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Ritratto dell’assassino da giovane

È uscita la prima, bellissima e terribile biografia di Anders Behring Breivik, «il mostro di Utøya»: One of us, di Asne Seierstad.

Il ragazzo cammina a passo incerto nella sera di un gennaio sorprendentemente mite. Nato nel 1979, ha poco più di vent’anni e un posto in cui recarsi: piazza Youngstorget, nel centro di Oslo, la sua città. Una zona piuttosto malandata, ripensa mentre la attraversa. Di certo agli antipodi rispetto al quartiere da cui proviene, il West End, la parte della città riservata alle famiglie altoborghesi. Ha, come spesso gli capita, paura di essere considerato inopportuno, vestito male, di aspetto non all’altezza; temendo la povertà vera o apparente come il peggiore degli spettri ha deciso di indossare capi costosi, come gli ha insegnato sua madre. E non soltanto: tempo prima ha acquistato un prodotto americano per combattere la caduta dei capelli, di cui già soffre; si è fatto rimuovere un’imperfezione al naso da uno dei chirurghi estetici più costosi della Norvegia. Da un po’ di tempo usa con frequenza giornaliera trucchi e fondotinta.

Sta andando, il giovane uomo, che si chiama Anders Behring Breivik (ma in questo periodo preferisce eliminare «Breivik», il cognome del padre, di ascendenza troppo rurale), a un meeting della sezione giovanile del Fremskrittpartiet, il Partito del Progresso, gruppo politico di ispirazione populista e conservatrice che in quegli anni ha costruito una solida base di consenso grazie a una critica accesa e serrata prima dell’immigrazione e poi, negli ultimi anni, dell’Islam – Carl Hagen, il suo iconico leader, sostiene con una certa frequenza che «gli imam sono contrari all’integrazione» – acuita dal post-11 settembre. Piazza Youngstorget è uno dei luoghi simbolo della sinistra norvegese: tra il palazzo recante la rosa rossa e la scritta «Labour» e la mastodontica Camera del Popolo, sede delle sigle sindacali nazionali confederate, fa capolino una statua bronzea di un operaio imbracciante una mazza, ai cui piedi il 1 maggio di ogni anno migliaia di manifestanti lasciano una corona di fiori prima di iniziare a marciare attraverso le vie di Oslo. Lì accanto, però, una costruzione più bassa ospita la riunione delle aspiranti nuove leve del Partito del Progresso.

Come ne L’Avversario di Carrère e in A sangue freddo di Capote, il narratore adotta una prospettiva dalla parte del criminale

Breivik arriverà a destinazione, scandirà il suo nome «con enfasi su ogni sillaba», stringerà rapporti con altri promettenti coetanei e presenterà la sua candidatura in vista delle elezioni del consiglio comunale cittadino del 2003. Si mostrerà particolarmente attivo e politicamente abile nel forum online dell’organizzazione, ma dal vivo convincerà pochi della sua ambizione, goffo e introverso com’è. Verrà lasciato ai margini dai funzionari locali del partito, del quale dal 2004 non rinnoverà la tessera. Tornerà a casa dalla madre, ormai ventisettenne, e si chiuderà in sé stesso, coltivando il suo ego coi successi a World of Warcraft e una capillare attività di divulgazione online. Com’è più tristemente noto, il 22 luglio del 2011 ucciderà un totale di 77 persone, molte di età inferiore ai vent’anni, tra la capitale norvegese e la piccola isola di Utøya, poco a nordovest di Oslo.

Lo scorso 21 aprile l’editore Farrar Straus & Giroux ha pubblicato in inglese One of Us: The Story of Anders Breivik and the Massacre in Norway, traduzione della prima vera biografia di colui che in Italia è nel frattempo diventato «il mostro di Utøya», firmata dalla connazionale scrittrice ed ex corrispondente di guerra Asne Seierstad, già autrice di Il libraio di Kabul. Seierstad non ha mai parlato direttamente con Breivik, che dal carcere dov’è trattenuto si è sempre rifiutato di incontrarla, ma si è basata su un corpus enorme di deposizioni, interviste ad amici e familiari, registri comunali, testimonianze, generando una ricostruzione così precisa che, ha scritto Dwight Garner in una recensione sul New York Times, «dovrebbe essere fatta leggere nelle scuole di giornalismo».

Brevik
Anders Breivik mostra il pugno chiuso durante il secondo giorno del processo che lo vede imputato. (Stoyan Nenov/Reuters)

Come in pietre miliari del genere nonfiction quali L’Avversario di Carrère e A sangue freddo di Capote, il narratore di questa storia adotta una prospettiva analitica volta a presentare non soltanto un personaggio irripetibile e le sue turbe ma anche il contesto da cui proviene, la famiglia in cui è cresciuto, il sentiero scosceso che ha portato un’esistenza difficile a macchiarsi di un delitto che non si può spiegare ma soltanto descrivere, minuziosamente, con una prosa asciutta da cronaca.

Anders Behring  Breivik passò il suo primo anno di vita a Londra dove il padre, diplomatico, lavorava all’ambasciata norvegese. La madre era un’infermiera con un’infanzia difficile e disturbi psichici che la portavano a, scrisse una volta uno psicologo dei servizi sociali di Oslo, «picchiarlo e dirgli di frequente che vorrebbe che morisse». In un altro incontro, il funzionario del welfare norvegese rilevò un particolare inquietante: il sorriso del bambino sembrava una risposta intenzionale all’ambiente in cui si trovava, quasi fosse stato un artificio deciso a tavolino più che una sincera manifestazione delle sue emozioni.

Con l’adolescenza di Breivik aumentarono i suoi sbalzi d’umore e il suo comportamento antisociale: negli anni Novanta, durante la scuola superiore, si unì a una gang di writer del suo quartiere. Era molto più metodico e intenzionato a primeggiare dei suoi compagni di tag: aveva disegnato una dettagliatissima mappa della città con appuntate tutte le scorciatoie e i nascondigli per evitare la polizia. Aveva anche iniziato a introdurre nella sua parlata il «Kebab Norwegian», il norvegese contaminato parlato dagli immigrati dell’East End. Presto, però, le cose cambiano. Il ragazzo cambia scuola, passando alla Oslo Commerce School, dove si trova attorniato da figli di papà carichi di aspettative, e per venire accettato decide di rendersi artefice della propria fortuna: inizia a giocare in borsa, prima, arrivando anche a guadagnare poco meno di 25mila euro in un giorno; poi si dà al marketing, vendendo spazi pubblicitari per la compagnia telefonica Telia e facendosi promotore di alcune attività analoghe in proprio, naufragate dopo alterne fortune.

Anders Breivik sostiene di aver pianificato gli attacchi del 2011 con addirittura nove anni d’anticipo

In questi anni, che coincidono con quelli del suo impegno nel Progress Party, non abbandona mai la politica, che però da Breivik viene intesa – lo si capisce in maniera limpida leggendo le pagine di Seierstad – come la prosecuzione della sindrome da accerchiamento che l’ha sempre reso un reietto. Se nel luglio del 2002 scriveva sul forum del Partito del Progresso che «è importante rimarcare che l’Islam è una grande religione (allo stesso livello del cristianesimo) e che i musulmani sono in genere brave persone (come i cristiani)» criticando anche la retorica dello scontro di civiltà propugnata da Oriana Fallaci, appena un anno dopo, scartato dalle elezioni al consiglio comunale di Oslo, paventava una guerra civile e tratteggiava «l’islamizzazione dell’Occidente» come una minaccia concreta e inquietante. Stando ai resoconti che ha affidato alle autorità norvegesi, Anders Breivik sostiene di aver pianificato gli attacchi del 2011 con addirittura nove anni d’anticipo. Comprò armi grazie a licenze di caccia e tessere di appartenenza a poligoni di tiro; nel maggio del 2009 fondò addirittura un’azienda agricola di copertura, la Breivik Geofarm, con cui potè affittare una fattoria sperduta nel nord del paese e dedicarsi in solitudine allo sviluppo delle bombe con cui avrebbe commesso la strage (nelle pagine di One of us la ricostruzione dello sviluppo dell’arsenale a base di acido solforico e fertilizzanti è così dettagliata da risultare drammaticamente immaginabile).

Utøya e l’autobomba posta a Oslo nella mente di Breivik, come ha avuto modo di ripetere in diverse occasioni, dovevano servire alla promozione su vasta scala di un compendio del suo pensiero, 2083: A European Declaration of Independence, un confuso vademecum politico che lo stesso terrorista inviò a un migliaio di indirizzi email un’ora e mezza prima dei fatti del 22 luglio. In 2083 Breivik definisce il suo primo nemico: il «marxismo culturale», quella ideologia che in una celebre formulazione cospirazionista vorrebbe scardinare i valori occidentali col multiculturalismo e il mito del politically correct (sull’isola della strage diversi testimoni lo udirono urlare «oggi morirete tutti, marxisti!»). Unisce il pensiero del populista olandese Geert Wilders a stralci di Industrial Society and Its Future, il manifesto di “Unabomber” Ted Kaczynski, mette insieme Thomas Jefferson e Ayaan Hirsi Ali, l’autore americano Robert Spencer e la giornalista britannica Melanie Phillips, in una chiamata alle armi e al «martirio» che è evidentemente il delirio di una persona non sana di mente. Eppure, come ha fatto notare Pepe Egger del think-tank Exclusive Analysis, «la cosa strana è che le sue idee, per quanto islamofobe, sono quasi mainstream in molti paesi europei».

Proprio quando il senso del One of us del titolo appare univoco, ovvero che Anders Breivik il graffitaro, il metrosexual, lo yuppie a tutti i costi e l’indomito seppur psicolabile difensore di valori potrebbe, entro un certo margine, essere uno di noi, l’autrice decide di mischiare le carte. Il riferimento va anche (e soprattutto?) inteso come diretto a Bano Rashid, diciott’anni quel giorno di luglio, figlia di immigrati curdi arrivati a Oslo nel 1999 per sfuggire alle persecuzioni del regime di Saddam Hussein e sorella di Lara, che invece riuscì a salvarsi. Bano Rashid, com’è ovvio eppure struggente, era una di loro, cioè voleva essere una di noi.

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