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Quanto valgono i premi letterari

Dal Goncourt al Booker, dal Nobel allo Strega, i premi fanno bene all’ego degli scrittori e incidono sulle vendite. Dal numero 31 di Studio.

In Francia gli scrittori aspettano il mese di novembre, in Italia vivono in attesa dell’arrivo dell’estate; i più grandi scrittori sparsi per il pianeta, dall’Argentina alla Cina, dal Canada all’Australia, trascorrono una notte in bianco, a ottobre, la sera prima dell’annuncio del premio Nobel per la Letteratura. In Francia novembre è il mese dei premi letterari: dal 1902 viene assegnato il riconoscimento più prestigioso, il Goncourt, capace di cambiare il destino di un autore, in grado di fare esplodere le vendite di un libro. La svolta mediatica e commerciale è assicurata. Il romanzo ad aver venduto di più, nell’anno della vittoria del Goncourt, resta L’amante di Marguerite Duras, vincitore nel 1984, con 700 mila copie. Dopo la vittoria del Goncourt, persino Le Benevole, il monumentale romanzo di Jonathan Littel sul nazismo, diventa un caso editoriale internazionale e arriva a vendere quasi 700 mila copie in Francia, così come Michel Houellebecq sfiora le 500 mila, aggiudicandosi il Goncourt con La carta e il territorio nel 2010. Basta leggere l’elenco dei vincitori del Goncourt per capire che la storia della letteratura francese è passata da lì: Marcel Proust, Simone de Beauvoir, Romain Gary, Patrick Modiano, Marguerite Duras, Michel Houellebecq.

I premi fanno bene all’ego degli scrittori, scandiscono le tappe del loro percorso creativo, ne indirizzano la carriera e trascinano sotto ai riflettori anche gli autori più schivi, che prediligono normalmente l’ombra alla mondanità. L’unico effetto negativo è che cerimonie ufficiali e consacrazioni rilasciano una patina istituzionale anche su scrittori che fino al giorno prima si erano distinti per spirito eretico o iconoclastia. Proprio all’effetto di conformismo si appella Jean-Paul Sartre nella lettera del 1964 in cui spiega il rifiuto del Nobel per la Letteratura che gli è appena stato assegnato: «Lo scrittore deve rifiutare di lasciarsi trasformare in un’istituzione, anche se questo avviene nelle forme più onorevoli, come in questo caso». Gloria eterna, ingresso nelle storie letterarie, traduzioni in tante lingue e attenzione dei critici, i premi cambiano la percezione mondiale di un autore, spesso poco conosciuto, a volte addirittura ignorato, scaraventandolo in un olimpo di nomi che fa parte di un circuito internazionale. Ma a parte le fascette sui libri e le corone d’alloro, i premi sono anche rilevanti e desiderati per il fattore economico. Ciclicamente ci si chiede quale sia l’impatto sul mercato, quante copie in più venderà autore ed editore dopo l’incoronazione. Uno studio del 2013 di Michela Ponzo e Vincenzo Scoppa misura le conseguenze sulle vendite del Premio Strega, stabilendo che in Italia la vittoria del premio, ogni anno assegnato nella prima settimana di luglio, in media aumenta le vendite del libro del 500 per cento. Contrariamente ad altri premi però, lo Strega spinge solo il libro che vince e non i cinque libri finalisti del concorso.

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In Francia, l’istituto Gfk, che si occupa di ricerche di mercato e studia il comportamento dei consumatori, ha pubblicato un interessante studio sulle vendite degli ultimi anni legate ai sette più prestigiosi premi letterari: il Goncourt fa vendere in media 395 mila copie, il Goncourt des lycéens 334 mila, il Grand Prix du roman de l’Académie française 220 mila, il Renaudot 178 mila, il Femina 97 mila, il Médicis 48 mila e l’Interallié 42 mila. Questa classifica, come spiega lo stesso studio, è alterata dal caso editoriale del romanzo La verità sul caso Harry Quebert dello svizzero Joël Dicker (nel 2012 vince sia il Grand prix du roman de l’Académie française che il Goncourt des lycéens), che ha raggiunto la vendita record di 800 mila copie.

In Germania il German Book Prize, sebbene recente, istituito nel 2005, sembra il premio destinato ad avere sempre più influenza nel mondo editoriale tedesco, imitando il modello del Goncourt, e si è distinto da subito, rispetto a tutti gli altri premi, anche per una forte presenza di scrittrici tra i vincitori: in dodici edizioni hanno vinto sei uomini e sei donne. Restando in Europa, il premio più prestigioso del Regno Unito, e forse dell’intero continente, è il Man Booker Prize, che premia un libro scritto in lingua inglese, al quale vanno 50 mila sterline (dal 2016 sono cambiate le regole della sezione Man Booker International, che ora viene assegnato annualmente a un libro in traduzione inglese: l’unica vincitrice per ora è Han Kang con La vegetariana). Nel 2011 vince il Man Booker Prize Julian Barnes con il romanzo Il senso di una fine: la settimana prima della vittoria il libro vende poco più di duemila copie a settimana, mentre la settimana successiva passa a oltre 14 mila. Allora il Guardian si domanda se la vittoria del Booker Prize garantisca l’aumento delle copie a lungo termine e mette insieme i dati delle vendite di 44 vincitori del premio. I dati Nielsen sulle vendite in libreria dicono che il record di vendite legate al premio spetta al libro Vita di Pi, di Yann Martel, che vince nel 2002 e vende 1,3 milioni di copie. «I premi non fanno gli scrittori e gli scrittori non scrivono per vincere premi, ma nella attuale sovrabbondanza di riconoscimenti letterari, il Booker resta unico. Se siamo davvero onesti è quello a cui aspiriamo di più», dice Graham Swift, vincitore nel 1996 con Ultimo giro.

Ogni anno il nome del vincitore rimbalza su radio, televisioni, e sulla stampa di tutto il mondo. Dopo la vittoria di La strada stretta verso il profondo Nord, di Richard Flanagan, il libro vende 800 mila copie nel mondo (più di tutte quelle che avevano venduto insieme gli altri suoi libri precedenti). Così come Breve storia di sette omicidi dello scrittore giamaicano Marlon James vende oltre 12 mila copie nella settimana successiva al premio, con un incremento del 933 per cento. Uno studio sul Booker, Awards, success and aesthetic quality in the arts di Victor Ginsburgh dimostra come non vi sia molta differenza nelle vendite tra i libri finalisti in gara per il premio – la cosiddetta shortlist – e il vincitore.

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A volte capita che la visibilità che riceve un libro consacrato dal Man Booker attiri lo sguardo di registi e produttori cinematografici. Nel 1982 vince Schindler’s Ark, dell’australiano Thomas Keneally, e diventa il film Schindler’s List di Steven Spielberg; nel 1989 vince il romanzo Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro e diventa il film diretto da James Ivory; lo scrittore singalese naturalizzato canadese Michael Ondaatje vince con Il paziente inglese, da cui è stato tratto il film omonimo, uno dei film più premiati della storia del cinema. Sì, le copie vendono a lungo termine. Come è evidente dalle traduzioni cinematografiche, il Booker è una vetrina planetaria, scavalca lingue e continenti: nel 2003 è assegnato all’australiano DBC Pierre, con l’esordio, Vernon God Little, che registra negli Stati Uniti un incremento di vendite del 677%.

Per alcuni libri anche il Pulitzer, premio statunitense, innesca il miracolo, come accade nel 2002 a Richard Russo con il romanzo Il declino dell’impero Whiting – le vendite negli Stati Uniti crescono del 6500 per cento – mentre l’anno successivo, Jeffrey Eugenides vince con Middlesex e vede crescere le sue vendite solo del 200 per cento. Qualche anno dopo, il mondo editoriale assiste all’esplosione di Olive Kitteridge di Elizabeth Strout, che passa da 1.200 a oltre 11 mila copie a settimana dopo aver vinto l’edizione del 2009. Ma il Pulitzer a volte può deludere le aspettative di chi pensa che tutti i premi incidano automaticamente, e in modo radicale, sulle vendite. L’ultimo vincitore, Colson Whitehead, con The Underground Railroad, era già arrivato al numero uno delle vendite, e dopo il premio non è stato spinto ancora in cima alla classifica; in passato non è stato fondamentale neanche per libri delle recenti edizioni: sia Anthony Doerr con Tutta la luce che non vediamo che Donna Tartt con Il cardellino avevano già venduto tantissimo e non sono tornati a vendere quanto facevano prima della loro vittoria.

Un altro elenco di giganti è quello dei vincitori dello statunitense National Book Award. Si va da William Faulkner a John Cheever, da Philip Roth (lo vince a ventisette anni, con la raccolta di racconti Goodbye Columbus) a Thomas Pynchon, da Jonathan Franzen a Susan Sontag. Anche se il Pulitzer e il National Book Award sono premi che spostano tante copie, l’aumento delle vendite non è stabilito in anticipo da nessuna formula matematica. Secondo Neil Badwin, direttore esecutivo della National Book Foundation: «Spesso dipende dal fatto che il libro abbia avuto un po’ di slancio prima della vincita del premio… se l’ha avuto, la vittoria può essere di grande aiuto». Accanto al Pulitzer e al National Book Award, il terzo premio statunitense prestigioso, ormai come i primi due, anche se giovane, è il premio PEN/Faulkner per la narrativa, nato nel 1980.

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La stagione in cui sono nati la gran parte dei premi più importanti del mondo va dalla fine degli anni Quaranta alla fine degli anni Sessanta: in Italia, lo Strega è del 1947, il premio Bancarella del 1952, il Campiello del 1962; il Pulitzer è del 1948, il National Book Award dal 1950, il Man Booker Prize è del 1968. Dagli anni Cinquanta – finita l’economia di guerra e andando verso la società dei consumi – l’editoria diventa matura e scopre la dimensione del mercato, nascono i primi bestseller e i primi casi editoriali (in Italia: Il gattopardo nel 1958, La noia del 1961, Il giardino dei Finzi-Contini del 1962). Cresce l’alfabetizzazione e si allarga soprattutto il pubblico con l’ingresso della lettura come pratica quotidiana presso una fascia di persone sempre più estesa. Per la prima volta i meccanismi pubblicitari considerano il libro come un qualsiasi prodotto, dunque «il premio letterario prende consistenza rassicurando il pubblico su ciò che è da leggere, facendosi garante della scelta» (Giovanni Ragone). A partire dagli anni del boom economico, i premi orientano il mercato, svolgono una funzione promozionale e grazie alla loro risonanza la narrativa di qualità diventa il passepartout per interpretare il nuovo immaginario di massa.

I premi beatificano gli scrittori, innalzano le case editrici, a volte gettano la luce su generi che faticano a trovare un pubblico vasto, ricordando la grandezza della poesia, indicando l’importanza del reportage o il ruolo della scrittura teatrale. Ma forse la venerazione planetaria per i premi è tale anche perché, esattamente come le divinità antiche, i premi sono imprevedibili, umorali, ed è meglio adorarli e tenerseli buoni, dato che il modo in cui potranno cambiare il futuro resta misterioso: ci sono scrittori che dopo aver vinto premi sacri sono diventati intoccabili, altri sono precipitati nell’oblio, e con loro si sono portati dietro libri che nessuno legge più. Neanche il premio dei premi, il Nobel per la Letteratura, che fa tremare i polsi all’intero mondo letterario ogni anno, è in grado di aumentare gli zeri alle vendite dei consacrati. Nell’anno successivo alla premiazione di Herta Müller, il romanzo Oggi avrei preferito non incontrarmi viene sì tradotto e conosciuto in tutto il mondo ma, per esempio, negli Stati Uniti si ferma a 20 mila copie. Tra tutti i premi del mondo, l’Italia può vantare quello con il nome più giusto e centrato, il premio Strega: tutti gli scrittori infatti stringono ambigui patti con i premi, tutto avviene tra strani riti magici, e ogni scrittore sa che l’incontro con un grosso premio può guarire o avvelenare. Il 9 novembre 1934 Luigi Pirandello vince il Nobel per la Letteratura. La casa è assediata da giornalisti e fotografi che gli chiedono una posa, e lui si mette alla macchina da scrivere e riempie un foglio bianco con una sola parola ripetuta per ventisei volte: «Pagliacciate, pagliacciate, pagliacciate…».

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