Fuma hashish e va al Prado, dove si piazza davanti alla Deposizione della croce di Roger van der Weyden, oppure sosta su una panchina al parco di El Retiro a leggere Lorca tentando svogliatamente di tradurlo. Sballato e straniato s’interroga sulla possibilità di una “profonda esperienza artistica”:

1) Pur dicendomi poeta, pur avendo ottenuto la borsa di studio in Spagna grazie al mio presunto talento di scrittore, tendevo ad apprezzare la bellezza dei versi solo quando li trovavo citati in brani di prosa, nei saggi che i professori mi assegnavano in lettura al college, in cui le barre sostituivano gli a capo, così che ad arrivarmi non era tanto quella particolare poesia, quanto l’eco di una possibilità poetica. Per quanto interessato all’arte, mi interessava il distacco tra le emozioni che mi suscitava una data opera d’arte e ciò che veniva detto in suo nome; la sensazione più vicina a una profonda esperienza artistica l’avevo forse provata toccando con mano quella distanza, una profonda esperienza dell’assenza di profondità.

2) È come se le poesie di Ashbery ti venissero nascoste, scritte sull’altra faccia di una superficie a specchio di cui vedi solo il riflesso della tua lettura. Ma, riflettendo la tua lettura, le poesie di Ashbery ti permettono di prestare attenzione alla tua attenzione, di provare quello che stai provando, rendendo così possibile uno strano genere di presenza. Ma è una presenza che mantiene intatte le possibilità virtuali della poesia, perché la vera poesia rimane fuori dalla tua portata, incisa sulla faccia opposta dello specchio.

Intanto conosce due ragazze, s’innamora di entrambe e racconta loro inutili menzogne sul suo conto: sua madre è morta, suo padre è un fascista, una specie di padre-padrone, nonostante nella realtà la donna sia in perfetta salute e l’uomo sia assolutamente “libero da ogni volontà di dominio”. Non riesce a esprimersi correttamente in spagnolo e fa intendere di capirlo. Con gli spagnoli con cui entra a contatto, finge di essere interessato a una dimensione politica della poesia e di essere impegnato nello studio dei poeti anti-franchisti, di cui non sa nulla. Quindi si fa trascinare, senza volerlo affatto, in una lettura alla galleria del suo nuovo amico Arturo:

Mi dissi che qualsiasi cosa avessi fatto, qualsiasi cosa qualsiasi poeta avesse fatto, per i lettori le poesie avrebbero comunque costituito gli schermi sui quali proiettare la loro fede disperata nella possibilità di un’esperienza poetica, qualunque fosse, o avrebbero offerto loro l’occasione di piangerne l’impossibilità.

Con uno stile limpido, pulito, senza arzigogolii, Lerner descrive i percorsi mentali per nulla limpidi e molto arzigogolati di quest’artista che si sta formando. L’identità sdoppiata o triplicata da autorappresentazioni in aperta contraddizione, il dubbio se conti di più essere artisti o volerlo essere, l’impossibilità di sentire veramente le cose nel profondo che combatte con la neccessità propria del ruolo di essere persone particolarmente sensibili, e tutta questa ambivalenza simboleggiata dal problema del linguaggio – la fatica di comprendere, la non univocità delle parole – una confusione che da un punto di vista tecnico è resa nel libro con una soluzione brillante, uno dei migliori modi che abbia mai letto di rappresentare le difficoltà di comprensione di una lingua: “Cominciò a dire qualcosa sulla luna, l’effetto della luna sull’acqua, o forse giustificava con la luna piena il comportamento di Miguel o il melodramma della serata, anche se la luna non era piena”. Nel libro il linguaggio non è mai un dato certo, così i discorsi che Adam ascolta e a cui partecipa possono ogni volta avere più significati allo stesso tempo, e non c’è nessuna conferma su cosa, in effetti, vogliano dire.

La parola, insomma, come oggetto ambiguo non solo nella poesia ma anche in un discorso è il perfetto corrispettivo dell’identità di Adam (e dell’artista e persino dell’essere umano in genere), che finisce come persona per assumere più significati paralleli: il giovane poeta impegnato che ha perso sua madre ed è oppresso da suo padre, il flaneur che riflette su stesso e sul mondo, il borsista che vuole semplicemente spassarsela, l’uomo che cerca l’amore di una donna. Radice e ragione di ognuna di queste versioni sembra essere la ricerca di esperienze su cui sia possibile per il personaggio fondare la propria identità, la ricerca continuamente frustrata di provare qualcosa:

Allo stesso tempo, però, provavo una specie di euforia per quella improvvisa incapacità di provare emozioni, un’eccessiva emozione di secondo grado che comunque non alterava l’insensibilità di primo grado. Quell’euforia, se di euforia si trattava, era lontanissima dal corpo, e perciò compatibile con la mia anedonia: era come se galleggiassi in un bagno caldo al di fuori di me. Avvertivo una specie di vampa di forza, la forza di percepire il mondo come sotto vetro, e quel distacco, insieme con la riduzione del mio bisogno o capacità di dormire, mi conferiva un’energia quasi vampiresca, anche se ero io stesso la mia preda.

Cosicché la sensibilità artistica risulta in fin dei conti non tanto la vera capacità di provare qualcosa, quanto la capacità di interrogarsi sulla propria incapacità di provare qualcosa. Si può dire per esempio che il vero antagonista di Adam Gordon sia il suo amico Cyrus con cui Adam chatta su Skype nell’unica conversazione drammatica del libro, in cui l’amico, che invece si capisce essere il vero accumulatore di esperienze e di emozioni ed è per questo assai invidiato dal protagonista, racconta ad Adam di un terribile fatto che lui e la sua ragazza, impegnati in un lungo viaggio in macchina per il Centro America, hanno visto coi loro occhi. E questa trascrizione di una chat è, e forse non così paradossalmente, il momento in cui la vita di Adam Gordon sembra diventare improvvisamente reale, viva.

In un’altra scena emblematica, quella che dà proprio senso a tutto il libro, Lerner racconta della manifestazione che ebbe luogo spontaneamente a Madrid immediatamente dopo l’attentato alla stazione di Atocha:

La folla gridava che non era pioggia, era Madrid che piangeva, e mi sembrò uno slogan complesso, soprattutto perché sembrava essere nato spontaneamente. Teresa e Arturo e Rafa lo stavano scandendo, e allora anch’io mi unii a loro, ma la mia voce la sentivo stonata, finta ed ebbi il timore di spiccare troppo, di non riuscire a confondermi con gli altri. Ma non potevo neppure essere il solo a non unirmi al coro, così mi limitai a muovere la bocca.

Leggendola mi è sembrata una scena che non solo mi è parso di aver vissuto molte volte, ma perfettamente in grado di rappresentare la condizione dell’artista, uomo tra gli uomini, sempre in bilico tra l’essere dentro le cose e il chiamarsi fuori, da osservatore, e sempre drammaticamente indeciso su quale tra le due posizioni tenere. Non a caso, credo, è anche la scena che l’amico a cui ho regalato questo libro, il bugiardo, mi ha detto di preferire quando ne abbiamo parlato. È così vera”, ha detto lui.

Aspettando il secondo libro narrativo di Lerner che dovrebbe uscire per Sellerio nel 2014…

 

Nell’immagine: la copertina dell’edizione americana

 

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