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Racconto montezemoliano

Il Delfino Luca e il sovrano Agnelli, il capitalista che conquistava la Fenech e guidava la Ferrari, nato per piacere al popolo (a cui insegnava a vestirsi bene dalle pagine di Capital). Memorie di LCDM e di chi ne scrive.

Montezemolo per me ha a che fare con i piatti da lavare. «Un attimo che le passo l’Avvocato Montezemolo», la telefonata surreale era arrivata qualche anno fa, ero nella cucina dei miei nella cascina punitiva e biologica sul lago di Garda, era il mio turno di lavaggio piatti, perché nella cascina cattocomunista dove da anni si discuteva se la lavastoviglie fosse o meno ecologica, se fosse il caso o meno di comprarla, nel frattempo vigeva (e vige ancora) una turnazione severa del lavaggio piatti, con delle regole, anche. Regole apprese in un trauma primario: quando, nei tardi anni Ottanta, andò in onda per la prima volta Scuola di Polizia, mi pare su Canale 5, in prima serata, i miei mi costrinsero invece ad andare a seguire una lezione (oggi si direbbe workshop, sarebbe anche fico e hipster) di ecologia domestica, tenuta da un professore torinese forse luminare nel campo, il cui focus era proprio sul lavaggio dei piatti ecocompatibile, e il primo comandamento era: lavaggio e risciacquo sempre della stessa esatta temperatura, evitando pericolosi shock termici, perché se lavavi col caldo e sciacquavi a freddo le particelle di detersivo sarebbero state inglobate nelle suppellettili (il giorno dopo tutti i miei compagni di scuola parlavano naturalmente di Scuola di Polizia e io pur padrone di nozioni imprescindibili di ecologia domestica avrei cominciato un lungo percorso di emarginazione).

Decenni dopo, ospite nella stessa cascina, lavando i piatti con la turnazione e con le tecniche mai dimenticate, e con la lavastoviglie mai acquistata, ecco la famosa telefonata, una sera: «Un attimo che le passo l’Avvocato Montezemolo», sul cellulare. Era semplicemente la risposta a vari tentativi miei di contattarlo (facevo il giornalista economico, c’era una trimestrale Ferrari da commentare o qualcosa del genere, serviva un virgolettato). Lo si era cercato ovunque. Sui 333 e 334 di segretarie e assistenti al soglio, e tutte avevano detto che l’Avvocato era occupato. L’ultima, più alta in grado, aveva poi proferito la frase definitiva: «L’Avvocato è in elicottero». Sceso dall’elicottero l’Avvocato aveva poi richiamato, e la surrealtà era piombata nella cucina di mia madre tra Bimby e Gelataio Simac d’epoca. «Caro Masneri», o qualcosa del genere, diceva la voce nel telefono, che io tenevo tra capo e collo mentre con un asciugamano mi toglievo dei residui di detersivo ecologico Winni’s, che in verità faceva poca schiuma, oltre a non inquinare i mari e i fiumi (a casa mia si era valutata anche la fabbricazione a chilometri zero di detersivi, con cenere e soda, poi ritenuta eccessiva in uno sprazzo di lucidità).

Erano le nove, il pezzo l’avevo già fatto, era stato passato, era in pagina, era troppo tardi, eppure tutta quella surrealità era significativa di un mondo che stava scomparendo: la telefonata di persona all’ultimo collaboratore di un giornale non eminente era uno degli ultimi pezzi di un mondo che si stava sgretolando, e io ero lì ad assistere, come uno Stefan Zweig con i piatti in mano. Erano gli ultimi cascami di un capitalismo cavalleresco nato nel Dopoguerra, che aveva avuto il suo apice negli anni Sessanta, e che negli Ottanta e Novanta emanava ancora una luce tiepida. In un paese senza una monarchia ufficiale, prima che i principi del sangue andassero a Ballando sotto le stelle, la costituzione materiale del Paese (non ancora la più bella del mondo, e evidentemente un po’ monarchica) aveva il suo organigramma: c’erano il re e la regina (l’Avvocato e Donna Marella), le Infante (Susanna Agnelli e le sorelle), e poi c’era lui, il Delfino.

Non Avvocato, come neanche quell’altro; però laureato in legge, quindi dal popolo subito promosso al rango forense; e non figlio, ma era come se lo fosse stato. In mancanza di un duca di Saint Simon che le codificasse, giravano libere leggende metropolitane a imporre che il Delfino fosse il figlio segreto e naturale dell’Avvocato, perché la costituzione materiale del Paese (sempre lei) non accettava un figlio malmostoso e religioso e perfino con qualche forma di introspezione alla successione capitalistica. Il Delfino era invece perfetto. Aristocrazia piemontese, dunque adusa a servire il Sovrano, però cresciuto a Roma (dunque non un provinciale), nato a Bologna (dunque gaudente), pare avesse conosciuto il Sovrano in quanto amico del figlio dell’Infanta. Correva in macchina, faceva battute, aveva tanti capelli e cognomi. Piacque. Il Delfino aveva surrogato dal Sovrano i modi di gestione del consenso: il gusto dei giornali e un paternalismo cortese coi giornalisti, ma soprattutto, l’utilizzo finale e consapevole di feticci nazionali. Il Sovrano regnava moralmente grazie alla Juventus e alle donne; Montezemolo aveva la Ferrari e le donne. Ma il Delfino andava anche oltre, flirtando con l’immaginario collettivo più notturno. Pur impalmando signore parioline, affidandovi la successione e la riproduzione, il Delfino negli anni frequentava durevolmente e sfacciatamente il mito erotico italiano, Edwige Fenech, facendo sognare il popolo che poteva solo ammirarla sotto innumerevoli docce, sfogandosi poi la domenica al Gran Premio o alla partita.

Il Delfino guidava Ferrari, volava Agusta e amava Fenech: non era possibile scampare al mito. Un mito più democratico e felpato di quello del Sovrano

Era una monarchia sessista, e funzionava benissimo. Continuò a funzionare anche dopo la morte del Sovrano, quando il sistema di guarentigie di corte andò in pezzi (col caso Lapo e le crescenti mancanze di rispetto), e però nell’estate 2007, quando il Delfino fu fotografato nudo su una barca al largo della costiera amalfitana, lo scandalo non fece che rafforzare il mito, perché lo “zizì” (sic) presidenziale era di taglia regale, perfino superiore a quello del Sovrano, immortalato dieci anni prima in uno scatto simile che però fu pubblicato solo in Spagna, vigendo ancora le Guarentigie. Oltre alle donne, il Delfino faceva sognare gli italiani coi mezzi di trasporto: le barche (con misure inferiori, qui, al Sovrano, e quasi controvoglia, capendo che non si era più da un pezzo un popolo di navigatori) e le auto; qui, col vezzo democratico di stare davanti accanto all’autista, e spesso su utilitarie, prediligendo una Panda argento; e poi naturalmente l’elicottero, piombando dal cielo non con il Dauphin caro all’Avvocato ma con un Agusta rosso con cavallino rampante. Il Delfino guidava Ferrari, volava Agusta e amava Fenech: non era possibile scampare al mito. Un mito più democratico e felpato di quello del Sovrano. Il Sovrano regnava nell’empireo, salvo materializzarsi saltuariamente al popolo; il Delfino era più a portata di mano, quasi umano. Nel Drive In di Antonio Ricci, Sergio Vastano che faceva il manager “rampante” e aveva l’orologio sul polsino, era ossessionato però da LeCiDeMu, cioè LCDM in calabrese.

Negli anni Ottanta, l’età dell’innocenza, a casa nostra mio nonno mi aveva misteriosamente regalato un abbonamento a Capital, il giornale per rampanti che insegnava ai nuovi ricchi a fare i biglietti da visita e a comprare le case in campagna, e spesso il faccione aristocratico del Delfino compariva su questa pubblicazione che arrivava per posta; ne trovo alcuni numeri: gennaio 1983, l’inserto Sport Capital – «all’università della vela ci si laurea così» – «Galateo per il signore a cavallo»; «a dieci anni sul green; l’attrezzatura i maestri i tornei», e in copertina il faccione del Delfino: «Luca di Montezemolo, quale sport scegliere»; nel numero di maggio 1989, invece, insieme a una guida ai maxi yacht «barche: signore grandi forme» (sessista) ancora il Delfino in copertina, con titolo: «Quando il successo è targato Roma». L’abbonamento a Capital del nonno era l’unica via di fuga da anni di castigo non tanto beato: noi eravamo alle api, alle privazioni e sofferenze gratuite in campagna, però ogni tanto arrivava questa rivistona patinata con il Delfino in copertina: in fondo fuori c’erano gli anni Ottanta; qualcuno prima o poi ci avrebbe liberato. Forse il nonno ci faceva arrivare l’abbonamento a Capital come il papa polacco in quegli anni mandava soldi a Solidarnosc. Forse voleva destabilizzare il regime khomeinista-ecologista instaurato da mio padre.

La rivista delle libertà aveva anche una versione automobilistica che si chiamava AutoCapital e istruiva le masse sulla macchina giusta per fare «via della Spiga-Hotel Cristallo Cortina», come poi Guido Nicheli, il cumenda di Vacanze di Natale. Guido Nicheli, “il Dogui”, abitava poi vicino a casa nostra, a Desenzano, non lontano da una discoteca, il Sesto Senso, assai aspirazionale, e trecento metri prima aveva aperto un astuto noleggiatore di Ferrari: per cinquecentomila lire, il sabato sera, teneva in custodia la tua Panda o Regata e ti permetteva di essere chi volevi, per una notte. In un’altra discoteca, appena più sobria, si andava invece con la Lancia Thema Ferrari del fratello di una mia compagna di scuola: quella con motore 8 cilindri, 32 valvole, fatto a Maranello, con un alettone che si alzava e scompariva premendo un pulsante. Mio padre mi nascondeva le raccolte di Autocapital dietro annate intere di Avvenimenti e La nuova ecologia, ma qualcosa stava accadendo. Dibattiti democratici: lui combatteva un difficile dilemma etico tra l’essere di sinistra e amare le belle macchine. Porschista senza se e senza ma, vituperava molto la burinaggine della Testarossa, o “il” Testarossa, come veniva definito da affluenti bresciani il modello mitologico anni Ottanta; però sportivamente ammetteva l’eccellenza stilistica della Gto. E in casa si portò a lungo il lutto per la dipartita di Ayrton Senna nel 1994: un evento funesto, contingente alla discesa in campo di Silvio Berlusconi, capitalista che non piaceva per niente. Mentre il Delfino piaceva un casino. Ovvio. Era fatto per piacere, il Delfino: e dava il suo meglio in provincia. Se il Sovrano aveva scelto la dimensione dell’assenza, scegliendo anche per le vacanze alti luoghi metafisici impossibili da emulare dalle masse più liquide (Gstaad), il Delfino era il vicerè di Cortina, feudo raggiungibile in fondo dalle masse, dal capannone e dalla fabbrichetta con comode autostrade (successivamente Massimo Boldi denunciò che a Cortina «molti affittano le Ferrari per sembrare ricchi»). Anche oggi, lo si può vedere d’estate, a bordo di un vespino: e tante signore ci tengono tanto a far sapere a tutti che “Luca” sarà poi da loro a colazione (in Sapore di mare il Luca col vespino era invece Jerry Calà, figlio del commendator Carraro, possessore del massimo status symbol provinciale, una Ferrari).

Altre province: l’Emilia, dove il Delfino è nato e dove ha casa e dove si celebrano i riti di famiglia; dove ha tenuto la presidenza degli Industriali di Modena. Il Delfino è il contrario del cosmopolitismo: e anche gli studi a New York e le amicizie arabe non sono che un tratto di distinzione. Anche la dimensione della grande industria non fa probabilmente per lui: difficile associarlo alla fabbrica, alle grandi organizzazioni, ai treni muscolari o alla politica. Anche quando si assistette alla fondazione del suo movimento politico, a Roma, a palazzo Colonna, sembrò di stare a un garden party, con un’estetica e un’altezza e biondezze e lineamenti da casting: e infatti non se ne fece niente, ma fu il comizio più elegante della storia. Come il Sovrano, anche il Delfino non era nato per comandare o per gestire, ma per piacere al popolo. Ma questo poteva funzionare in un capitalismo di buone maniere scomparso ormai per sempre, con nuovi manager che non solo non richiamavano giornalisti sfigati alle prese coi piatti da lavare, ma che evidentemente non avevano mai letto la guida al vestir bene della rivista Capital.

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