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Spider-Man si è sdraiato

Dopo anni di supereroi politici, Spider-Man: Homecoming sembra una puntata di Tredici, con un Uomo Ragno interessato più alla fama fra i coetanei che a salvare il mondo.

Una volta qui era tutto grandi poteri e grandi responsabilità. Oggi non è che le responsabilità siano diminuite, ma mica se ne possono occupare i ragazzini. Benvenuti nell’era dello Spider-Man Sdraiato, nel senso degli Sdraiati di Michele Serra. Lo Spider-Man che in cuor suo vorrebbe pure impegnarsi, ma cosa vuoi, oggi la priorità è girare le storie col telefonino. Da questo punto di vista Spider-Man: Homecoming, in uscita giovedì e destinato a sfracellare i botteghini di tutto il mondo, è un precisissimo trattato sociologico sugli adolescenti di oggi, ovverosia la Generazione del Grande Alibi: è colpa di questo brutto mondo che non ci lascia spazio, se non riusciamo a combinare un cazzo. E però, dice il film, è anche un po’ colpa loro.

Una volta era tutto grandi poteri e grandi responsabilità, si diceva. A inaugurare la saga è stato lo Spider-Man di Sam Raimi, cinecomic-prototipo come non se ne fanno più, anche perché se no che prototipo sarebbe. Era il 2002 e per noi fu come entrare per la prima volta da H&M: uh che bello, uh che nuovo, uh come costa poco. Poi abbiamo scoperto che quegli svedesi non pensavano ai guardaroba di noi ventenni pre-hipster nell’animo e poveri nel portafogli, bensì alla ben più vasta scala mondiale: ci siamo rimasti malissimo. Lo Spider-Man di Raimi era scanzonato il giusto, ma sotto sotto (neanche troppo) vi albergava l’orrore. Il mostruoso si annida sempre, nel mondo là fuori e pure dentro di noi. Neanche il bacio all’ingiù tra Tobey Maguire e Kirsten Dunst riusciva a toglierci quella roba nerissima dalla testa. Dopo la parentesi fallimentare starring Andrew Garfield ed Emma Stone, ecco il terzo reboot nel giro di quindici anni. Ormai lo sappiamo, i supereroi sono i nuovi classici, è come rifare Dracula o Cime tempestose, arriveranno decine e decine di altre versioni: solo che adesso le sparano fuori ogni tre mesi. Viviamo nell’epoca delle “stories” che si autodistruggono dopo ventiquattr’ore, pure il cinema si è dovuto adeguare.

Il nuovo protagonista Tom Holland, bel faccino e bel carisma, si era già fatto vedere con la tutina rossa e blu in Captain America: Civil War. Ora si è guadagnato il film in solitaria, in cui almeno ci risparmia la famosa puntura del ragno: gli studios hanno capito che lo spettatore non è così demente, ormai quella scena possiamo darla per scontata. Son dei bei passi avanti. Dunque il Peter Parker edizione 2017 ha già una missione in curriculum, lui è tutto gasato per aver combattuto al fianco di Iron Man e soci, vorrebbe farlo di nuovo, ma i vecchi supereroi non vogliono mica mollare la poltrona. Quello di oggi è lo Spider-Man degli stage non retribuiti, e che manco può sperare di essere richiamato (magari per un altro a rimborso spese, eddai). È lo Spider-Man precario che sogna il posto fisso, come in un film di Checco Zalone (ve l’ho detto che sfracellerà i botteghini). È lo Spider-Man Fantozzi: Paolo Villaggio è morto, ma le aspirazioni dei teenager del Queens sembrano le stesse degli impiegati sulla Tangenziale Est degli anni Settanta.

Fin qui la colpa è dei prepensionati brutti sporchi e cattivi, poi però lo Spider-Man Sdraiato ci mette del suo. Dopo anni di supereroi politici, nel nuovo Uomo Ragno non v’è traccia di impegno. Di responsabilità. Per certi versi è un bene. Si combatte per un po’ di gloria locale (e liceale), per la bella della scuola, per i video su YouTube: a quindici anni, dopotutto, è giusto così. Alle grandi responsabilità ci pensano, appunto, i grandi. Il cattivo stavolta è Michael Keaton, nel prologo illustra le sue motivazioni anti classe dirigente. Da noi si dice: casta. I politici si sono alleati con gli Avengers (leggi: poteri forti, Banca centrale europea, eccetera), rei di aver lasciato scempio e corruzione dopo l’ultima guerra civile: siamo sicuri che siano davvero degli eroi? Perciò Keaton, in armatura alata che autocita Birdman, fa razzia dei materiali alieni rimasti sul campo di battaglia e con essi fabbrica delle armi letali per sconfiggere l’Apparato. È praticamente il racconto delle origini del Movimento 5 Stelle, nel prossimo episodio scopriremo se il grillino cattivo sarà diventato più un Pizzarotti redento o piuttosto (come sospettiamo) una Virginia Raggi che ha trasformato i frigoriferi abbandonati sulla Casilina in una personale artiglieria contro Mafia Capitale.

spi

Se prima c’era Sam Raimi, e dunque l’orrore, ora il tono è quello di una puntata di Tredici. Anche questo è il sign of the times, come canta Harry Styles. Il quale, incidentalmente, sarà tra i protagonisti del prossimo blockbusterone bellico (Dunkirk) diretto da Christopher Nolan, già regista del più oscuro dei Batman: non devo neanche tirare le conclusioni del sillogismo, tanto è facile. La mitologia, come si dice in gergo, non importa più in termini estetici, ma solo come occasione per riconoscersi immediatamente, meglio se tra under-ventenni, gli unici che continuano ad andare al cinema in massa. Nel nuovo Spider-Man c’è un tizio che, mentre il traghetto su cui viaggia sta affondando nell’Hudson, si cura solo di una cosa: esultare quando entra in scena l’Uomo Ragno, e subito dopo quando arriva Iron Man. È un po’ quello che succede con le grandi platee internazionali di oggi: bastano le figurine di turno sullo schermo, tutto quello che è venuto prima (e che verrà dopo) è secondario. O, quantomeno, dice qualcosa solo ai nerd fumettari ormai quarantenni, che sia il cammeo del solito Stan Lee o la citazione di Star Wars (non è manco più questione di product placement: ora è tutto Disney). Al grande pubblico di pischelli per cui il film è stato pensato e prodotto possono anche sfuggire, chi se ne frega. Sembreranno solo delle trovate vintage, come le musicassette della povera ragazzina suicida.

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