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03:49 sabato 12 settembre 2026
Da gennaio la Svezia dà un “sussidio di rimpatrio” alle persone immigrate per andarsene via dal Paese, ma finora non lo ha richiesto praticamente nessuno Il programma è partito a inizio 2026. Finora ci hanno aderito soltanto 171 persone in tutta la Svezia. I cittadini stranieri sono più di due milioni, un quinto della popolazione totale.
C’è un videogioco in cui vivi le poche gioie e i tanti dolori di un dipendente di una piccola casa editrice indipendente Si chiama Small Press Tycoon, tutte le cose che si dicono e si vedono nel gioco fanno molto ridere perché, chi lavora nell'editoria indipendente può confermare, sono molto vere.
Secondo uno dei capi della sicurezza di Anthropic, «c’è il 10 per centro di probabilità che l’AI ci uccida tutti entro questo decennio» L'ennesimo dirigente di un'azienda AI che dice che le aziende AI stanno per far succedere qualcosa di grave. Senza che nessuno intervenga per fermarle.
Da oggi è disponibile in streaming La Superviviente, un incredibile documentario sulla donna che si inventò di essere una sopravvissuta all’11 settembre Diretto da Kike Maíllo, racconta la storia Alicia Esteve, che per sei anni finse di essere la sopravvissuta Tania Head. Finse tanto bene da diventare la presidente dell'Associazione dei sopravvissuti del World Trade Center.
Queste parole pronunciate nel 1979 da Emma Bonino sull’ipocrisia degli antiabortisti non sono mai state così attuali e così vere «Sono contro l'aborto, dicono. Però contro l'aborto clandestino nessuno faceva assolutamente niente», disse, in una storica puntata di Acquario di Maurizio Costanzo, andata in onda nel 1979 e disponibile su RaiPlay.
Che siano un record o meno poco importa, i 25 minuti di applausi per NAZA sono il momento più importante di questa Mostra del Cinema È l'unico documentario in concorso, il titolo è un acronimo militare israeliano che indica i civili che si prevede moriranno in un attacco e lo hanno realizzato due dei registi di No Other Land.
I Muse hanno dovuto cambiare nome utente su Instagram perché Muse ora è il nome del nuovo assistente AI di Meta La band è stata costretta ad abbandonare @Muse e accontentarsi di @Musetheband, perché l'AI, evidentemente, conta più della band.
Un’inchiesta di Haaretz sul 7 ottobre 2023 è valsa al giornale una querela di Benjamin Netanyahu in persona Il giornale sostiene che Netanyahu non prese alcuna iniziativa nonostante fosse stato avvertito di un imminente attentato di Hamas pochi giorni prima del 7 ottobre.

Tristan Harris vuole spegnerci lo smartphone

Chi è l'ex designer di Google che spiega al mondo come Facebook, Instagram, Netflix e le altre tech company creano volontariamente dipendenza.

01 Agosto 2017

Quando, nel 2013, gli editori Knopf e McSweeney’s hanno pubblicato The Circle (in Italia Il cerchio, uscito per Mondadori) in molti, compreso il New York Times, si chiedevano se Dave Eggers avesse scritto «una parabola della nostra epoca»: nel romanzo, ambientato in un futuro indefinito, la techie idealista Mae Holland ottiene un lavoro al Cerchio, sorta di Behemoth finale della Silicon Valley che ha accorpato ogni social network, e-commerce e motore di ricerca generando un impero di dati e algoritmi senza confini. Il libro di Eggers, di per sé abbastanza deludente, riflette un trend sempre più definito della contemporaneità, quello della ribellione alla dipendenza dalla tecnologia. Di una certa voglia di tornare alla natura abbiamo parlato di recente, qui su Studio, ed è anche vero che gli esempi di moniti anti-tech offerti dagli ultimi tempi si sprecano: Black Mirror e le sue distopie da smartphone sono diventate celebri a livello globale, e accanto ad esse si è sviluppato un filone di fiorenti attività dedicate al “digital detox”. Tra le altre figure che si sono intestate la battaglia (o, meglio dire, la richiesta di moratoria) c’è Tristan Harris, designer, ex filosofo di prodotto a Google e Millennial con la faccia da bravo ragazzo.

Negli ultimi dodici mesi, Harris ha ricevuto molta attenzione dai media d’oltreoceano per la sua scelta di fondare e farsi portavoce della no-profit Time Well Spent, un’organizzazione che si propone di «impedire alle tech company di sequestrare le nostre menti». Lo scorso aprile ha tenuto un TED talk particolarmente ispirato, pubblicato online in queste ore, in cui dichiara di volersi battere per una sorta di rinascimento del web design: una nuova era in cui designer di siti, sviluppatori di app e alti prelati della pubblicità online si metteranno la proverbiale mano sulla coscienza, mettendo sul mercato prodotti che non possano nuocere alla salute dei loro utilizzatori. Si obietterà: chi non riesce a vivere il rapporto col proprio smartphone in maniera non patologica ha problemi che vanno ben oltre la tecnologia. Tristan Harris non è d’accordo. Come ha spiegato al magazine The Atlantic qualche mese fa: «Potresti dire che è colpa mia, ma non sarebbe ammettere che dall’altra parte dello schermo c’è un migliaio di persone il cui lavoro è precisamente infrangere qualunque senso di responsabilità riesca a mantenere».

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Per questo motivo, il ragazzo propone che i software designer della Silicon Valley adottino un «giuramento di Ippocrate» che impedisca loro di «sfruttare le vulnerabilità psicologiche delle persone». Intervistato qualche giorno fa da Wired, Harris ha detto che «la tecnologia guida ciò che due miliardi di persone pensano ogni giorno», e «non perché sia cattiva, ma per via di questa corsa agli armamenti che è l’economia dell’attenzione». In sostanza, schiere di manodopera della valle del tech sono costantemente impegnate a trovare nuovi modi di farci tenere gli occhi sullo schermo perché è il sistema a richiederlo, un sistema che senza nuovi motivi di dipendenza non sarebbe profittevole. Il fondatore di Time Well Spent – il cui nome a questo punto apparirà più programmaticamente chiaro – fa degli esempi concreti: su Snapchat nuovi codici lusingano i ragazzini a inviare sempre più contenuti ai loro contatti; gli autoplay di Netflix e YouTube fanno sì che si passi in media molto più tempo del previsto a guardare video e serie tv; le indicazioni orarie dell’ultima connessione di un determinato contatto «inseriscono le persone in una specie di Panopticon», per usare le parole preoccupate di Harris, che comunque non è solo nella sua battaglia («le notifiche push mi stanno rovinando la vita», diceva di recente David Pierce in un pezzo uscito sempre su Wired).

Come si fa fronte a un sequestro di mente perpetrato su scala planetaria? Per Harris il primo passo è rendersi conto che sta avvenendo, dato che, di norma, siamo soliti pensare che i plagiabili siano sempre gli altri. «C’è un intero sistema molto più potente di noi, e diventerà sempre più forte», con gli inevitabili miglioramenti delle tecnologie che lo regolano, secondo l’ex uomo Google, per cui lo step successivo è necessariamente agire sul design, mettere in pratica il giuramento di Ippocrate della Silicon Valley. Come? Sostituendo il pulsante «Commenta» di Facebook con un più conciliante «Incontriamoci», ad esempio: «Quando vogliamo postare qualcosa di sopra le righe, possiamo avere la scelta di dire “ehi, parliamone di persona”, non online», ha chiosato. Suonerà naive –lo è, anzi – ma per Tristan Harris il punto della questione è la consapevolezza: basta sapere che stiamo passando ore a guardare immagini su Instagram per volere di un algoritmo; poi, eventualmente, può anche piacerci.

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