Michel DeGraff da tre anni viene pagato per non fare il suo lavoro. Da quando ha proposto un corso che raccontava (anche) la storia palestinese.
L’Ipcc sta subendo fortissime pressioni da parte dei petro-Stati per non pubblicare un importante ricerca sulla crisi climatica
Arabia Saudita, Russia, India e Cina vogliono rinviarne la pubblicazione al 2029. I Paesi più poveri e più esposti alla crisi climatica pretendono che sia pubblicato subito.
Questa settimana il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici, l’IPCC, l’organismo dell’ONU che riunisce i principali scienziati del clima del mondo, è ad Addis Abeba (Etiopia) per discutere il suo settimo rapporto di valutazione, l’AR7, cioè la sintesi di tutto quello che si sa sulla crisi climatica. Il rapporto dovrebbe uscire nel 2028, in tempo per la COP33 di fine anno, dove si farà il bilancio globale di quanto i governi stanno facendo per tagliare le emissioni rispetto all’obiettivo dell’Accordo di Parigi di contenere l’aumento della temperatura media della Terra entro un grado e mezzo dai livelli preindustriali, e il passaggio da cui dipende il meccanismo che obbliga i paesi ad aumentare via via i propri impegni in tal senso. Un gruppo di paesi guidato da Arabia Saudita, Russia, India e Cina sta spingendo per rimandare la pubblicazione di questo report al 2029. La ragione ufficiale è «dare ai Paesi in via di sviluppo più spazio nella ricerca, che per trent’anni è stata dominata da Unione europea, Regno Unito e Stati Uniti».
I Paesi più poveri e più vulnerabili, che sono anche quelli che contribuiscono meno alla ricerca, si oppongono a qualsiasi rinvio. Venerdì i ministri di trentaquattro Paesi membri della High Ambition Coalition, che riunisce alcuni dei Paesi più poveri e più esposti alla crisi climatica insieme all’Unione europea e al gruppo dei Paesi meno sviluppati, hanno chiesto al contrario di accelerare. «Non possiamo permettere che siano gli interessi politici a decidere quali dati scientifici il mondo debba conoscere» ha detto al Guardian Jess Gasper, ministro delle Isole Marshall. Per Jiwoh Emmanuel Abdulai, Ministro dell’Ambiente della Sierra Leone, l’Accordo di Parigi potrà mantenere la sua promessa solo se a guidare i negoziati continueranno a essere i migliori dati scientifici disponibili. Le temperature globali hanno già superato la soglia del grado e mezzo, e anche se tutti i Paesi rispettassero i loro attuali obiettivi sul taglio delle emissioni, la temperatura media del pianeta salirebbe comunque di 1,8 gradi rispetto a quelle preindustriali. La maggior parte dei Paesi, però, non ha piani precisi per raggiungerli.
I rapporti dell’IPCC escono dal 1988 e ogni volta sono diventati sempre più allarmanti. L’ultimo, pubblicato in tre parti tra il 2021 e il 2022, diceva che senza tagli rapidi alle emissioni il mondo sarebbe andato incontro a conseguenze catastrofiche e in alcuni casi irreversibili. Da allora le emissioni di gas serra hanno continuato ad aumentare, e quest’anno sono caduti i record di temperatura, la siccità ha colpito vaste zone d’Europa e degli Stati Uniti, e un El Niño in rafforzamento, alimentato dalla crisi climatica, dovrebbe portare fenomeni estremi e prezzi del cibo più alti. Sulla carta l’IPCC lavora senza interferenze dei governi, ma i documenti che contano di più, le «sintesi per i responsabili politici» che accompagnano le migliaia di pagine dei rapporti, devono essere approvati da tutti i Governi, e tutti i Governi vogliono dire la loro.