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Perché Teju Cole e gli altri ce l’hanno con Charlie Hebdo (e sbagliano)

Sei autori più una contro un settimanale che «spara sui più deboli».

Salman Rushdie li ha definiti «pussies», fighette. E, facendo il verso a Pirandello, «six authors in search of a bit of a character» (il gioco di parole nasce dal fatto che «character» può significare sia “personaggio” sia “coraggio” e/o “integrità”). Gli autori in questione in realtà sono sette, la ragione per cui hanno fatto infuriare Rushdie, e con lui molti altri, è questa: si rifiutano di partecipare alla serata di gala del PEN American Center dove due rappresentanti del Charlie Hebdo riceveranno un premio per la libertà di espressione.

La polemica, nel frattempo, ha raggiunto anche la stampa italiana, che generalmente l’ha presentata come una contrapposizione tra scrittori di sinistra che ritengono l’umorismo dell’Hebdo razzista o islamofobo, e un’associazione letteraria invece determinata a difendere la libertà di espressione anche, se non soprattutto, quando è politicamente scorretta. In parte, infatti, è così. Ma la vicenda è anche ricca di sfumature e ognuno dei sette (più precisamente, come vedremo: sei più una) scrittori ha addotto ragioni diverse alla sua decisione di boicottare la premiazione al settimanale francese. In tutta questa faccenda, Studio è dalla parte del PEN e di Charlie Hebdo, e quelle che seguono sono le opinioni personali dell’autrice, che desidera fornire una panoramica delle diverse obiezioni mosse dai sette autori – contestabilissime, certo, ma che non meritano di essere liquidate come una sterile difesa del “politicamente corretto” né di essere messe tutte nello stesso calderone. Alcune critiche mosse al PEN sono infatti al limite del ridicolo (tra queste: ma il Charlie Hebdo è francese!), altre possono essere uno spunto di riflessione anche per chi non le condivide.

[AGGIORNAMENTO: nel frattempo il numero di scrittori che si sono opposti alla premiazione è salito a 145. Dal momento che non tutti erano invitati alla serata di gala, tuttavia, non si può parlare di vero e proprio boicottaggio. In ogni caso: potete leggere i loro nomi qui]

Cominciamo dai fatti. Il PEN American Center è la divisione americana di una prestigiosa società letteraria internazionale che ha il suo quartier generale a Londra. Il prossimo 9 maggio organizzerà a New York il PEN Literary Gala & Free Expression Awards, dove saranno premiati due redattori del Charlie Hebdo, il settimanale satirico francese attaccato lo scorso gennaio da due terroristi islamici che hanno ucciso 12 persone. Insieme a Gerard Biard e Jean-Baptiste Thoretma, rispettivamente caporedattore e critico cinematografico dell’Hebdo, riceveranno il premio anche figure meno note, come la giornalista investigativa azera Khadija Ismayilova.

La decisione di assegnare il premio alla rivista francese era stata comunicata agli scrittori invitati alla serata di gala nella seconda metà di marzo. La prima a protestare era stata l’americana Deborah Eisenberg, autrice di racconti premiata dal PEN nel 2011, con una email infuocata indirizzata al direttore esecutivo della società letteraria Suzanne Nossel. La mail, datata 26 marzo, è stata resta pubblica solo a fine aprile da Glenn Greenwald sul sito The Intercept (contattato da Studio, Greenwald ha preferito non rivelare da chi ha ricevuto lo scambio di email, che a prima vista sembrerebbe una conversazione privata tra Eisenberg e Nossel, ma in realtà, ci ha detto Greenwald, includeva altri quattro funzionari del PEN in copia conoscenza). Più recentemente un’altra scrittrice statunitense, Rachel Kushner, ha inviato una separata mail di protesta ai dirigenti del PEN, e la cosa è finita sul New York Times. Nello stesso articolo in cui riferiva della mail di Kushner, il Nyt riferiva anche che altri cinque scrittori – l’australiano Peter Carey, il nigeriano Teju Cole, l’anglo-ghanese Taiye Selasi, l’americana Francine Prose, e il canado-singalese Michael Ondaatje – non avrebbero partecipato alla serata di gala in protesta, e ne ha intervistati alcuni. Teju Cole ha rifiutato di commentare la questione ai microfoni del New York Times, ma aveva già espresso forti critiche contro il Charlie Hebdo – e ancora più all’idea di farne un simbolo della libertà di espressione – a pochi giorni dalla strage di gennaio, sul New Yorker.

Dunque, si diceva, abbiamo sei scrittori più una (cioè i sei interpellati dal New York Times e Deborah Eisenberg, che si era dissociata precedentemente e la cui protesta probabilmente ha dato il La a quelle successive) che boicotteranno la premiazione del Charlie Hebdo alla cena di gala del PEN. Ognuno però, ha addotto motivazioni diverse. Proviamo a riassumerle e, nel limite del possibile, ad analizzarle.

In altre parole, Charlie Hebdo non andrebbe premiato perché ha sparato sui più deboli.

Nella sua lettera ai dirigenti del PEN, Rachel Kushner ha detto di essere messa a disagio dall’«intolleranza culturale» della testata francese, che a dire suo promuoverebbe «una specie di visione laica obbligatoria» (così almeno riporta il New York Times, noi non siamo riusciti ad ottenere una copia della mail). Sul fatto che il Charlie Hebdo abbia una visione decisamente laica e anti-religiosa del mondo esistono pochi dubbi, né sorprende che qualcuno possa considerare questa visione «intollerante» nei confronti dei credenti. Quello che però Kushner sembra ignorare è che per riconoscere il merito di una rivista nel difendere la libertà d’espressione… non è affatto necessario condividere al cento per cento tutti i suoi contenuti! Come ha spiegato Suzanne Nossel, la direttrice del PEN, in una mail indirizzata a Deborah Eisenberg: «Non vediamo questo premio come un applauso a ogni singola cosa che il Charlie Hebdo ha scritto o illustrato. È la sua dedizione alla libertà di espressione, ad ogni costo, che vogliamo onorare».

Interpellato dal New York Times via email, Peter Carey, lo scrittore australiano noto soprattutto per Oscar e Lucinda, ha definito di opporsi alla premiazione del settimanale anche perché la questione «è ulteriormente complicata dalla cecità del PEN davanti all’arroganza culturale della nazione francese, che non riconosce i suoi obblighi morali nei confronti di vaste componenti svantaggiate della sua popolazione». L’argomentazione di Carey, insomma, è questa: la Francia ha un problema serio di mancata integrazione, economica e sociale, degli immigrati; il Charlie Hebdo è una testata francese; dunque il Charlie Hebdo non merita di essere premiato. Ora, il fatto che la Francia abbia un problema di integrazione degli immigrati è difficilmente contestabile. Alcuni potrebbero anche concordare sul fatto che la Francia abbia un problema di integrazione delle minoranze etniche superiore a quello di altre ex potenze coloniali, come la Gran Bretagna. Come però questo renda il Charlie Hebdo meno meritevole di un premio resta tutto da dimostrare. Da quando le difficoltà di una società e di una nazione si trasformano in una colpa dei singoli cittadini o organizzazioni? Inoltre Carey sembra accusare una nazione intera di razzismo, il che è problematico, se non una contraddizione di per sé.

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Lo scrittore Teju Cole.

Una critica più articolata è quella mossa da Deborah Eisenberg nella lunga email inviata ai dirigenti del PEN a fine marzo e pubblicata da Greenwald. La scrittrice definisce il Charlie Hebdo «spettacolarmente offensivo», nonché «di cattivo gusto, sciocco e sconsiderato», e spiega apertamente perché. Ad offendere Eisenberg non è tanto la scurrilità di alcune vignette del settimanale francese, quanto piuttosto il fatto che essa sia diretta soprattutto contro «una minoranza svantaggiata». Questa la tesi di Eisenberg: 1) Sebbene ufficialmente l’Hebdo ce l’abbia con tutte le religioni, nei fatti attacca prevalentemente il cattolicesimo e l’Islam; e 2) fare satira sul cattolicesmo e sull’Islam non è la stessa cosa, almeno in un contesto europeo; perché 3) il cattolicesmo è la religione maggioritaria in Francia mentre l’Islam è la religione di una minoranza che si trova in una situazione socio-economica di svantaggio. Dunque, secondo l’autrice, il problema sarebbe questo: il Charlie Hebdo se la prende coi poveracci. Cosa scorretta, cosa troppo facile.

La critica di Eisenberg ha il pregio di essere molto chiara, dice cioè apertamente quello che altri accennano o insinuano soltanto: prendere di mira l’Islam non va bene perché è la religione degli emarginati, degli ultimi. Eisenberg – che qui sbaglia, ma non è stupida, né una macchietta – non arriva a dire che l’Islam è intoccabile. Si limita a sostenere che la satira cattiva, quella pesante, andrebbe indirizzata a quelli più grossi di te, sennò è vigliaccheria.

A questo punto, la critica dell’autrice americana merita di essere scomposta nelle sue varie componenti. L’assunto da cui parte – e cioè che fare satira contro una minoranza «non è la stessa cosa» che fare satira contro una maggioranza – è, secondo chi scrive, corretto. Anzi, è una cosa che chi commenta la satira, molto più spesso di chi la fa, tende a dimenticare, specie in Europa: la satira ha valenze e implicazioni diverse quando il bersaglio è una minoranza, specie se marginalizzata, rispetto a una maggioranza (secondo uno studio del Pew molti europei hanno opinioni negative dei musulmani, che sono la seconda minoranza più odiata dopo i Rom). Eisenberg però spinge il discorso oltre, arrivando a sostenere che alle minoranze marginalizzate andrebbe risparmiata, automaticamente, la satira più feroce. Non per legge, certo, ma per una questione di buon gusto. In altre parole, Charlie Hebdo non andrebbe premiato perché ha sparato sui più deboli.

Qui però, l’autrice commette due errori. Il primo consiste nell’equazione automatica tra satira diretta a una minoranza e vigliaccheria. Eisenberg fa bene a ricordare che attaccare una minoranza e attaccare la maggioranza sono due cose diverse, ma questo non significa che attaccare una minoranza sia di per sé fuori luogo. Fuori luogo, piuttosto, sarebbe attaccare una minoranza senza rendersene conto, o fingendo di attaccare una maggioranza. In alcuni casi è lecito prendersela con i più piccoli, a patto che si prenda atto della propria posizione di forza.

Prendere di mira ebrei e cristiani può costare il posto, ma mai la vita. Il discorso del “troppo facile” non regge.

Il secondo errore consiste nella facilità con cui Eisenberg attribuisce una posizione di debolezza ai musulmani d’Europa davanti alla satira. Troppo facile prendersela con loro, è come picchiare i bambini più piccoli, questo il sottotesto. Ora, chi scrive non nega che in molti paesi europei la popolazione islamica si trovi spesso in una posizione svantaggiata. Ma da qui a lasciare intendere che attaccare la loro religione sia “un po’ troppo facile” ne passa. Prima perché, beh, i musulmani non sono degli stupidi alla mercé dell’umorismo altrui e, come molte altre minoranze, vantano intellettuali e artisti capaci di rispondere per le rime a chi di dovere. Ma soprattutto perché, come ha dimostrato dalla strage dei redattori dell’Hebdo, tra i musulmani più che tra altre minoranze esistono gruppi pronti ad atti violenti. Certo, non sono rappresentativi dell’Islam europeo, però resta il fatto che esistono e che prendere in giro Maometto, nel concreto, può essere molto più rischioso che prendere in giro Gesù o Mosè. Alcuni vescovi si arrabbiano, i rappresentanti delle comunità ebraiche scrivono lettere infuocate, ma in Europa non esistono gruppi armati ebraico-cristiani pronti a prendere d’assalto le redazioni. Talvolta prendere di mira ebrei e cristiani può costare il posto, ma mai la vita. Lo stesso non si può dire dell’Islam. Dunque il discorso del “troppo facile” non regge.

La critica al Charlie Hebdo mossa da Teju Cole sul New Yorker è sotto alcuni aspetti simile a quella di Deborah Eisenberg. Lo scrittore, noto in Italia soprattutto per Città Aperta (Einaudi), rimprovera al settimanale francese di «avere un gusto particolare per le provocazioni islamofobe e razziste». Partiamo dall’accusa di “razzismo”. Probabilmente nasce dal fatto che lo scrittore ha confuso una vignetta dell‘Hebdo che ridicolizzava la visione del mondo del Front National con uno sfottò agli immigrati africani: la vignetta incriminata rappresentava la ministra afro-francese Christiane Taubira come una scimmia, di fianco a un simbolo del FN; lo sfottò era evidentemente diretto al FN, non a Taubira; Cole sostiene di trovare poco convincente questa tesi. L’unica spiegazione è che sia talmente poco avvezzo di cose francesi da non rendersi conto che è davvero l’interpretazione più immediata (il simbolo del FN cosa ci starebbe a fare altrimenti?)

Quanto all’islamofobia, Cole riprende gli stessi temi di Eisenberg – i musulmani in Europa sono una minoranza svantaggiata, dunque un bersaglio troppo facile – legandoli però al contesto post-coloniale: la strage dell’Hebdo, scrive, è «avvenuta sullo sfondo del brutto passato coloniale della Francia, della sua considerevole popolazione musulmana, e della soppressione, in nome della laicità, di alcuni simboli culturali islamici, come l’hijab [cioè il velo]».

Più della critica rivolta all’Hebdo, a cui si possono contrapporre gli stessi ragionamenti già contrapposti a Eisenberg, è interessante la critica rivolta da Teju Cole a chi assume l’Hebdo come simbolo assoluto della libertà d’espressione. Perché non Snowden, perché non Chelsea Manning, condannata a 30 anni per il suo ruolo in WikiLeaks?, domanda lo scrittore. Cole se lo spiega così: il massacro all’Hebdo rappresenta una minaccia esterna alla libertà di espressione nei paesi occidentali; le vicende Snowden e Manning rappresentano invece minacce interne alla stessa libertà. I vignettisti francesi sono stati trucidati da fondamentalisti islamici, qualcosa di estraneo alla cultura occidentale e alla nostra idea di democrazia. Snowden e Manning sono al contrario i bersagli di un governo democratico occidentale. Pensare alle minacce esterne, sostiene lo scrittore, è più comodo che pensare alle minacce interne, o se non altro più rassicurante: dobbiamo difenderci da loro, non dai nostri.

Di questa critica al lettore attento non sfuggirà un certo elemento di benaltrismo: non premiate l’Hebdo, sono ben altri i problemi della libertà di espressione, premiate Snowden. Su una cosa però forse Teju Cole ha ragione: c’è il rischio che la celebrazione di Charlie Hebdo possa essere strumentalizzata per fare passare un messaggio sbagliato, e cioè che le minacce dalla libertà di espressione provengano soltanto dall’esterno. Il rischio di cadere nella trappola intellettuale forse c’è. Ma non c’è bisogno di cadere in questa trappola per ammirare il coraggio del Charlie Hebdo.

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