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Taiye Selasi

Intervista alla scrittrice: il suo ultimo libro, l'Africa, e le difficoltà della letteratura africana, che non è sempre politica o geopolitica o sociale.

Taiye Selasi, metà ghanese metà nigeriana, nata a Londra, cresciuta a Boston, che ora vive a Roma perché a Parigi non trovava un appartamento, è la personificazione dell’Afropolitan, l’africano cosmopolita di cui parla in un suo saggio del 2005.

Di recente nominata tra i 20 Granta Young British Novelists e con l’approvazione di vere icone della letteratura postcoloniale quali Toni Morrison e Salman Rushdie, Selasi è vista come la nuova voce di una letteratura africana in rinascita. In attesa che il suo primo romanzo Ghana Must Go venga pubblicato in italiano a settembre con il titolo La bellezza delle cose fragili (Einaudi, 344 pp., 19 euro; per maggiori spiegazioni sulla scelta del titolo leggete l’intervista), l’abbiamo incontrata nel suo appartamento a Trastevere per farle qualche domanda.

 

Come è stato scrivere il tuo primo romanzo?

Sapevo di voler essere scrittrice all’età di 4 anni, e per i successivi 25 non c’è stato giorno in cui non abbia pensato al “primo libro” che prima o poi avrei scritto. Alla soglia dei 30 anni e dopo due lauree, vari lavori, viaggi, e ancora niente libro, ho lasciato il lavoro – mettevo da parte da anni – e mi sono lanciata. È stato magico, mi svegliavo la mattina per fare quello che avevo voluto fare tutta la vita e ora facevo. Quando dopo le prime 100 pagine ho trovato un agente e firmato il contratto sono stata afflitta dal blocco dello scrittore, per l’improvvisa realizzazione che qualcun altro avrebbe letto il mio libro! Ci ho messo quasi sei mesi per riprendere e quando l’ho fatto, ho scritto le successive 200 pagine con lo stesso slancio delle prime 100, solo sei mesi più tardi.

 

Ti sei fatta conoscere con il racconto breve The Sex Life of African Girls. Qual è l’appeal del racconto per te?

Il racconto è la realizzazione perfezionata dell’arte della narrazione. O forse sono solo impaziente! Cominci un racconto e 20, 25 pagine più tardi finisce? Grandioso. Alcune storie richiedono la lunghezza di un romanzo, ma i racconti brevi sono i miei preferiti. Vivi insieme a questi microcosmi – i personaggi, le voci – che ti appaiono e ci vivi insieme per un periodo di tempo molto concentrato, è fantastico.

 

La tua scrittura è molto filmica. Che rapporto c’è tra film e prosa?

La prosa è visiva, me lo dicono in tanti, e mi chiedo cos’altro potrebbe essere. Chiedi a qualcuno di immaginare un mondo con le tue parole. Sogniamo in immagini, è quella la parte della mente umana che mi eccita di più e quella a cui voglio accedere. C’è uno spazio liminale tra immagine e linguaggio – in entrambi i sensi, succede quando vedi una fotografia, la tua mente ci costruisce su una storia. Non ci sono parole ma vivi l’immagine come storia, e lo stesso può succedere con un racconto, non ci sono immagini, non ci sono foto ma il lettore lo percepisce visivamente. C’è uno spazio intermedio ed è questo spazio che il mio lavoro occupa.

 

Sei stata accolta come promessa della letteratura Africana. Ma i tuoi personaggi – benestanti, educati, internazionali – non sono rappresentativi della maggior parte della popolazione africana, o meglio ghanese e nigeriana. Come lo spieghi?

Un autore indiano ha scritto di recente sul New York Times: «Ho scoperto di aver scritto un romanzo sull’immigrazione, il che mi ha sorpreso perché credevo di aver scritto un romanzo su una mamma e una figlia». Mi ha fatto sorridere, perché anche io non sento di aver scritto del Ghana o della Nigeria ma di una famiglia, in Ghana Must Go, di una ragazzina in The Sex Life of African Girls, di un ragazzo in Driver, i miei tre lavori pubblicati. Ma siccome sono di origini ovest-africane, i miei lavori sono visti come commenti sui paesi di origine dei miei genitori. Il che francamente è stancante. Se avessi voluto scrivere di Ghana e Nigeria sarei andata a scrivere per l’Economist. La ragione per la quale scrivo libri, film e racconti, è che amo raccontare storie, e spero questa non sembri una scusa perché non lo è: i miei personaggi sono ghanesi o nigeriani ma sono dati demografici, che non hanno a che fare con ciò che trovo più gioioso nello scrivere prosa che è l’investigazione dell’esperienza umana e la creazione della stessa.

 

Quindi c’è un‘aspettativa che la letteratura Africana debba affrontare le stesse questioni sociali e politiche di cui impariamo dai media?

Sì, completamente. C’è il rischio, con lavori legati al continente africano, che la geografia diventi il romanzo stesso. La critica si concentra sull’ambientazione e le permette di oscurare storia, struttura, tecnica, tono, eccetera, ed è un peccato. Ci sono romanzi che parlano di determinati temi, la guerra, l’immigrazione – prendi i romanzi di Chimamanda Ngozi Adichie per esempio, ma questo non vuol dire che ogni lavoro debba parlarne. Siamo scrittori e possiamo parlare di cose diverse. Il nostro parco giochi non dovrebbe essere più piccolo perché siamo africani. Dovremmo poter andare sull’altalena, lo scivolo, la piscina, arrampicarci sulle sbarre, tutto quello che vogliamo fare dovremmo avere il permesso di farlo, africani o meno.

 

Le questioni identitarie rimangono importanti nella tua scrittura.

I personaggi abitano tra diversi posti, in un modo che è caratteristico dell’esperienza postcoloniale contemporanea. Con il processo economico della globalizzazione la migrazione è aumentata, spesso provocata dall’assenza di opportunità in un posto e la sua presenza in un altro. I figli di immigranti, che nascono al di fuori del loro paese di origine, le loro sono identità forgiate dal e in movimento, e questo è un fenomeno universale. Il movimento è quello che dobbiamo capire, dobbiamo veramente guardare al perché questo movimento avvenga, questo è qualcosa che è molto, persistentemente interessante.

 

Eppure il tuo romanzo non lo fa.

Il romanzo parla di una famiglia, e la famiglia si è formata in una parte del mondo mentre i genitori vengono da un’altra. Ok, questo è quello che convenzionalmente chiamiamo immigrazione. Ma non è quello di cui parla il romanzo, sarebbe una lettura del testo troppo ovvia. Se la famiglia non fosse di origini africane il problema non esisterebbe, e il romanzo verrebbe visto per quello che è.

 

Sei emozionata per l’uscita del libro in Italia?

Sì, così i miei amici potranno leggerlo! Il titolo sarà La bellezza delle cose fragili, che non è esattamente unatraduzione del titolo originale. Ma lo accetto. In Germania l’hanno chiamato Diese Dinge geschehen nicht einfach so, “queste cose a volte non succedono”, una frase del libro. Ero scettica, ma gli editori mi hanno detto che senza “Ghana” nel titolo il romanzo avrebbe attratto più lettori. Perché come dicevamo, ci dobbiamo confrontare con questi pregiudizi, il lettore legge Ghana e si aspetta un certo tipo di libro, e anche se non lo è continua a parlarne come se lo fosse. E visto il successo che il libro ha avuto in Germania con quel titolo, mi sono dovuta ricredere. Viene visto immediatamente come un romanzo familiare, perché non c’è altro modo di spiegare il titolo. È un fenomeno interessante.

 

Nell’immagine, un dettaglio della copertina italiana (Einaudi)

 

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