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Isis, il racconto dei racconti

Una setta, una banda di sbandati, uno Stato di polizia, un brand. Quattro modi di vedere lo Stato islamico.

La più efficace armata terrorista della storia. Un’organizzazione para-mafiosa. Uno Stato di polizia. Una setta millenarista di fanatici religiosi. Una masnada di sociopatici assetati di sangue. Ragazzotti cresciuti male. Uno spin-off di al-Qaeda. Gente che ci sa fare coi social media. Gente che non ha mai letto il Corano. Gente che ha letto troppo il Corano. Lo Stato islamico è stato rappresentato in tanti modi da più parti. «I tentativi di spiegare lo Stato Islamico e la sua rapida ascesa variano parecchio a seconda di chi spiega», scriveva qualche tempo fa Christoph Reuter sullo Spiegel. Cos’è l’Isis? E quali storie ci raccontiamo quando parliamo di Isis? Abbiamo raccolto quattro letture interessanti che offrono visioni e rappresentazioni molto diverse, ma non per questo incompatibili tra loro.

L’Isis come banda di sbandati
Ben Taub sul New Yorker, 1 giugno 2015
Jeojen Bontinck è un ragazzo olandese classe 1995, nato in una famiglia della classe media di Anversa. Figlio di padre belga e madre cattolica nigeriana, frequenta scuole private. A un certo punto la fidanzatina lo molla, lui si deprime, e parecchio. Poi si prende una cottarella per una studentessa marocchina, digita su Google: cos’è l’Islam e da allora comincia a radicalizzarsi in rete. Frequenta una moschea, assolutamente moderata, ma anche un gruppo estremista, Sharia4Belgium. Praticamente non ha mai letto il Corano ma tiene a fare sapere all’imam della moschea che è un infedele perché, gli hanno spiegato i suoi amici radicali, chi non vuole crocifiggere gli infedeli è un infedele pure lui. Seguendo alcuni amici, Jeojen va a combattere in Siria. Frequenta un campo d’addestramento dello Stato islamico senza avere mai sentito parlare prima di Stato islamico. Non parla una parola di arabo. A un certo punto i suoi compagni lo arrestano perché pensano che sia una spia. Finisce in cella con James Foley, il fotoreporter americano decapitato nel 2014. Poi lo mandano in un campo di rieducazione e da lì lui riesce a scappare. Torna in Belgio, dove viene arrestato e condannato a 14 mesi con sospensione della pena. Quando Ben Taub, un giornalista freelance, lo contatta, Jeojen dice che vorrebbe tornare a combattere in Siria, senza rendersi conto che verrebbe giustiziato dai suoi ex compagni d’armi in men che non si dica. La rappresentazione che ne esce è quella di uno Stato islamico composto anche da gente che di Islam non capisce niente, da teenager occidentali disadattati che si radicalizzano facendo domande idiote a Google.

atlanticL’Isis come setta millenarista
Graeme Wood sull’Atlantic, marzo 2015
Quello della radicalizzazione su Internet (sono io che vado a cercarmi le cose, e piano piano me ne convinco; non c’è bisogno che qualcuno provi a convertirmi) e dei miliziani dell’Isis che non sanno nulla di Islam sono due elementi ricorrenti quando si parla di Stato islamico, specie sulla stampa occidentale: è rimbalzata parecchio la notizia che alcuni volontari occidentali si erano portati in Siria il manuale Islam For Dummies. Tuttavia, da sola, questa rappresentazione rischia di essere fuorviante. «La verità è che lo Stato islamico è molto islamico», ha fatto notare Graeme Wood in un’ampia, e contestata, storia di copertina dell’Atlantic. «Certo, ci sono psicopatici e avventurieri, ma la religione predicata dai suoi fedeli più convinti deriva da una interpretazione coerente, e persino dotta, dell’Islam», scrive il giornalista, che si rifà all’analisi di Bernard Haykel, docente di Studi mediorientali a Princeton. L’Isis ha una teologia ben precisa, spiega Haykel, che punta a ricreare la realtà politica e sociale del VII secolo, l’era delle grandi conquiste dei successori immediati del profeta Maometto. La cosa implica anche riportare in auge pratiche dell’epoca, come la schiavitù e la crocifissione. In questo l’Isis è molto più fedele allo spirito del VII secolo rispetto ad al-Qaeda, che «se ha mai pensato di riportare in auge la schiavitù, si è ben guardata da dirlo apertamente». L’idea di riportare il mondo islamico all’era dei primi califfi, non appartiene soltanto all’Isis. Il ritorno alle origini è il principio guida dell’Islam wahhabita, la scuola di pensiero saudita che ha ispirato al-Qaeda. C’è però una grande differenza: i wahhabiti non hanno mai visto gli altri musulmani come “infedeli” (persino Bin Laden evitava di definirli tali) mentre l’Isis sì. Dunque, dal suo punto di vista, l’Isis opera in un contesto regionale popolato da “infedeli” e questo gli permette di rivivere – o credere di rivivere – l’esperienza dei compagni di Maometto, che conquistarono la regione quando l’Islam era ancora minoritario. La rappresentazione che ne esce è quella di uno Stato islamico che, per la prima volta, è riuscito a realizzare il sogno di riportare una parte del mondo indietro di 1500 anni. Un’organizzazione animata soprattutto da una forte ideologia e da una teologia coerente, seppure odiosa: «Quando un uomo mascherato decapita un apostata urlando Allahu akbar, a volte lo fa proprio per ragioni ideologiche»

L’Isis come Stato di polizia
Christoph Reuter sullo Spiegel, 18 aprile 2015 (tradotto anche su Internazionale)
L’ideologia, forse, non è tutto. Il settimanale tedesco Der Spiegel ha ottenuto alcune carte private dell’uomo che è considerato «l’architetto dello Stato islamico». Haji Bakr (nome di guerra di Samir Abd Muhammad al Khilfawi, ucciso nel gennaio del 2014) era un ex ufficiale dell’aeronautica irachena, sunnita, nazionalista, non particolarmente religioso e fedele a Saddam, che si è trovato disoccupato di punto in bianco nel maggio del 2003, quando gli americani hanno deciso di de-baathificare la società irachena, mandando a casa tutti i militari e i burocrati del regime. Insieme ad altri soldati e uomini d’intelligence neo-disoccupati, tutti laici e nazionalisti come lui, Bakr si è messo in contatto con la divisione irachena di al-Qaeda, guidata da al-Zarqawi. I due gruppi avevano ideologie molto diverse, ma un obiettivo comune: cacciare gli americani e prendere il potere. «Il segreto del successo dell’Isis sta nella somma degli opposti, il fanatismo religioso di un gruppo, e i calcoli strategici dell’altro», scrive Reuter. Da lì è nato l’embrione dello Stato islamico. Il futuro califfo, Abu Bakr al-Baghdadi, religioso e studioso del Corano, è stato reclutato per «dare al gruppo una faccia religiosa». Quando sono iniziati gli scontri in Siria, l’organizzazione ha spostato le sue mire lì, iniziando una campagna, molto ben pianificata, per prendere il controllo di alcune cittadine nel nord del Paese. Lo schema, micidiale, era questo: aprire un ufficio di generica predicazione islamica; assoldare una serie di informatori prezzolati; e, a quel punto, schedare, spiare, raccogliere ogni informazione potenzialmente compromettente (relazioni extraconiugali, eccetera) per rendere ricattabili i piccoli notabili locali. All’occorrenza, sbarazzarsi di potenziali oppositori. La forza principale dello Stato islamico non sta nel fervore religioso, bensì in una combinazione di «sorveglianza, spionaggio, assassinii e rapimenti», scrive il settimanale tedesco, che paragona ripetutamente la vigilanza di massa effettuata dall’Isis a quella della Stasi nella Ddr. La rappresentazione che ne esce è quella di uno Stato islamico come uno Stato di polizia. Dove «la religione, anche nelle sue forme più estreme, è uno dei molti mezzi per raggiungere il fine», ovvero il potere.

L’Isis come brand
Bruno Ballardini, Isis il marketing dell’apocalisse (Baldini&Castoldi maggio 2015)
brandNel suo recente libro Isis il marketing dell’apocalisse, il saggista Bruno Ballardini analizza le tecniche di comunicazione dello Stato islamico, applicando le logiche di marketing. I video dell’Isis non sono noiosi come lo erano i proclami di Bin Laden, nota l’autore, ma degli efficaci spot della durata massima di 15 minuti, con messaggi monodirezionali e così forti da non essere contestabili. Il giornalista John Cantlie, prigioniero dello Stato islamico, sbarbato e in buona salute mostra com’è bella e ordinata Mossul sotto la guida dell’Isis, girando in motocicletta con la polizia locale. Un prodotto realizzato così bene da non avere nulla da invidiare ai migliori programmi turistici messi in onda dalle televisioni occidentali. Il punto, sostiene Ballardini, è che non esiste più un “noi” e un “loro”, almeno dal punto di vista del marketing. Il mondo arabo esattamente come l’Europa ha avuto a che fare con strategie pubblicitarie sempre più sofisticate, al punto che anche l’opposizione al modo di vivere occidentale di fatto è una riproposizione locale di marchi globali (su tutti la Mecca Cola, versione anti-imperialista della Coca-Cola… che però rappresenta una copia, e non un’alternativa), non deve stupire che l’Isis utilizzi a proprio vantaggio gli strumenti del nemico Occidente. La presenza massiccia e consapevole dei simpatizzanti dell’Isis sui social network è una cosa ben nota. Ne esce una rappresentazione di un Isis inquietantemente simile a noi, nel mezzo se non nel messaggio, una specie di brand del terrore.

 

Nell’immagine: un frame da un video di propaganda dello Stato islamico.
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