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Tradurre ancora Il giovane Holden

Esce oggi, sempre per Einaudi, la nuova traduzione del libro più famoso e iconico di J.D. Salinger, un libro il cui linguaggio – a partire da titolo – è sempre stato peculiare e difficile da trasformare. Ne abbiamo parlato con il nuovo traduttore, Matteo Colombo.

Matteo Colombo, piemontese di nascita ora di stanza a Berlino, amico mio (ma è irrilevante), traduttore soprattutto. All’attivo scrittori come DeLillo, Eggers, Chabon, Sedaris, Palahniuk, il romanzo da Pulitzer Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan. Einaudi l’ha chiamato a ritradurre il libro-caso di sempre, ovveroThe Catcher in the Rye di J.D. Salinger, ovvero Il giovane Holden. Esce oggi in libreria. Segue tour nei prossimi giorni al Salone del Libro di Torino. Faccio cominciare lui.

 

Da dove scegli tu.

Concretamente, da una telefonata arrivata due anni fa. Angela Tranfo, editor di Stile Libero Einaudi, pensava fossi la persona giusta. Poi, i tanti sbarramenti da parte degli eredi di Salinger, che hanno ancora uno stretto controllo sulla sua opera, su questa in particolare. Hanno dovuto approvare il mio curriculum, una prima prova di traduzione e poi la stesura definitiva. Ma pare gli sia piaciuta, tant’è che mi hanno chiesto di scrivergli i criteri che ho adottato.

Peggio dei provini per il Grande Fratello.

È finita che anch’io ho lavorato diversamente. Di solito prima di trovare il tono giusto di un libro butto giù una cinquantina di pagine. In questo caso ho fatto una prima stesura di getto, la parte ossessiva è arrivata dopo.

Il fiato di Salinger sul collo.

E quello della traduzione di Adriana Motti, a tratti ottima ma anche ingombrante, dopo tutti questi anni da cui sono passati milioni di lettori. Quindi è iniziato il controllo riga per riga, con accanto la sua e le versioni nelle altre lingue che uso per lavoro, francese e spagnolo, più un’altra traduzione pirata anteriore a quella di Motti. Sapevo di dover operare una scelta su ogni singola virgola, e volevo poter essere in grado in futuro di spiegare tutte le decisioni prese. Non tutto della traduzione precedente andava buttato: molte cose le ho tenute, altre sono cambiate perché semplicemente erano invecchiate.

La famosa lingua di Holden.

Ho scoperto la grandezza di un libro che, letto a 14 anni, mi aveva profondamente irritato. È un romanzo di puro linguaggio: è con le parole che Holden divide il mondo tra Bene e Male, è con le parole che Salinger racconta la sua deriva psichica, per esempio nella descrizione di certe crisi di panico da cui emerge la sua statura di scrittore. Ed è la lingua di un adolescente. Oggi, grazie a Internet, sappiamo come parlano i più giovani, all’epoca per la letteratura è stato l’incontro dirompente con un mondo lontanissimo.

Holden salvato da Facebook.

In parte sì, in questo senso ritradurre è sempre una fortuna, puoi correggere laddove la lingua del tempo è stata superata. Ma la richiesta dell’editore era precisa: una traduzione longeva, che potesse durare anche vent’anni, dunque lontana da ogni contemporaneismo o – peggio – giovanilismo».

Holden continua a parlare “adulto”?

No, ma non poteva nemmeno esprimersi come un ragazzino attaccato a WhatsApp. Prendi la volgarità del suo linguaggio, per l’epoca a suo modo sconvolgente. Sono tornati molti dei “cazzo” assenti nella traduzione di Motti, ma senza rispettare le quasi 150 ricorrenze, l’effetto in italiano sarebbe stato diverso. Ogni lingua è a sé, va trovato il registro giusto, in traduzione la matematica è davvero un’opinione. Tutto è un’opinione.

Holden è diventato più vulnerabile, secondo noi anche sessualmente. È indefinito, sfumato. Adolescente. La sua psicologia non è spiegata come prima, è affidata al lettore.

Per alcuni lo è anche ritradurre questo romanzo, da sempre una patata bollente.

Lo è perché continua a vendere moltissimo, e non è un dato secondario. Ma negli anni il dibattito su Holden era vivo e aperto, gli appelli di Baricco e Veronesi, i sondaggi sui libri preferiti dai ragazzi da cui ultimamente era scomparso. Durante una trasmissione di Radio3 sul tema, un paio d’anni fa, un ascoltatore disse di averlo suggerito al figlio quattordicenne, che però l’aveva trovato noioso.

In che misura sarà diverso il libro che quel figlio leggerà ora?

Innanzitutto, è più fedele. E poi il mio revisore, Anna Nadotti, dice che è menoestremamente maschile. La traduzione precedente era di una donna, ma risentiva di quel contesto che l’ha reso un testo di culto per una fetta di maschi di una provenienza sociale e culturale precisa. Oggi si riscopre una lingua innovativa, divertente, pure commovente. E Holden è diventato più vulnerabile, secondo noi anche sessualmente. È indefinito, sfumato. Adolescente. La sua psicologia non è spiegata come prima, è affidata al lettore.

Tornando al figlio di cui sopra. Gli adolescenti di oggi fruiscono più facilmente della lingua originale, scaricano le puntate di Game of Thrones il giorno dopo la messa in onda negli Stati Uniti, hanno accesso a più contenuti direttamente in inglese. In che termini è giusto e consentito ritradurre un classico?

Game of Thrones lo scarico anch’io e, da lavoratore della lingua, sono certo che lo scenario di cui parli produrrà cambiamenti epocali. Ma prima che l’Italia possa contare su un numero significativo di lettori che possono accedere alla lingua originale dovrà passare ancora molto tempo. Quanto alla ritraduzione, Holden è un caso a parte: è stata di fatto una meta-traduzione, un lavoro quasi astratto su un testo unico per la vicenda sua e del suo autore.

Quindi ritradurre non è utile tout-court.

Una ritraduzione è sempre giustificata, ogni nuova opinione su un testo è lecita. Ma cosa valga la pena ritradurre apre un discorso economico oltre che culturale, e riguarda principalmente gli editori. Se mai, c’è da chiedersi quanto sia buona ogni singola traduzione che esce oggi, e non necessariamente di libri destinati a diventare classici. E quanto lo siano certe traduzioni di successo uscite in passato.

Si può prevedere la durata di un’opera, traducendo?

Quasi mai. Essere fedeli alla lettera del testo, ma soprattutto alle intenzioni dell’autore, dà la certezza (o quasi) che la traduzione sopravviva al tempo: è una scuola possibile, ed è quella che ho scelto io. Quando lavoravo a Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan mi dicevo: «Questo è un libro che durerà», e lo credo ancora oggi: ma magari sarò smentito. Se avessi avuto la fortuna di tradurre un romanzo come Le correzioni di Franzen, l’avrei pensato senza dubbio.

Dopo Holden, hai rallentato con i libri, privilegiando le traduzioni di pezzi per testate come Internazionale e D di Repubblica.

Sarei ipocrita se ti dicessi che Holden non ha fatto la sua parte. Ma la cosa è più semplice: ho preferito fare meno e scegliere di più, finché posso. Senza però progettare sparizioni alla Salinger.

Posso scrivere allora che sei rimasto lo stesso di sempre, quello che va a fare la spesa in jeans e maglietta?

A Berlino si può fare anche in pigiama.

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