Domenica 11 ottobre è esondato il fiume Budhi Gandaki, nel distretto di Gorkha, a due mesi dalle alluvioni che ad agosto avevano devastato la regione al confine con il Tibet.
In Indonesia si sono accorti che l’unico modo per diffondere gli allarmi terremoto in tutto il Paese è usare gli altoparlanti dei minareti
In un Paese con centinaia di migliaia di moschee sparse su tutto il territorio, gli altoparlanti usati da muezzin sono l'unica rete di sirene già pronta.
«Ogni comunità ha una moschea» ha detto Hiroshi Inoue, dell’Istituto di ricerca sulla prevenzione dei disastri dell’Università di Kyoto. L’idea gli è venuta quasi vent’anni fa, mentre studiava i terremoti di Sumatra, e oggi, quell’idea è un progetto pilota di cinque anni con il governo indonesiano per capire se gli altoparlanti che cinque volte al giorno diffondono la chiamata alla preghiera possano fare anche da sirene in caso di terremoto. Inoue pensa soprattutto alla scossa del 2009 nella parte occidentale di Sumatra, che fece almeno mille morti, «se le persone avessero ricevuto l’allarme prima che la terra cominciasse a tremare – dice – molte si sarebbero salvate». L’Indonesia è il paese con più musulmani al mondo e ha centinaia di migliaia di moschee, e alcune sono già collegate alla rete di sensori sismici del progetto.
Il problema di ogni sistema di allerta, spiega al Guardian Inoue, è che le sirene devono esserci e devono funzionare. L’agenzia indonesiana per le emergenze deve coprire distanze enormi e zone difficili da raggiungere, e la manutenzione è sempre la parte più complicata, mentre gli altoparlanti delle moschee ci sono già e li curano le comunità stesse. I cellulari, su cui si basano molti piani moderni, durante un terremoto rischiano di restare senza linea e connessione in un momento in cui i tempi sono strettissimi. Andi Eka Sakya, dell’Agenzia nazionale per la ricerca e l’innovazione, che guida la parte indonesiana del gruppo, spiega che uno tsunami si può prevedere con minuti o anche ore di anticipo, mentre un villaggio a cinquanta chilometri dall’epicentro di un terremoto ha dai cinque ai dieci secondi per reagire. Per ora il sistema è un prototipo e non manda allarmi alla popolazione. Il progetto durerà fino al 2030 e valuta anche gli altoparlanti delle scuole, la radio e la televisione.
C’è poi da capire cosa fare in quei pochi secondi. In Giappone le regole ufficiali dicono di ripararsi sotto un tavolo e restare in casa, ma in Indonesia molte case a un piano sono in muratura non armata e crollano facilmente, e chi è sopravvissuto lo ha fatto scappando all’aperto. «La gente sa come sopravvivere» dice Inoue, e per questo il progetto fa simulazioni ed esperimenti con persone vere per scrivere istruzioni adatte agli edifici del posto. L’idea delle moschee è venuta anche ad altri. Negli Emirati Arabi Uniti, quando si preparava l’avvio della centrale nucleare di Barakah, un funzionario aveva detto che gli altoparlanti delle moschee avrebbero fatto parte della rete d’allarme in caso di fuga radioattiva. In Uzbekistan il ministero per le Emergenze ha annunciato quest’anno, insieme al Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, l’installazione di allarmi in 272 moschee contro alluvioni, colate di fango, frane e valanghe, perché le moschee sono «istituzioni sociali autorevoli con una notevole influenza sulle comunità locali».