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Un anno di Stato islamico

Nei suoi primi dodici mesi, il Califfato ha costruito una rete in franchising del terrore senza precedenti.

Il Califfato, cioè lo Stato islamico proclamato dal gruppo terrorista dallo stesso nome, ha celebrato il suo primo anniversario il 29 giugno. In un solo anno, l’Isis è riuscito là dove al-Qaeda non era riuscita in dieci: ha creato una rete in franchising del terrore senza rivali e senza precedenti, come dimostrano i tre attacchi – apparentemente non coordinati tra loro ma non per questo privi di legame – sferrati venerdì 27 giugno in tre continenti. Un anno fa, il 29 giugno 2014, il gruppo estremista ha annunciato la ri-fondazione del Califfato, antica istituzione volta mantenere l’unità politica e religiosa della comunità islamica, cambiato il nome da “Isis” (acronimo di Islamic State of Iraq and Syria) a semplice “Stato islamico”, e il suo leader Abu Bakr al-Bahgdadi si è auto proclamato Califfo, o “sostituto” del profeta e leader di tutti i musulmani. Da allora, l’Isis ha conquistato Ramadi, Palmira, ciclicamente preso e perduto Kobane, tenuto la posizione a Mosul e Raqqa, conquistato e poi perso Tel Abyad, finendo per controllare, stando alle ultime stime, metà della Siria e una discreta fetta dell’Iraq. Ha effettuato attacchi terroristici, e attentati terroristici sono stati sferrati in suo nome (come vedremo, la distinzione è sottile), in Francia, Tunisia, Yemen, Egitto, Arabia Saudita e Kuwait. Inutile negarlo: per l’Isis è stato un ottimo primo anno.

Di questo successo, i tre attentati condotti su tre continenti venerdì 26 giugno sono più rappresentativi di quanto non si tenderebbe a pensare. Un uomo armato che apre il fuoco contro i bagnanti nella spiaggia di un hotel di lusso a Sousse, località turistica tunisina, uccidendo almeno 39 persone. Una bomba che esplode in una moschea sciita di Kuwait City, mietendo 27 vittime tra i fedeli. Un camionista che decapita il suo datore di lavoro in uno stabilimento di Isère, nel Sud della Francia. Cosa c’entra l’Isis con tutto questo? Lo Stato islamico ha rivendicato per vie ufficiali soltanto il massacro nella moschea sciita. Per il momento non si è preso la responsabilità dell’attacco in Tunisia, però sappiamo che nel Paese è attivo un gruppo terrorista, Ansar al-Sharia, che ha giurato fedeltà al Califfato nel 2014 e che l’Isis ha rivendicato l’attacco contro il museo Bardo di Tunisi, lo scorso marzo. Dell’assassino di Isère, Yassin Salhi, si sa che aveva pessimi rapporti con il capo (colleghi sentiti dalla polizia avrebbero dichiarato di averli sentiti urlare spesso), che ha lasciato sul corpo decapitato una bandiera nera con scritte in arabo che ricorda quella dell’Isis (nessuna immagine è stata però fatta circolare né è stato verificato che si trattasse proprio del vessillo del Califfato) e che si è scattato un macabro selfie inviato a un telefono dal numero siriano. Le dichiarazioni che ha rilasciato alla polizia dopo il suo arresto, riporta Le Monde, sarebbero piuttosto confuse e non includerebbero elementi religiosi, ma Salhi era noto ai servizi segreti da almeno dieci anni per la sua frequentazione di ambienti radicali.

L’Isis non ha alcun bisogno di coordinare i suoi terroristi a livello tattico

Non esistono prove che gli attacchi a Sousse, Kuwait City e Isère siano stati coordinati a un livello tattico, ha dichiarato ai microfoni della Reuters il Dipartimento di Stato Usa, che dedica parecchio tempo e risorse al monitoraggio delle attività dell’Isis. Eppure la maggior parte degli analisti, riporta l’agenzia, concordano sul fatto che, coordinati o meno, dimostrano quanto sia diventato ampio il raggio d’azione dello Stato islamico: tre attacchi così ravvicinati nel tempo in tre continenti diversi «dimostrano l’influenza crescente la vasta estensione geografica del gruppo islamista». Non c’è bisogno di dimostrare che gli attacchi siano stati coordinati, tuttavia, per capire che sono collegati tra loro. Lo scorso 23 giugno, un martedì, il portavoce dello Stato islamico, Abu Muhammad al-Adnani, ha esortato tutti i jihadisti nel mondo a trasformare il Ramadan in «una catastrofe per gli infedeli, gli sciiti e gli apostati». Iniziato quest’anno il 18 giugno, il Ramadan è il mese sacro per i musulmani e, visto che nell’Islam il venerdì è il giorno più santo della settimana, i venerdì del mese di Ramadan assumono una sacralità particolare. Da quando il portavoce ha lanciato il suo appello, dunque, il 27 giugno era semplicemente la prima data propizia disponibile, il primo venerdì del Ramadan. Anche in mancanza di un coordinamento tra loro, dunque, gli attentatori In Francia, Kuwait e Tunisia hanno agito rispondendo al medesimo appello.

La realtà è che l’Isis non ha alcun bisogno di coordinare i suoi terroristi a livello tattico, perché ha una formula, efficacissima, che permette a singoli o piccoli gruppi di agire in suo nome. Poco importa che si tratti di cellule islamiste attive da anni che a un certo punto decidono di giurare fedeltà al Califfato, come Ansar al-Sharia in Tunisia, oppure di singole persone, come Yassin Salhi in Francia, che agiscono nella più completa iniziativa personale. Poco importa, insomma, che un gruppo già bene organizzato scelga di fare confluire il suo piccolo jihad locale nel jihad globale dell’Isis, oppure che un individuo decida di apporre il marchio del Califfato a qualche sua azione efferata. Purché uno uccida “infedeli” (ovvero, per come la vede l’Isis: occidentali, cristiani, sciiti e chiunque non accetti la loro visione dell’Islam), lo Stato islamico è ben contento di cedere il suo brand. Nel caso dell’attentatore di Isère, la cittadina francese, s’è detto che forse il movente non era il fanatismo religioso, almeno non soltanto: aveva problemi con il capo, s’è detto, veniva da un quartiere povero e forse non ci stava tanto con la testa. Possibile. Ma, quando in mezzo c’è l’Isis, si tratta di una polemica sterile. Perché la forza e la pericolosità dell’ organizzazione terrorista sta proprio in questo, nella sua disponibilità ad offrire un cappello ideologico a qualsiasi assassino – magari anche mosso da motivazioni personali, magari uno sbandato, magari invece genuinamente islamista: dov’è il confine? Poi, importa davvero? – disposto ad agire in suo nome.

Agire in nome dell’Isis è molto più facile (e accattivante) che agire nel nome di al-Qaeda

Questo modello di franchising del terrore non se l’è mica inventato lo Stato islamico, farà notare qualcuno, è stata al-Qaeda a brevettarlo. Vero, ma fino a un certo punto. Agli albori, e poi nel suo periodo d’oro (2001-2003), al-Qaeda era un vero e proprio network jihadista, una rete che aveva tante cellule sparse, con capi locali e un solo leader, Osama bin Laden, che con essi manteneva qualche forma di comunicazione, seppure sporadica e intermediata. Quando bin Laden, braccato dagli americani, è stato costretto a nascondersi e a ridurre i contatti con l’esterno, la rete di al-Qaeda ha dovuto allargare le sue maglie, trasformandosi in un network di cellule praticamente autonome, ma pur sempre legate fra loro, fosse anche solo formalmente. In un certo senso, il modello di franchising utilizzato da al-Qaeda era più vicino a quello commerciale: ti do un brand purché tu aderisca a una catena. Quello dello Stato islamico, invece, è assai più lasco: fai quello che vuoi e, purché tu faccia danni, usa pure il mio brand. Agire in nome dell’Isis è molto più facile che agire nel nome di al-Qaeda (inoltre è anche più accattivante: ci arriviamo dopo) ed è questo che rende il Califfato più pericoloso ed efficacie.

Un’altra differenza tra al-Qaeda e Stato islamico che rende quest’ultimo più letale è che, come suggerisce il nome, si tratta di per l’appunto di uno Stato. Non soltanto un network del terrore, dunque, ma un’istituzione para-governativa che controlla un ampio territorio tra Siria e Iraq, con tanto di tribunali, ospedali, e servizi postali. Quest’anno, o così almeno ha dichiarato il suo portavoce, il Califfato dovrebbe cominciare a coniare una moneta propria. L’Isis si è impadronita di importanti risorse petrolifere, che ne permettono il sostentamento, e nella zona sotto il suo controllo le sue forze armate – 25 mila combattenti, secondo le ultime stime – operano più come un esercito regolare, ben strutturato, disciplinato e bene armato, che come un gruppo terrorista. A prima vista sembra una contraddizione: sul suo territorio, l’Isis ha raggiunto un livello di strutturazione che mai un’altra organizzazione terroristica ha raggiunto prima; al di fuori del suo territorio, invece, ha raggiunto un livello di fluidità che mai un’altra organizzazione terroristica ha raggiunto prima, nessuna struttura, soltanto un marchio a disposizione di cani sciolti e dei piccoli gruppi armati disposti a usarlo.

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Ma la contraddizione, si diceva, è solo apparente: è precisamente il suo essere uno Stato a permettere all’Isis di attirare tanti ammiratori al suo esterno. Al-Qaeda vedeva il Califfato, ossia il ritorno di uno Stato unico e di un leader unico per tutti i musulmani, come un obiettivo lontano nel tempo. L’Isis quell’obiettivo l’ha realizzato, e in tempi piuttosto brevi. Questo, unito a una sapiente attività di comunicazione, permette di esercitare un’influenza senza precedenti sui musulmani radicali, o potenzialmente tali, di tutto il globo. Volontari stranieri da almeno cento Paesi, inclusi la Cina e il Chile, si sono trasferiti nel Califfato e si sono arruolati nelle sue forze. Almeno 22 gruppi terroristici già attivi in Medio Oriente hanno giurato fedeltà al califfo al-Baghdadi, stando ai calcoli del sito saudita al-Monitor: tra questi, oltre al tunisino Ansar al-Sharia, ricordiamo Ansar Bayt al-Maqdis attivo in Egitto, responsabile di attentati lo scorso febbraio. Poi, c’è chi agisce di testa sua, in uno stabilimento di Isère, o contro la redazione di un giornale satirico o un supermercato ebraico a Parigi. Lo Stato islamico ha mille volti e agisce in mille modi. Finora, molto spesso ha vinto. Buon compleanno, Isis.

 

Nell’immagine in evidenza: Tel Abyad, città sul confine tra Siria e Turchia, strappata dalle forze curde all’Isis il 15 giugno (Ahmet Sik/Getty Images). Mappa dei territori Isis, aggiornata al 15 luglio: @arabthomness.
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