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Perché scendo o non scendo in piazza l’8 marzo

Abbiamo chiesto ad alcune collaboratrici di Studio se parteciperanno o meno allo sciopero per la giornata della donna. E di spiegarci perché.

L’8 marzo, in oltre 40 Paesi del mondo, è stato indetto uno sciopero in concomitanza con la ricorrenza della Giornata internazionale della donna. L’idea è partita dalle attivista argentine di Ni Una Menos, che il 23 gennaio scorso hanno lanciato la proposta, a soli due giorni dalla marcia di Washington che aveva “inaugurato” la presidenza di Donald Trump. Far sentire il proprio peso politico e sociale tramite un giorno di “astinenza” dal lavoro e dagli acquisti, e stimolare così una discussione attorno a uno spettro di tematiche molto ampio, che spazia dalla parità di genere alla salute pubblica delle donne, dalle politiche di integrazione alle rivendicazioni Lgbtqi. Quella proposta si è trasformata in realtà e ha visto confluire nell’iniziativa moltissime associazioni che si occupano di diritti delle donne, non ultimo lo stesso movimento americano della Women’s March, che ha scelto di non scendere in piazza ma di organizzare in molte città americane attività culturali, laboratori e seminari. La mobilitazione è arrivata anche in Italia ed è curiosamente coincisa con l’adesione di gran parte dei sindacati: il che, nella pratica, significa che l’8 marzo sciopereranno anche molti dipendenti del trasporto pubblico e della scuola. La questione è ampia e abbiamo scelto di parlarne interpellando alcune autrici e collaboratrici di Studio. A tutte loro, abbiamo fatto una domanda semplice: parteciperai allo sciopero di domani? Sì o no, ci spieghi perché? Ci sono tanti no, molti con riserve altri più risoluti, un in absentia e uno piuttosto convinto: la diversità delle risposte e la molteplicità delle motivazioni, a nostro parere, danno in qualche modo conto delle altrettante sfaccettature della discussione attorno al ruolo sociale e alla condizione della donna oggi.

 

Sì, Silvia Schirinzi

Contrariamente a quello che avrei fatto in altri momenti, ovvero storcere il naso, ho scelto di partecipare allo sciopero generale dell’8 marzo. Non per motivi troppo ideologici legati alla festa in sé, sia ben chiaro, che mi ha sempre provocato un certo imbarazzo per questa idea superflua della “celebrazione”. Essere donne è umano, i diritti delle donne sono diritti umani, non siamo animali rari in via d’estinzione. E anche se l’8 marzo mi fa venire in mente improbabili serate a tema o quel certo attivismo senonoraquandista di quando ero all’università, questo 8 marzo mi ritroverò con colleghe e amiche a Largo Cairoli a Milano, per partecipare al corteo di “Non una di meno”Lo farò innanzitutto perché posso, visto che sono una lavoratrice autonoma, e poi perché sono fermamente convinta che in Italia abbiamo bisogno di avviare una discussione pubblica sui diritti delle donne e di tutte le minoranze, oltre che sull’identità e la rappresentazione femminile più in generale. Una discussione seria, ma che da qualche parte dobbiamo pur iniziare. Viviamo in un Paese dove il delitto passionale e il “femminicidio” – parola che detesto almeno quanto la “celebrazione” – fanno parte della cultura dominante, al pari dell’evasione fiscale e del machismo, un Paese di obiettori di coscienza che ha stereotipato un’immagine della donna fortemente sessualizzata, della quale sarebbe ora di liberarsi, un Paese che offre la prima accoglienza ai migranti ma non rende italiani i bambini che nascono sul nostro territorio e dove le persone dello stesso sesso si sposano (da pochissimo) ma godono di diritti a metà. Mi incuriosiscono, infine, le eventuali conseguenze politiche di un “risveglio” della piazza italiana, che sembrava morta dopo le proteste No Expo. Magari non ce ne saranno, perché lo so bene che questa cosa di scioperare è una faccenda complicata, che non tutti possono farlo per tanti validi motivi (alcuni li leggerete più avanti) e che questo sciopero, nel particolare, richiede un considerevole sforzo di astrazione per essere digerito. Ma penso anche che scioperare abbia un valore simbolico e chi può, deve partecipare, per tutte le altre.

 

No, Valentina Della Seta

Mi piacerebbe partecipare allo sciopero di oggi, perché è ovvio che sono contro la violenza sulle donne (e contro la violenza in generale), a favore dell’autodeterminazione sessuale, per la tutela del diritto all’aborto, contro l’oppressione, lo sfruttamento, il sessismo, il razzismo, l’omo e la transfobia. Il problema è che, se scioperassi, non se ne accorgerebbe nessuno: i lavori che ho sono tutti autogestiti, a partita Iva o a ritenuta d’acconto. Questo mi rende identica e vicina anche a tanti colleghi maschi che cercano di non affondare nelle paludi del precariato, e che forse restano anche loro, come capita a volte a me, svegli di notte per la preoccupazione di restare senza soldi. Ma c’è dell’altro. Per quanto ci provi, non riesco a vedere gli uomini come nemici. Da quando sono nata ho sempre avuto amici maschi. A quattordici anni andavo in giro di notte da sola, con la benedizione di mio padre. I padri dei miei figli si sono sempre alzati prima di me la mattina, e in tempi diversi hanno attraversato la città per venire a casa nostra e portarli a scuola. I miei figli, ora che sono cresciuti, svuotano la lavastoviglie, portano giù il cane, sanno cucinare meglio di me e sono contro l’oppressione, lo sfruttamento, il sessismo, il razzismo, l’omo e la transfobia. Qualche tempo fa ho visto su Instagram la frase che Alessandro Michele ha fatto scrivere da un artista sull’invito alla sfilata di Gucci in cui per la prima volta ha messo insieme donne, uomini, transgender e no-gender: «What are we going to do with all this future?». Ci sto ancora pensando su. Forse perché il futuro, prima di immaginarlo, bisogna poterselo permettere.

Ordain Women

No per motivi di lavoro. Ma vorrei esserci, Anna Passarini

Purtroppo non riuscirò a partecipare allo sciopero di oggi perché ho degli impegni lavorativi importanti che non posso spostare. Però penso che sia fondamentale oggi appoggiare e promuovere tutto quello che porta attenzione sull’enorme strada che c’è ancora da fare in Italia e nel mondo per le donne. In particolare, credo che nel nostro Paese l’urgenza si ponga sopratutto sul dramma dei ginecologi obiettori di coscienza, che negano di fatto un diritto che dovrebbe essere difeso dalla legge, sugli episodi di violenza e omicidi che aumentano e che sono da contestualizzare rispetto ad aspetti inquietanti che ancora fanno parte della nostra cultura, e in secondo luogo su come ancora vengono rappresentate dai media e trattate in ambito lavorativo le donne.

 

No, Silvia Vacirca

Il manifesto di “Non una di meno” elenca gli otto punti per cui oggi non dovrei andare a lavorare. Un mese fa duemila donne, “non una di meno”, si sono riunite a Bologna e l’idea più creativa che gli è venuta è: sciopero, sciopero, sciopero. Forse non sanno che nel 2014 in Italia il tasso di inattività tra i 15 e i 64 anni era del 26,7% tra i maschi e del 46,1% tra le donne, e cioè a fronte di 5 milioni di maschi inattivi c’erano quasi 10 milioni di femmine non impegnate in alcuna attività e che avevano smesso di cercarla, e Christine Lagarde dichiarava al Corriere della Sera che il nostro «è uno dei Paesi della Zona euro che incoraggiano meno la partecipazione delle donne al mercato del lavoro». E invece lo sanno. Infatti, le sfortunate che un lavoro non ce l’hanno, o ce l’hanno ma “a intermittenza”, potranno sperimentare forme alternative di sciopero come l’astensione dal lavoro domestico e dall’uso del Bimby. Nel dubbio, per agevolarci la scelta, scioperano anche i mezzi di trasporto. Sai che novità, a Roma. Niente trasporti, niente lavoro, niente acquisti. Pensateci, che bello, finalmente potremo dedicarci ai tavoli tematici che, nello specifico, sarebbero: “Percorsi di fuoruscita dalla violenza”, “Legislativo e giuridico”, cosa non si sa, “Femminismi e migrazioni”, “Narrazione della violenza attraverso i media”, “Sessismo nei movimenti”, e compagnia cantante. Scioperare però è un lusso che non tutti possono permettersi e, a scanso di essere tacciata di efficientismo, ovvero «di mostruosa ostentazione di indipendenza e energia», a me lavorare piace. Il manifesto di “Non una di meno” e la sua retorica sgangherata, che mette insieme capre e cavoli, e male, esprime una cultura e dei valori in cui non mi riconosco. Anche a causa dell’educazione “Stai attenta che caschi, stai attenta che ti sporchi”, tutta una serie di variazioni sullo “stai attenta”, cui quasi ogni femmina allevata e pasciuta in Sicilia, come la sottoscritta, è sottoposta, guardo con diffidenza a duemila donne che si riuniscono per decidere cosa è meglio per me. Lavorando mi convinco che la vita ha un senso. Altre ne troveranno altri. Il Parlamento, le associazioni, la chiacchiera persuasiva, i partiti, l’Ikea, il parrucchiere, X Factor, lo shopping, i Radicali italiani.

Right To Choose

No, Simona Siri

Essendo una freelance il termine sciopero per me non ha molto senso: è un danno che faccio solo a me stessa, sia che si applichi alla vita lavorativa che ad altro. Se per scioperare decido di non portare giù il cane, quello mi piscia in casa, e poi pulisco io. Sono pure fortunata che ho un marito che mi porta il caffè a letto tutte le mattine. In generale allo sciopero preferisco altre attività: sono stata alla marcia delle donne a Washington, lo scorso gennaio, e lo rifarei altre mille volte. Ho ancora il mio bel pussy hat nel cassetto e sono pronta a indossarlo di nuovo.

 

No, Barbara Meneghel

L’istinto iniziale sarebbe stato, ovviamente, quello di un’adesione incondizionata. Un OttoMarzo più OttoMarzo degli altri, dichiaratamente contro la violenza di genere e tutto quello che questa sottende – la frequenza esasperante dei femminicidi, le persistenti differenze sul piano professionale, le discriminazioni nei confronti delle donne omosessuali – mi trova ideologicamente d’accordo fino in fondo, e parte delle sue istanze mi riguardano direttamente. Anche se non mi sono mai dichiarata femminista militante. Anche se ho sempre preferito puntare sul valore del singolo individuo indipendentemente dal suo sesso, piuttosto che ragionare in termini di quote rosa imposte per principio (ma sto capendo tante cose, e cambiando idea anche su questo). Poi però, ho guardato più da vicino. E sono arrivate le perplessità. Perché utilizzare lo strumento dello sciopero, a cui tutti possono aderire con regolare copertura sindacale? Sono una di quelle che ogni volta che Atm o Trenitalia incrociano le braccia sbuffa, sì: ma la mia lamentela si ferma lì. Perché ho sempre ritenuto il diritto allo sciopero sacro e inviolabile. Siamo certi però che unire le due cose in questo caso possa avere senso ed efficacia? Il rischio potenziale è quello di una giornata di paralisi nazionale, che andrà – nella pratica – a interferire anche sulle normali attività di molte donne che, banalmente, non possono permettersi di scioperare. In tutto questo: è risaputo che la stragrande maggioranza degli impiegati nel settore dei trasporti in Italia sono uomini (parentesi a parte sul sessismo). Siamo davvero sicuri che tutti i conducenti che domani incroceranno le braccia lo faranno per una seria e profonda solidarietà verso i principi delle discriminazioni di genere? Perché allora, piuttosto, non agevolare le donne con tariffe speciali per gli spostamenti nell’arco delle 24 ore, per esempio? Va da sé che, per quanto riguarda l’adesione nel privato (ovvero l’astensione dal ruolo di cameriera in casa propria, per usare l’immagine che ne danno gli organizzatori), massima libertà individuale e libero arbitrio assoluto. Le mie perplessità riguardano soltanto l’aspetto pubblico dell’iniziativa. Lotta di genere e sciopero sindacale sono a mio parere due ottimi ingredienti, che però nel caso specifico non si amalgamano bene – rischiando di diventare indigesti. Spero, naturalmente, di sbagliarmi del tutto.

Women's reproductive rights and environmental demo

No, Clara Mazzoleni

Ho sempre odiato la festa della donna. Se potessi rinascere, nascerei uomo. Sarà che madre natura non mi ha dotato di ciò che rende una donna felice di esserlo (autostima, bellezza, capacità seduttive, desiderio di maternità, ecc.), fatto sta che per me essere una femmina è sempre stato un freno, un fardello, un bastone tra le ruote. Sono d’accordo con lo sciopero dell’8 marzo: per molte di noi, quelle meno belle, meno abbienti, meno geniali, meno forti, meno giovani, meno amate, è già molto difficile essere femmine. Dovremmo essere tutelate, rispettate nella nostra dignità e delicatezza e fragilità. Invece non bastano le mestruazioni, la crudeltà degli uomini, la solitudine, l’autolesionismo con cui ci confrontiamo – continuamente – con le altre, più fortunate (l’invidia, un sentimento sconosciuto alla maggior parte dei maschi). C’è anche tutto il resto: ci sono i motivi sociali e politici per cui lo sciopero avrà luogo. Per questo credo che a molte donne possa servire marciare insieme, sentirsi unite, trovare conforto e gridare la propria rabbia. Ma anche se sono d’accordo, non parteciperò. Perché, a differenza di molte e molti (mi rifiuto di usare quella buffonata di asterisco) la cui adesione (sotto forma di sciopero bianco) è stata sbandierata sui social, ho un lavoro che non posso perdere. Le mie colleghe, tutte donne, alcune di loro madri, che lavorano 9 ore al giorno 5 giorni a settimana con 14 giorni di ferie all’anno, non sapevano niente di questo sciopero e quando ho chiesto il loro parere mi hanno risposto: «Lo sciopero dei mezzi? Bisognerà svegliarsi come minimo due ore prima per arrivare qui in tempo». La discrepanza tra chi parteciperà allo sciopero – le privilegiate con partita IVA, quelle che lavorano in contesti nei quali il fatto che scioperino non creerà loro problemi (anzi) – e chi non potrà farlo, le donne che vivono (con gioia, energia e soddisfazione) una vita che farebbe rabbrividire e scandalizzare le prime, mi confonde, e conferma una sensazione che ultimamente, in me, si fa sempre più forte: essere donna, su questa terra, diventa sempre più difficile e complesso, e non il contrario.

In alto: una donna durante la manifestazione del 21 gennaio a Los Angeles; nel testo: Geraldine Stevens nel 1978, di fronte a Westminster, mentre il Sinodo legiferava sulla possibilità di ordinare le donne come preti; alcune donne protestano fuori dalla House of Commons di Londra, nel 1980; manifestazione a Washington per l’autodeterminazione dei diritti delle donne  (foto di Getty Images).
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