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Timbuktu e la familiarità del jihadista

Un film che vuole descrivere, con una lente intima e truce, i due anni di occupazione islamica salafita dell'antica città del Mali.

Lo dico molto sinceramente: di rado guardo film non americani. Non è una scelta ideologica, né mi mancano le opportunità, ma avrò visto forse cinque film africani in tutta la mia vita (includendo i tre di Neill Blomkamp, quello di District 9, che come stile – vabbè avete capito). Senza metterne in dubbio le qualità poetiche e culturali, quindi, a vedere la locandina di Timbuktu l’avrei consigliato a mia madre, ma l’avrei guardato solo dopo aver esaurito tutte le commedie alla Woody Allen o Apatow in sala. Ma dopo aver letto un paio di articoli a riguardo, ho deciso che questo film di Adberrahmane Sissako dovevo vederlo assolutamente. Perché una persona cinematograficamente pigra come me si trova a scrivere di un film franco-mauritano? Ve lo spiego adesso.

Selezionato come contendente per la Palma d’Oro a Cannes e nominato all’Oscar per il miglior film in lingua straniera, quando è uscito Timbuktu ha fatto un certo scalpore. La pellicola conquista per eleganza estetica e narrativa, ma se ha ricevuto recensioni così entusiaste è per l’urgenza dei temi trattati, un’urgenza che l’ha reso addirittura controverso. Ma andiamo con ordine.

Timbuktu racconta il periodo in cui la città omonima, in Mali, è stata occupata dal gruppo jihadista Ansar Dine, che l’ha controllata imponendo una versione estrema della sharia dal 2012 fino all’anno seguente, quando un contingente militare francese la liberò. La vicenda è geograficamente e culturalmente lontana dalle giurie occidentali che hanno premiato il film. Sulla carta conferma l’orrore per frustate e lapidazioni in un paese che la maggior parte di noi non saprebbe indicare su una mappa, ma di fatto Sissako ritrae cittadini e jihadisti con una complessità umana e morale (quasi) mai vista prima, ed è questo che colpisce di più. Il titolo di un recente articolo del New Yorker evidenzia quest’aspetto coraggioso già nel titolo («Un film che osa umanizzare i jihadisti»), facendo notare come – subito dopo la tragedia di Charlie Hebdo – il sindaco del sobborgo parigino di Villiers-sur-Marne abbia provato a bandirlo come apologia al terrorismo, mentre il festival cinematografico FESPACO in Burkina Faso l’ha recentemente ritirato dalla selezione per motivi di “sicurezza”. La prossimità alla strage nella redazione del giornale satirico è un catalizzatore non da poco, ma se persino Foreign Policy – pubblicazione non nota per le sue recensioni cinematografiche – titola «Date subito un Oscar a questo film» i meriti vanno oltre le coincidenze del calendario. Tra le altre cose, FP si concentra infatti su come Sissako – che è nato nella vicina Mauritania, ma ha lavorato un sacco in Mali – metta in scena la lotta interna all’islam.

In Timbuktu c’è molta umanità, ma ci sono anche le frustate, le lapidazioni. Il tocco soft di Sissako si trasforma in un cazzotto.

Gli abitanti di Timbuktu, infatti, sono quasi tutti musulmani e seguono i precetti di Maometto in una versione che diremmo moderata, coesistente con tradizioni animiste locali. L’imposizione di divieti tassativi e banali come il divieto di cantare e giocare a calcio, quindi, è una violenza di musulmani su altri musulmani. Quando i jihadisti entrano in moschea con stivali e kalashnikov l’imam li sgrida, mentre una donna in hijab che vende il pesce si spazientisce quando le dicono di mettere i guanti. La polizia islamica va in giro a gruppi di due o tre, impartendo ordini con megafoni, fermando chi non rispetta i codici di abbigliamento. Un giovane jihadista telefona al suo superiore dicendo che ha finalmente scoperto da dove viene della musica, ma siccome i colpevoli stanno pregando Allah non sa se deve arrestarli. Gli occupanti vietano il calcio (che viene giocato comunque, senza pallone, in una delle scene più emblematiche del film) ma poi discutono di Zidane e Messi, interrotti dalla pazza del villaggio che li insulta e se ne va impunita, mentre loro continuano a parlare. Il rapporto tra uno dei jihadisti più stagionati e una giovane recluta locale è il più indicativo: l’uno predica, ma poi fuma di nascosto, dice a una donna di coprirsi con il velo ma è lui che la visita ogni giorno nonostante viva in mezzo al deserto e sia sposata. L’altro, che gli fa da interprete e maestro di guida, è preso in un mix di rispetto per l’autorità e sincero imbarazzo per le contraddizioni del superiore. C’è tanta banalità nelle routine di pattuglia degli enforcer islamici, descritte con lentezza nella prima metà del film, e ci sono momenti addirittura comici – tipo quando un ex rapper deve girare un videomessaggio in stile jihadista, supportato da una troupe di altri due commilitoni con una mini DV e un faretto scassato, ma è troppo timido e gli manca il carisma. I jihadisti non pregano mai, al contrario dei cittadini, e senz’altro sono sessualmente frustrati: prendono in sposa donne con la forza e con la pretesa benedizione di Allah, addirittura potano cespugli che spuntano dalle curve femminili del deserto a colpi di kalashnikov.

Ecco, in Timbuktu c’è tutta questa umanità, soprattutto nella prima parte, ma ci sono anche le frustate, ci sono le lapidazioni. Il tocco soft di Sissako si trasforma in un cazzotto in bocca e lo spettatore si ricorda che non sta guardando Kaurismaki e nemmeno Kevin Smith, che c’è un motivo se questa falange un po’ scombinata ha sempre i fucili appresso.

Il regista non pretende di farci vedere il momento esatto in cui uomini all’apparenza normali, con i quali avevamo persino riso, si trasformano in carnefici. Ci sono molti primi piani sui jihadisti imbarazzati nelle scene accennate sopra, nessuno mentre frustano o lanciano le pietre (ci vengono mostrate le vittime però, in modo asciutto e brutale). Lo scatto da parte non voluta della società a spietati esecutori ci viene risparmiato forse per eleganza, forse per onestà narrativa. Un leap of faith in senso negativo (per usare impropriamente un’espressione inglese poco traducibile, ma significativa) che è però il fulcro inesplorato e inesplorabile dell’identificazione con l’assassino. Se la violenza ci fosse stata mostrata all’inizio avremmo forse avuto la tentazione di perdonare il sopruso, di dimenticarne la gravità. Così, Timbuktu è bello e importante perché ci porta all’ideologia partendo dal particolare, dalle persone, andando quindi nella direzione meno prevedibile.

La copertura mediatica del film è stata probabilmente amplificata dall’intensificarsi del dibatto sull’islam in seguito alla vicenda di Charlie Hebdo, ma come ricordavo sopra il Mali non è l’Europa, anche se alcuni dei jihadisti ritratti sono algerini proprio come i fratelli Kouachi, autori della strage parigina. Insomma, ci sono delle narrative comuni, ma il contesto è diverso. Nonostante ciò, a me ha fatto venire in mente un altro film, molto più vicino alle città in cui viviamo e ugualmente interessato alla psicologia islamista: Four Lions, diretto dal comico britannico Chris Morris [da adesso attenti agli spoiler].

Si tratta di una commedia dark non troppo divertente, ma senza dubbio interessante: segue un gruppo di quattro aspiranti terroristi di Sheffield nella preparazione del loro primo attentato, durante la maratona di Londra. Essendo una commedia la caratterizzazione umana è molto più stereotipata e meno elegante rispetto a Timbuktu, ma gli equilibri tra i personaggi principali sono pensati bene: c’è quello giovane e idealista con moglie e figlio (che va in un campo di addestramento in Pakistan ma prende in giro il fratello religioso che non vuole stare nella stessa stanza di sua moglie), il convertito ultra-agguerrito, infido e manovratore (che vuole mettere una bomba nella moschea per radicalizzare i musulmani moderati), il rapper provocatore che poi cambia idea all’ultimo e quello confuso che fa tutto quello che gli dicono gli altri (e finisce con il farsi saltare in aria in un kebabbaro). Si ride dell’incapacità organizzativa di ciascuno e delle loro contraddizioni, ma in mezzo c’è anche qualche critica alle autorità: alla fine il fratello barbuto e religioso dell’attentatore principale viene erroneamente incolpato dell’attentato, a indicare che la pratica dell’islam e il terrorismo sono cose distinte e spesso confuse tra loro – fatto che emerge anche nel confronto sopra citato tra l’imam e i jihadisti in Timbuktu.

È raro catturare la figura del jihadista, così mediatizzata ma raramente esplorata da vicino.

Ci sono similitudini evidenti tra le tipologie incarnate dai personaggi del film di Morris e quelli di Sissako, ma credo che una differenza abbastanza importante sia che il primo cerca di raccontare quello scarto (o sovrapposizione) tra individuo e carnefice dal quale il secondo prevalentemente si distacca. Non in termini di fattori di radicalizzazione a monte – frustrazione, esclusione, schizofrenia – ma nella dinamica di insistenza verso il suo compimento: di fronte alle evidenti e ripetute difficoltà (in Timbuktu vediamo la sharia dei jihadisti in corso come status quo, nella commedia è un obiettivo ancora da raggiungere) Morris è costretto a usare molte più parole e a mettere in bocca ai suoi protagonisti promesse di gloria e tentativi di giustificazione e motivazione che, per quanto risultato di una lunga ricerca, risultano sconnesse e ovviamente incapaci di creare empatia. Comunque, al netto dello scarto commedia-dramma, Four Lions prova a risolvere uno dei problemi più cruciali del nostro tempo, e chiaramente poi risulta infinitamente più impacciato come film. Non tutte le recensioni sono state positive, infatti, ma quattro anni dopo l’uscita l’Atlantic ci ha dedicato un articolo, a testimoniarne la rilevanza, mentre subito dopo la strage di Parigi la Wild Bunch l’ha offerto gratis sulla piattaforma on-demand FilmoTV. Il fatto che Morris non abbia subito le stesse ripercussioni e fatwe varie di altri personaggi che hanno approcciato l’argomento, poi, è forse un segnale che era sulla strada giusta per raggiungere pubblici diversi (in questa intervista dice che gli spettatori musulmani ridevano lo stesso, anche se per ragioni diverse).

Nelle loro differenze, entrambi i film – in tempi di Charlie Hebdo, ISIS, Jihadi John e compagnia – sono lodevoli esempi mediatici che provano a catturare la figura del jihadista, così mediatizzata a livello macroscopico ma raramente esplorata da vicino, anche solo su base di fiction. Una figura che, ci piaccia o no, fa parte dello stesso paesaggio umano che abitiamo anche noi.

Nell’immagine in evidenza, un frame del film

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