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Ridere con filosofia

La comicità impegnata made in Usa ha molto da insegnare ai comici nostrani che vanno a tutto tormentone

È la notte del primo ottobre 2008 e Louis CK sta per pronunciare le quattro parole più importanti della sua vita. È grasso, stempiato e rosso, sui quaranta — il fenotipo eteronormativo affiancato a donne bionde quindici anni più giovani che non uscirebbero mai con qualcuno così nella vita reale, ma che nelle sit-com americane rappresenta la rivalsa sociale dell’uomo medio conservatore nei confronti del “buonismo” liberal. Louis non è un comico di successo, o ricco. Il grande pubblico lo ignora, solo gli altri comici che sono in tour ogni notte su palchi bagnati dal sudore delle stripper, o gli avventori dei piccoli comedy clubs frequentati da principianti che ci provano nelle serate “microfono aperto” e i professionisti che non hanno ancora sfondato con i loro CD e speciali di un’ora sul canale via cavo HBO sanno chi è. Un comico per comici, come dice qualcuno. Pure recentemente divorziato, con due figlie. Ma questa sera è sul divano del Late Night with Conan O’Brien, la risposta disperata della NBC allo strapotere di David Letterman sul canale concorrente CBS. Louis CK è stato spesso ospite da Conan e le prime punchline vanno a segno, come sempre. «Mi piace andare in Inghilterra a esibirmi», dice. «Perchè posso ancora comprare delle cose con una singola moneta». Poi chiude la sua premessa con una classica omologia comica sul Vecchio West. «Entravi nel saloon e dicevi ‘Datemi un bicchiere di birra, una bottiglia di whisky, una stanza per una settimana, una cena di carne, un taglio di capelli e la barba, un bagno caldo, del fieno per il cavallo e una donna’». Quindi tira fuori la mano dalla tasca e imita il rumore dell’argento sul bancone — «Peeeng». «Una moneta bastava per tutto», aggiunge. «Nessuno controllava mai il suo valore, o quanto fosse il prezzo delle cose, c’era solo il barman che continuava a pulire i bicchieri con uno strofinaccio». Il pubblico in studio ride. «Le cose costavano soldi», e crea un dialogo per aumentare la forza dell’idea. «Quanto costa quello?» si domanda. «Beh, soldi» Anche il conduttore, che in questi casi funziona da straight man, da spalla comica ignorante e passiva, utile a lanciare monologhi altrui e a subentrare solo quando gli ospiti non bucano lo schermo, ride.

Ed è proprio quando ha tutti in pugno, che Louis CK decide di virare completamente il tono. «Quando leggo della distruzione delle fondamenta del capitalismo penso che ci serva proprio questo: tornare a vivere con degli asini che circolano per le strade con delle sacche che penzolano sulla schiena, a un periodo più semplice». Conan non ride; gli chiede se fa sul serio. Allora Louis pronuncia le parole responsabili per il suo straordinario successo negli ultimi 5 anni, quelle che hanno trasformato la sua comicità in una sorta di proto-filosofia per persone che non sanno chi sia Heidegger o Husserl. «Sì, Conan, e sai perché penso questo?» gli risponde, serio. «Everything’s amazing, and nobody is happy». Tutto è fantastico, e nessuno è felice. Il pubblico non sa come rispondere, non è una punchline, ma è una cosa vera. Qualcuno tossisce nervoso. Conan allora gli chiede se pensa che la società moderna dia per scontata la tecnologia. «Oggi viviamo in un mondo fantastico, veramente straordinario,» dice Louis. «Ed è sprecato nella più merdosa, idiota e viziata delle generazioni». Carica un’altro dialogo immaginato esplicativo. «Vedi sempre questa gente con il nuovo cellulare e sono tutti — Louis imita qualcuno curvo che fissa la propria mano occupata per diversi secondi, fisso così, con un’espressione progressivamente sempre più irata — ‘Uh, ma perché non funziona?’» e quindi parte lo sfogo liberatorio. «Dagli un secondo! Sta andando nello spazio! Puoi dargli un secondo per tornare dallo spazio? Il più schifoso e stupido dei telefonini è un miracolo. È la tua vita che fa schifo attorno al tuo telefono!».

Gli scettici del pubblico ricominciano a ridere; ridono perché capiscono, e sentono altri ridere, così si sentono meno soli. Ora ce li ha in pugno di nuovo. E riesce così a veicolare, attraverso la sua straordinaria sintesi comica, ansie sociali inquietanti e idiosincrasie sui manierismi dell’uomo medio. Ridere, del resto, è una funzione del nostro corpo che si mette in moto quando qualcuno ci rivela una verità inaspettata. Ridiamo perché assimiliamo, perché finalmente liberi e vulnerabili. È per questo che tutte le pubblicità cercano disperatamente di farci sorridere. È per questo che ogni singolo provider di telefonia e Internet usa come testimonial qualche comico italiano popolare.

La frase «Tutto è fantastico, e nessuno é felice» diventa, il giorno successivo, immediatamente un tormentone su blog e social network che riprendono il clickatissimo video Youtube della sua apparizione. Riviste come il New Yorker e N+1 scrivono esegesi con paragoni con Sartre, Hegel e l’esistenzialismo. Questo cambiamento nel suo modo di fare comicità, Louis CK, lo spiegherà solo un paio di anni più tardi, durante un tributo per George Carlin. «Mi ha dato il coraggio di provare a cambiare le cose», disse durante il suo discorso. «A un certo punto mi sono trovato a pensare, ok, quando hai finito di fare battute sugli aeroplani e i cani e decidi di cestinarle, che cosa ti rimane? Puoi solo scavare dentro di te ancora più profondamente, e iniziare a parlare dei tuoi sentimenti, di chi sei e di cosa ti rende umano». È così che ogni monologo “del comico standup migliore al mondo”, come sostiene il creatore di The Office Ricky Gervais, viene costruito. Continui rimandi e razionalizzazioni ad alta voce sulla vergogna e la parte peggiore di se stesso, presenti soprattutto come linea che lega tutti gli episodi della sua serie tv Louie. Vergogna del proprio “privilegio bianco ed etero” e su come, però, queste cose siano inconsciamente utilizzate da Louis stesso — da tutti noi quindi — per avvantaggiarci nella vita. Vergogna del proprio decadimento fisico, di ciò che si pensa delle persone diverse che si incontrano, della propria religione e così via.  Uno stile così influente e pervasivo nel modo attuale di fare comicità che ha contribuito alla nascita di meme estremamente popolari su Twitter — e ormai il web tutto — come #whitepeopleproblems, o #firstworldproblems, dei mantra utilizzati di volta in volta come ironia verso se stessi o come clave per colpire chi pecca di superficialità rispetto a problemi più pressanti per la collettività. E Internet stessa ha premiato il comico quando il dicembre scorso ha messo il suo spettacolo autoprodotto in vendita solo sul suo sito a cinque dollari, facendogliene guadagnare più di un milione in soli dieci giorni.

Louis CK non è comunque stato il primo a sviluppare un pensiero filosofico come sotto-testo per la propria comicità. Prima di lui, a cavallo fra Anni Ottanta e Novanta, c’è stato Bill Hicks e, ancora più indietro, il già citato padre di tutti i comici standup moderni, George Carlin. Lenny Bruce è più conosciuto in Italia perché la generazione che si è formata culturalmente negli Anni Sessanta è convinta che il proprio vissuto sia quello su cui tutti gli altri si devono rapportare, ma Bruce ha ispirato i comici più per le sue azioni anti-conformiste e ribelli contro l’autorità repressiva dei tempi, che per le cose che diceva.

Hicks invece utilizzava una iconografia da cowboy solitario vestito solo in nero, da ronin sporco di sangue del suo padrone, che si sposta di paese in paese, per liberare le persone con la sua verità—come faceva Johnny Cash. Non è mai riuscito ad arrivare al vero successo, agli spettacoli in TV e le arene, e ogni suo tentativo è stato bloccato dal cancro nel 1994. «Sono nel mio Disco Volante Tour», diceva nel 1988 durante il suo spettacolo Sane Man. «Perché come i dischi volanti appaio solo nei paesini del sud a gruppetti di contadini e bifolchi. Ultimamente, dubito della mia stessa esistenza». Con l’amministrazione di George Bush — quasi 8 anni dopo la sua morte — le invettive di Bill Hicks contro il militarismo, il governo, la destra conservatrice e a favore di droga, pornografia e dei vizi della vita tornano improvvisamente al centro dell’attenzione. «Come fa Bush a essere così sicuro che in Iraq hanno armi di distruzione di massa?» si chiedeva ai tempi della Guerra del Golfo. «Perché ha conservato lo scontrino».  Ma il materiale non è rimasto così attuale solo per una ripetizione storica fortunosa; al centro di ogni suo spettacolo, di ogni sua battuta rimane la mortalità e i dogmi altrui che controllano l’esistenza delle persone. «Le canne sono una droga migliore dell’alcool. È un fatto! Ve lo dimostro», diceva durante uno spettacolo nel 1993. «Se siete allo stadio, o a un concerto, e vedete qualche violento che si comporta in modo aggressivo o molesto — si è fatto una canna o è ubriaco?» La parte più intensa e lirica del repertorio di Daniele Luttazzi — ricalcato in gran parte non solo riprendendo battute, ma anche gestualità e manierismi facciali — viene proprio da Bill Hicks. «La marijuana non solo dovrebbe essere legale, ma obbligatoria». E immagina una situazione surrealista, come sempre fa ora anche Louis CK, semplificando un concetto al punto da renderlo inattaccabile e malinconico. Immagina un tizio in città, fermo nel traffico, che suona il clacson per 2 minuti. Arriva un poliziotto e gli porge una canna, dicendogli di fumarla, perché è la legge. «Mi scusi Sergente», dice il guidatore, dopo aver fatto un tiro. «Stavo prendendo la vita sul serio».

In Italia l’unico comico in grado di realizzare un movimento culturale, se non filosofico, è stato Beppe Grillo. L’attenzione da qualche anno è concentrata sulle sue attività partite grazie al suo PC, ma le fondamenta sono state messe quando i computer preferiva sfasciarli sul palco. Gli anni passati a vendere VHS, e poi DVD, in modo instancabile, passando per ogni paesino e fiera cittadina ricordano quasi la stessa strategia da mixtape dei rapper americani per entrare nel mainstream. Questo poi, ora, insieme all’idea che tutto vale la pena essere attaccato a testa bassa, alla dietrologia da forum sui rapimenti alieni e all’italica voglia costante di decapitare chiunque stia in cima alla catena alimentare politica — dopo aver contribuito all’incoronazione — spiega la sua incredibile ascesa da battutista anti-craxiano light del sabato sera di RaiUno, a uomo politico in grado di spostare piccoli equilibri elettorali.

La poetica dei grandi comici standup americani e inglesi però, in Italia, è in grado di praticarla solo Maurizio Milani. La sua non è una esibizione di comicità ortodossa, la punchline non è la terza opzione in un’affermazione o l’ultima parola di una frase. La punchline è la performance stessa di Milani che riesce a esibirsi in piccoli racconti surreali in prima persona in cui incontra Giorgio Armani che lo vuole convincere a fare il povero sotto la sua villetta, oppure diventa un eroinomane sul tram bersagliato dalle sciure milanesi. Il tutto — ed è praticamente solo nel nostro paese — utilizzando uno stile deadpan, cioè non ammiccando o ridendo mai delle cose che dice. Milani è sempre serio quando ride, perché il suo ridere è dolore. È la morte spirituale. Jacques Lacan lo psichiatra\filosofo francese sosteneva che il comico e il tragico sono opposti, ma non incompatibili. Che il tragico implica un’attitudine a un lucido confronto con la distruzione della vita nel nome di una purezza assoluta ed etica, mentre il comico risiede nel perpetuo esternare del desiderio, nella vita che si accavalla per uscire fuori.

I migliori comici sono in grado di camminare fra queste due opposizioni, senza mai inciampare.

 

(dal numero 7 di Studio)

 

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