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Robottoni!

Sono tornati (ma se ne erano mai andati?) e dominano il nuovo Pacific Rim, film esagerato che abbiamo visto in anteprima per voi.

Lunedì mattina, grazie a Studio Sottocorno, presso il nuovo IMAX di Sesto San Giovanni, appena fuori Milano, c’è stata l’attesissima anteprima del nuovo film di Guillermo Del Toro, Pacific Rim. Il film esce in sala per tutti domani, giovedì 11 luglio e, anche se non vorrei fare altro, tenterò di raccontarvi o commentare il meno possibile. Mi permetto solo di consigliare, soprattutto a coloro che sono già esaltati in partenza dal titolo in questione, la visione del film in IMAX. Per due motivi: il primo è che bisogna rispettare la scelta di proporzioni fatta da Del Toro e dalla sua incredibile equipe tecnica. Un film che racconta di robot alti centinaia di metri che si picchiano con orribili mostri della stessa grandezza nel bel mezzo di centri abitati, va assolutamente visto sullo schermo più grande che vi capita sotto mano, altrimenti si perde metà del godimento. La seconda ragione, che è quello che meno mi aspettavo, è che per la prima volta la conversione in 3D è semplicemente pazzesca. Come molti di voi, sono ormai uno spettatore stanco e in parte deluso dalla tridimensionalità e il fatto che il film (da me) più atteso dell’anno fosse stato convertito in 3D mi aveva messo in allarme. Anche perché, va ricordato, questa scelta era stata voluta dalla produzione e non certo dal regista. In realtà il processo ha funzionato alla perfezione e la tridimensionalità aumenta ancora di più l’emozione dello spettacolo. Perché forse ce lo siamo dimenticati, ma questo è il suo scopo: amplificare la spettacolarità della pellicola, non realizzare dei bei titoli di testa, due sfondi più curati della media e una sequenza in cui nevica senza alcun senso logico. Insomma, per Pacific Rim una sola parola: IMAX. Se non ora, quando?

Dei Kaijū (mostri piuttosto lovercraftiani) attaccano la Terra facendo milioni di vittime. Per difenderci, decidiamo di controbattere costruendo delle armi adeguate, i Jaegers, ovvero dei robottoni pilotati da due uomini

Mentre vi preparate dunque a questa gita fuori porta per vedere al massimo delle sue potenzialità Pacific Rim, tentiamo di fare un piccolo excursus sul tema dei film: i robottoni.
La conquista del lavoro di Del Toro è sicuramente quella di essere stato in grado per primo di portare su grande schermo quello che nella tradizione giapponese viene comunemente chiamato Kaijū Eiga, ovvero semplicemente i film con i mostri giganti. Dei Kaijū (mostri piuttosto lovercraftiani) attaccano la Terra facendo milioni di vittime. Per difenderci, decidiamo di controbattere costruendo delle armi adeguate, i Jaegers, ovvero dei robottoni pilotati da due uomini. Se nella vostra vita avete un passato da bambino in pigiama che fa colazione guardando i cartoni animati della domenica mattina, sapete di cosa sto parlando; abbiamo l’infanzia piena di ricordi. Venendo al cinema: in Italia, anche se in molti fanno finta di averli visti, i Kaijū Eiga non sono molto frequentati. Conosciamo Godzilla e Gamera, ma più in la (mediamente) non ci spingiamo. Ci ricordiamo del remake di Godzilla fatto da Emmerich nel 1998 ed ora siamo in attesa di quello firmato da Gareth Edwards che dovrebbe uscire nel 2014. Ma parliamo di altri genere cinematografici: quello di Emmerich era una sorta di prova generale per i suoi successivi disaster movieThe Day After Tomorrow 2012. Edwards invece s’è fatto un nome grazie a un bellissimo monster movie, intitolato per l’appunto Montsers, che però sfrutta la minaccia aliena per parlare d’altro, in questo caso di una storia d’amore all’ombra di un’America Latina posta in quarantena e definitivamente separata dagli Stati Uniti da un gigantesco muro di sicurezza. Una mossa simile a quella fatta nel 2006 da un altro bellissimo monster movie, intitolato The Host del coreano Bong Joon-ho. In quel caso, pur rispettando molte delle caratteristiche del genere, si approfittava della presenza di un mostro per parlare di Famiglia. Due anni dopo, sempre per rimanere in ambito di mostri, sarà la volta di Cloverfield di J. J. Abrams, che vira il tutto seguendo le regole del mockumentary e giocando più con il potere delle immagini che con la presenza vera e propria di un mostro (che, a dire il vero, nelle bellissime sequenze finali, vediamo nella sua splendida interezza mentre abbatte palazzi a colpa di coda).

Pacific Rim ha una storia e uno sviluppo narrativo ovviamente semplice Ma potrebbe essere altrimenti? Evidentemente no, a meno che ci siano sfuggite delle puntate di Daltanious scritte da Aaron Sorkin e tratte da un romanzo di Dostoevskij

Il merito di Pacific Rim dunque è quello di essere il primo vero e proprio Kaijū Eiga, girato con gli effetti speciali più aggiornati. Un film live action, con attori in carne ed ossa, il cui cuore però sono delle sequenze interamente costruite in CGI, ma non per questo meno credibili. Ricordate la bellissima sequenza in cui, nel remake firmato da Peter Jackson, King Kong combatte contro un dinosauro? Ecco, Pacific Rim è così: solo realizzato tecnicamente meglio e con dei mostri esteticamente più belli. Ma lo scopo che muove due registi come Del Toro e Jackson è evidentemente lo stesso. Nell’assenza totale di attori in carne ed ossa o di set reali, c’è la volontà di riportare lo spettacolo al suo grado zero. Cinema allo stato puro, come quello messo in piedi dal recentemente (e tragicamente) scomparso Ray Harryhausen con i suoi prodigi di plastilina animati a passo uno, o se vogliamo come i famosi sfondi animati che ci trasportavano sulla Luna fatti dal mago Georges Méliès. In questo senso molte delle critiche che ho sentito ieri, all’uscita della proiezione stampa risultano fuori fuoco o miopi. Pacific Rim ha una storia e uno sviluppo narrativo ovviamente semplice, come dei personaggi che devono essere inquadrati dallo spettatore dopo solo due battute di sceneggiature. Ma potrebbe essere altrimenti? Anzi, meglio: dovrebbe essere altrimenti? Evidentemente no, a meno che ci siano sfuggite delle puntate di Daltanious scritte da Aaron Sorkin e tratte da un romanzo di Dostoevskij. In parte – e con questo modo passiamo ai robot – era arrivato alla stessa conclusione nel 2011 Micheal Bay con il suo Transformers 3, pellicola che nella mezz’ora finale riesce a costruire una serie di sequenze mastodontiche e mozzafiato da far perdere totalmente la concentrazione allo spettatore, che in questo modo gode di un doppio vantaggio: da una parte riesce a dimenticarsi di una storia evidentemente messa in piedi mezz’ora prima del primo giorno di riprese. Dall’altra trasforma la visione in un piacere estetico primario. Se ci si dimentica che ogni tanto c’è Shia La Beouf che tenta di salvare Rosie Huntington-Whiteley da “non mi ricordo più cosa”, ci si può perdere nella bellezza delle immagini, esattamente come abbiamo fatto – permettete la provocazione – per The Tree of Life di Terrence Malick.

In più Transformers 3Pacific Rim hanno un grosso punto in comune: i robot. Anche se è vero che quelli di Michael Bay spesso si muovono talmente velocemente e vicino alla macchina da presa da rendere i combattimenti fin troppo confusi, l’idea – come abbiamo spiegato – è la stessa. Ma quali altri grandi robot c’ha regalato fino ad oggi il Cinema? Come abbiamo detto, il fatto che pellicole del genere siano realizzate oggi, è dovuto alle incredibili possibilità offerte dalla CGI, ma qualche tentativo in passato è già stato fatto. Ovviamente i robot a scala umana, cioè quelli alti come noi, non si contano: dal mitico Robbie The Robot de Il Pianeta Proibito, fino al prossimo remake di Robocop che uscirà nel 2014 grazie al regista carioca Josè Padilha, lo stesso del capolavoro Tropa De Elite. In mezzo c’è stato di tutto: il Terminator di James Cameron o gli Universal Soldier con le fattezze di Jean Claude Van Damme e Dolph Lundgren, sempre diretti da Emmerich. Ci siamo visti il teen movie anni Ottanta D.A.R.Y.L., quello con Barrett Oliver (il Bastian de La Storia Infinita) bambino prodigio fatto di valvole e circuiti, come l’occasione sprecata Cherry – 2000, una sorta di western sci-fi dove i robot sono delle bambole pensate per soddisfare i desideri sessuali e sentimentali degli uomini. Ma di robottoni, di robot grandi come dei palazzi, ne abbiamo visti ben pochi.

I robot di Pacific Rim, come da tradizione, sono pilotati da due esseri umani che stanno all’interno del robot. Ed allora il vero predecessore è il cult totale Robot Jox Staurt Gordon del lontano 1989, ben 24 anni prima di Guillermo Del Toro

Un esempio recente è stato Real Steel, pellicola diretta dal banale Shawn Levy ma tratto da un bel racconto di Richard Matheson (altro genio scomparso da poco) che era già stato al centro di un inconsueto episodio di Ai Confini Della Realtà con un rocciosissimo Lee Marvin come protagonista. La storia del film, uscito nel 2011, è questa: in un prossimo futuro la boxe tra umani è stata soppiantata da quella tra robot. Per cui, sullo sfondo di una lacrimevole storia famigliare di riconciliazione tra padre e figlio (Hugh Jackman e un bambino bello e biondo con i capelli a scodella), ci sono degli incontri tra robot alti più o meno tre metri che se le danno di santa ragione. In questo caso però è importante notare come i robot qui siano telecomandati, cioè utilizzati a distanza dai loro “allenatori” che li usano tramite una sorta di pad o joystick. Quelli di Pacific Rim, come da tradizione, sono pilotati da due esseri umani che stanno all’interno del robot. Ed allora il vero predecessore è il cult totale Robot Jox Staurt Gordon del lontano 1989, ben 24 anni prima di Guillermo Del Toro. Siamo nel futuro. Troppe guerre hanno danneggiato l’umanità, lasciandosi alle spalle una lunga scia di morti e distruzione. Per questo si è deciso di bandirle. Avete letto bene: basta alla guerra. Oggi ci sono solo due superpotenze – The Market e The Confederation – che si combattono i vari territori.

Atlantic Rim è un film fatto con 40 dollari e degli effetti speciali realizzati con un vecchio Commodore VIC-20, basando la sceneggiatura (se così vogliamo chiamarla) sul trailer di Pacific Rim

Ma come? Ovviamente grazie a delle battaglie tra robottoni, pilotati dai Robot Jox del titolo, che li comandano stando seduti all’interno della testa del robot in questione. Il film doveva segnare l’ingresso di Stuart Gordon, già regista di Re-Animator, uno degli horror decisivi degli anni Ottanta, nella grande produzione di Hollywood di quegli anni, ma in realtà fu l’inizio di un lungo e doloroso declino. La ragione di questo orribile fallimento fu la più semplice possibile: al terzo giorno di ripresa, finirono i soldi. La Empire International Pictures di proprietà di Charles Brand, da un momento all’altro si ritrovò in pessime situazioni economiche e non fu più in grado di garantire quanto promesso al povero Stuart Gordon. Il quale nel frattempo aveva chiamato il grande Dave Allen per costruire una serie di impressionanti robot alti più di due metri da animare poi in stop motion. L’incipit del film e la prima battaglia sono – soprattutto se pensiamo agli anni in cui è stato girato – assolutamente sensazionali: l’animazione è ben fatta, il rapporto e le proporzioni tra umani e robot è quello giusta per avere una potenza degna di un film del genere e ci sono anche gli zoom che citano la fonte nipponica. Insomma, siamo dalle parti del capolavoro assoluto del cinema, ma questo vale per i primi 5 minuti di film. Poi, drammaticamente, l’assenza totale di soldi si fa sentire e il resto di Robot Jox è francamente inguardabile, ma è innegabile che l’idea che sta alla base del vecchio film è la stessa di quella di Pacific Rim. Non si può dire lo stesso per l’orrido Atlantic Rim, mockbuster da The Asylum, casa di produzione specializzata in film girati per il mercato home video che escono pochi giorni prima di quelli ufficiali con un titolo simile al limite del plagio (memorabile la serie TransmorpherSnakes on a Train…). Atlantic Rim è un film fatto con 40 dollari e degli effetti speciali realizzati con un vecchio Commodore VIC-20, basando la sceneggiatura (se così vogliamo chiamarla) sul trailer di Pacific Rim. Un pasticcio insulso che dovrebbe suscitare simpatia per l’aria volutamente cheap che dimostra ma che in realtà mette solo tristezza, ovvero il contrario di quello che fa il film di Guillermo Del Toro.

 

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