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Ritorno a Distomo

Dove i nazisti perpetuarono uno dei massacri più efferati. E dove, oggi, il risentimento antico si mescola alla sofferenza dovuta alla crisi che molti imputano a Berlino.

«Mi chiedi dove è cominciato il massacro?». Sorriso tirato. «Proprio là, dove stai seduta tu! Fucilarono mio zio assieme ad altri sette uomini, poi si spostarono verso le case e iniziarono a bussare alle porte». Mina Kotsou si accende una sigaretta, l’ennesima. Siamo sedute in un baretto dall’aria assonnata, nel cuore di Distomo, un paesino ai piedi del Parnasso. I pochi clienti che cercano di sfuggire alla canicola sotto i grandi teloni bianchi sorseggiano birre ghiacciate. Nulla che ricordi che i nazisti diedero avvio in questo posto a uno dei più efferati massacri della Seconda guerra mondiale.

Un pomeriggio di 68 anni fa i soldati delle Waffen-SS partirono da qui per setacciare casa per casa questa nota roccaforte della resistenza partigiana dove il mese prima erano stati rapiti e uccisi una manciata di ufficiali nazisti. Per due ore interminabili si misero a caccia, riassume Mina «di qualsiasi cosa si muovesse». Trucidarono 218 persone. Braccarono donne, bambini, vecchi con una tale crudeltà da rendere questo luogo molto più famoso di altri in Europa, dove le vittime delle camicie brune erano state anche più numerose. Infine, diedero fuoco alle case. «Ammazzarono pochi uomini perché erano nei campi, a quell’ora. E cercarono si sbrigarsi per finire prima dell’arrivo della sera, prima che i partigiani calassero dalle montagne». Il sorriso di Mina si trasforma in una smorfia: «Fecero una grande X con la vernice rossa sulle porte delle case dove avevano sterminato tutti, per evitare di passarci una seconda volta, per non perdere tempo. Quando arrivarono gli uomini, la sera, non poterono far altro che seppellire le loro mogli, i loro figli, i vecchi».

«Io sono nato grazie a questo massacro», si intromette Christos Philippos, 65 anni, una grande chioma di capelli bianchi e un sorriso sbilenco. «So che è macabro dirlo in questo modo», si stringe nelle spalle, «ma mio padre si è risposato dopo la guerra, ed è allora che sono nato io». Alla prima moglie del padre, quell’atroce 10 giugno del 1944, era stata squarciata la pancia con una baionetta, il bimbo che portava in grembo era stato infilzato e lei era stata finita con una fucilata. Christos è un figlio dell’orrore, o del «ritorno alla vita», come preferisce pensare lui. Forse un destino troppo grande per un uomo solo. Come oltre 200 morti trucidati lo sono per un paesino di 4000 anime. La piccola chiesa del paese, per oltre 20 anni dopo l’eccidio non ha più celebrato matrimoni né battesimi. I riti cristiani si festeggiavano in casa, il lutto gravava come un grande velo nero su tutto.

Seduta accanto a Mina e Christos, una donna minuta continua a torturare un rosario. «Anche io ho perso i miei zii quel giorno. La mia vicina di casa, che ha 82 anni, non è voluta venire a raccontarle la sua storia nonostante le mie insistenze. Ma ogni notte da quando ne aveva 14, da quando i nazisti vennero a sterminarle la famiglia e lei si salvò per miracolo, si sveglia con le urla delle torture nelle orecchie. È anche per lei che lo facciamo, che siamo andati fino al Tribunale dell’Aja per farci riconoscere i nostri diritti, per chiedere un risarcimento».

Da anni le famiglie di Distomo si battono per le riparazioni e sono arrivate fino al Tribunale europeo dei diritti umani. Nel 2000 è stato l’Aeropago, l’Alta corte greca, a decretare che alle famiglie delle vittime spettasse un risarcimento monetario. E nel 2008 un tribunale italiano, la corte di giustizia di Firenze, ha deciso che alle famiglie delle 218 vittime di Distomo dovesse essere concessa come riparazione una villa sul Lago di Como di proprietà del governo tedesco. A quel punto Berlino ha fatto ricorso all’Aja trincerandosi dietro la sovranità. E in effetti la Corte dei diritti umani le ha dato regione, decidendo che i singoli, in sostanza, non possono chiedere conto dell’azione di uno Stato sovrano. Ma le famiglie delle vittime non si arrendono e hanno convinto l’ex premier George Papandreou a fare ricorso a nome della Grecia. Ora che Papandreou non c’è più da un pezzo, loro hanno deciso di andare avanti comunque. «Noi non vogliamo i soldi dei tedeschi, noi vogliamo che loro ci chiedano scusa, vogliamo che capiscano cosa hanno fatto», riassume Christos.

In effetti lo spunto per venire fin qui, quasi duecento chilometri a nordovest di Atene, non lontano da Delfi, per farci raccontare la tragedia di un famoso villaggio di partigiani annientato per rappresaglia dagli aguzzini della Wehrmacht, ci è stato fornito da uno dei massimi storici dell’occupazione nazista, Prokopis Papastratis. Il professore dell’Università di Atene ci ha raccontato che le richieste di risarcimenti per i crimini nazisti – quella di Distomo è la più famosa perché è finita davanti all’Aja – sono diventate più numerose e più sentite in Grecia soprattutto negli ultimi anni, in concomitanza con l’aggravarsi della crisi. «C’è una sorta di ‘revival delle riparazioni’», sostiene Papastrakis: «Ora che Merkel si comporta così male con i greci, loro cominciano a ricordare. Cominciano a tirare fuori storie di zii, nonni massacrati, di paesi distrutti». Non è il caso nello specifico di Distomo, che è una causa più antica, ma anche qui il risentimento antico si mescola alla sofferenza dovuta alla crisi che molti imputano a Berlino.

Pensare, racconta lo storico ateniese, «che con la Germania la Grecia ha sempre dimostrato grande generosità». Non soltanto per i famosi fatti del ’53, quando Atene abbonò a Bonn – era quella, all’epoca, la capitale della Repubblica federale – un mega-prestito contratto da Hitler e mai ripagato. Ma anche sulla questione delle riparazioni. «Anzitutto – racconta Papastratis – non esiste da quasi 70 anni una stima del governo ellenico sull’entità dei danni. Le famiglie che chiedono risarcimenti lo fanno in base a calcoli della Banca centrale greca o di altre istituzioni, ma gli esecutivi che si sono susseguiti dalla fine della guerra ad oggi non hanno mai formulato una stima ufficiale. Io personalmente, per motivi di studio, l’ho chiesta mille volte, ma non c’è mai stato niente da fare. Se i risarcimenti non sono mai stati chiesti, è per questioni politiche. A cominciare dagli anni ’50, quando il cancelliere tedesco Adenauer fece capire chiaramente al premier greco Karamanlis che se voleva entrare nella Comunità europea, la Grecia non poteva tenere aperta la questione dei risarcimenti».

Esiste un episodio molto bello legato a quell’accordo: «I due primi ministri scrissero anche un accordo per sancire quella rinuncia. Per non sottoscriverlo in prima persona, Karamanlis costrinse l’ambasciatore greco a Bonn a farlo, Ypsilantis. Ma il diplomatico firmò soltanto dopo aver aggiunto, a mano, un fatidico ‘non rinunceremo mai ai risarcimenti’». Più tardi lo «scambio» proseguì, quando i governi tedeschi fecero capire ad Atene che i greci che stavano andando in massa a lavorare in Germania sarebbero stati fermati alla frontiera, se il dossier dei risarcimenti fosse riemerso. Così, «la questione fu di fatto sepolta per molto tempo – fatta eccezione per gli abitanti di Distomo che non rinunciarono mai alla loro battaglia. Ma adesso si sono svegliati anche molti politici. Non a caso: è un tema popolarissimo visti gli sviluppi della crisi e la durezza con la quale ci tratta Berlino».

Per lo studioso ateniese «un peccato mortale, perché ci stiamo allontanando dall’utopia scaturita proprio da quel conflitto: quella di un’Europa senza guerre». E c’è un nesso micidiale, ormai, nella testa di molti, che suona proprio come ce lo ha riassunto brutalmente Mina a Distomo: «Io purtroppo credo che i tedeschi stiano cercando di vincere la loro Terza guerra mondiale, stavolta economica, di sconfiggere finalmente quei popoli che non riuscirono a mettersi sotto il tacco allora». Un pensiero che fa venire la pelle d’oca ma che non è così raro, in Grecia. E dunque, se Angela Merkel chiede sacrifici impossibili ad Atene, i greci hanno deciso di soffiare via la polvere dai grandi faldoni dei risarcimenti per le persecuzioni perpetrati dai tedeschi durante l’occupazione, dimenticati finora dalla convenienza politica.

È un pensiero che lascia senza fiato, in questa ennesima, torrida estate in cui questo paese affacciato sull’Egeo lotta per non uscire dall’euro. I greci hanno, va detto, una straordinaria capacità di dimenticare le nefandezze di una classe politica tra le peggiori d’Europa, la cui sopravvivenza dalla fine della dittatura dei colonnelli in poi è stata garantita proprio dalla complicità di un popolo intero. Noto, oltretutto, per un tasso di evasione fiscale e livelli di corruzione che fanno impallidire quelli italiani. Ma Merkel è un alibi formidabile. E in effetti l’unico momento in cui Mina comincia a piangere è quando racconta il suo presente. Fa l’insegnante e il suo stipendio è stato decurtato già col primo piano di tagli del governo Papandreou, nel 2010, da mille a 680 euro al mese. «Il problema è che mia figlia studia a Salonicco e solo l’appartamento mi costa 500 euro al mese. Io e mio marito facciamo i salti mortali per mantenerla lì. Ma quest’inverno non siamo riusciti a pagarci il riscaldamento e abbiamo passato i mesi più freddi, bè, coprendoci molto bene, diciamo, anche quando eravamo in casa». La sua voce si spezza. Piange in silenzio. Dopo un po’ chiosa «Mia figlia studia lingue, ma mi ha promesso che il tedesco non lo studierà mai».

Per capire come è cominciato tutto, dobbiamo spostarci un po’ più in là, verso il mare. George Theoharis ha scritto un libro sull’eccidio. Lo incontriamo alle «casette bianche», come gli abitanti di Distomo chiamano il quartiere che affaccia sul mare. Per accoglierci nella sua piccola casetta a schiera si è messo una T-shirt eloquente: Marx ed Engels con gli zaini in spalla che scappano dalla Germania, destinazione Grecia. Una vita passata in una fabbrica di alluminio – «come tecnico», puntualizza – e 23 giorni trascorsi in carcere durante la dittatura dei colonnelli, Theoharis è uomo dall’aria mite. Ma quando racconta del massacro, cui ha dedicato moltissimi anni, durante i quali ha studiato i documenti e raccolto le testimonianze dei sopravvissuti, lo fa con una foga enorme. È lui a elencare il catalogo degli orrori.

«I nazisti tagliarono i genitali agli uomini e glieli ficcarono in bocca; tagliarono anche i capezzoli a molte donne, prima di ammazzarle. Torturarono i bambini – è noto il caso di un bimbo di tre anni cui furono affettate le gambe, come bistecche – e infilzarono i neonati con le baionette». Una crudeltà e un’efferatezza che non si comprendono, forse, se non si tengono presente due fatti, sottolinea Theoharis. Il primo è che lo stesso giorno, a migliaia di chilometri, nella francese Orandur, fu perpetrato un crimine molto simile. Il secondo, è che i due eccidi avvennero quattro giorni dopo lo sbarco in Normandia. «Il sospetto – spiega Theoharis – è che con questo terribile massacro i nazisti volessero da un lato spaventare i partigiani e dall’altro aprirsi la via di fuga verso ovest. Forse furono così crudeli perché avevano capito, con lo sbarco degli Alleati in Normandia, che per loro era finita».

Le conseguenze di quel pomeriggio maledetto grava anche sulle generazioni nate dopo la guerra. Loukas Dimakas è un giornalista di Ta Nea, vive ad Atene ma ha fatto della battaglia per il risarcimento una delle sue ragioni di vita. Ha vissuto un’infanzia a Distomo gravata dal lutto, dall’ombra dell’eccidio. «Quando avevo cinque anni, un giorno stavo giocando nel giardino e una zia che passava di lì mi ha detto ‘stai giocando sulla tomba di tuo zio!’. Sono scoppiato a piangere e mi sono rifugiato in casa, dove mia madre stava cucinando. Ho raccontato tutto a mia madre, mi sono lamentato della cattiveria della zia. Mia madre mi ha risposto che dovevo smetterla di piangere e di lamentarmi e che anche in quella stanza minuscola erano state trucidate cinque persone, compresi i nonni. Capisce? Io sono cresciuto così. Con la consapevolezza che non c’è un centimetro di questo villaggio che non sia intriso del sangue delle nostre famiglie. E mi chiede se ci arrenderemo?».

 

Le pagine che illustrano questo articolo sono quelle di LIFE del 27 novembre 1944, soltanto quattro mesi dopo l’eccidio. La pagina di apertura recita: «Quando i britannici portarono a termine l’occupazione della Grecia, la fredda, incontrovertibile evidenza della crudeltà dei tedeschi e della sofferenza greca iniziò a far parlare il mondo. C’erano persone vive, persone morte, e persone che stavano da qualche parte tra queste due condizioni. Era troppo da raccontare in parole, e la migliore e più precisa testimonianza è stata raccolta in immagini».

 

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