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Il protagonista della campagna elettorale in Brasile è diventato il “Bono della Paulista”, un ragazzo che è andato a manifestare per Lula a petto nudo, con la tuta, la balaclava e la bandiera della Palestina
Hannah, Marnie, Shoshanna e Jessa hanno fatto una videocall per annunciare l’arrivo della nuova stagione di Girls Lena Dunham ha proposto una reunion e tutti hanno subito accettato, non prima di aver ricreato, in pochi secondi, le dinamiche disfunzionali che avevamo imparato ad amare.
In Indonesia si sono accorti che l’unico modo per diffondere gli allarmi terremoto in tutto il Paese è usare gli altoparlanti dei minareti In un Paese con centinaia di migliaia di moschee sparse su tutto il territorio, gli altoparlanti usati da muezzin sono l'unica rete di sirene già pronta.
Anthropic ha cambiato le sue linee guida perché vuole che gli utenti la smettano di insultare e maltrattare Claude Da adesso, Claude potrà troncare le conversazioni con utenti che adottano «comportamenti violenti o crudeli, prolungati e immotivati».
La nuova canzone di David Byrne è una canzone contro Elon Musk fatta solo di frasi assurde dette da Elon Musk Si intitola "Let Me Sell You a Dream" e fa parte della colonna sonora di Musk, il documentario di Alex Gibney in uscita negli Stati Uniti il 16 ottobre.
In Argentina c’è un treno che come carburante usa esclusivamente il sole delle Ande Si chiama Tren Solar de la Quebrada, percorre 42 chilometri nella provincia di Jujuy e viene usato anche per i viaggi notturni per vedere le stelle.
L’Ipcc sta subendo fortissime pressioni da parte dei petro-Stati per non pubblicare un importante ricerca sulla crisi climatica Arabia Saudita, Russia, India e Cina vogliono rinviarne la pubblicazione al 2029. I Paesi più poveri e più esposti alla crisi climatica pretendono che sia pubblicato subito.
Sayf ha fatto un bellissimo documentario sul carcere di Chiavari e lo ha reso disponibile gratuitamente sul suo YouTube Si intitola Il cielo in una stanza, dura 20 minuti ed è stato girato durante una visita lunga 12 ore alla casa di reclusione di Chiavari.

Non solo Fifa: la caduta del Qatar

Dalle mazzette per i Mondiali al fallimento siriano, storia di una piccola monarchia che ha fatto il passo più lungo della gamba.

10 Giugno 2015

Più dei Mondiali 2022, a rischio c’è il brand Qatar. È da un po’ infatti che l’emirato sta perdendo colpi, e la vicenda giudiziaria della Fifa non è che l’ultimo di una serie di eventi che, messi insieme, stanno ridimensionando il soft power di questo Paese, spesso descritto, e a ragione, come «piccolo ma ambizioso».

Con una superficie pari a quella del Connecticut e meno di trecentomila abitanti, negli ultimi anni il Qatar si è trasformato in una piccola potenza regionale e globale: sostenendo le primavere arabe e i governi dei Fratelli Musulmani che ne sono conseguiti, per esempio; oppure finanziando le rivolte in Siria e in Libia; imponendosi sul mercato mediatico con Al Jazeera, la televisione panaraba di proprietà della famiglia reale, che ha anche due consociate in inglese, Al Jazeera English e Al Jazeera America; e infine comprando squadre di calcio (il Paris Saint-Germain), maison della moda (Valentino Fashion Group) e investendo nel mercato immobiliare (Porta Nuova a Milano e piazza di Spagna a Roma, per non parlare del centro direzionale Canary Wharf a Londra).

General Views Of Qatar

Tutto merito dei petrodollari, si dirà. Vero, ma fino a un certo punto. Perché il Qatar non è certo la sola petromonarchia del Golfo, né la più ricca: Doha, che deve la sua ricchezza alle riserve di gas più che al petrolio, ha un Pil annuo di poco inferiore a quello del Kuwait (180 miliardi di dollari contro 200) e neppure paragonabile a quelli degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita. Eppure è di gran lunga più interventista, specie se confrontato agli altri “piccoli” (cioè Emirati e Kuwait; l’Arabia Saudita merita un discorso a parte: ci arriviamo dopo).

Una piccola monarchia sembrava quasi riuscita a creare un vero e proprio nuovo ordine mediorientale

Merito dei petrodollari, dunque, ma anche dell’ambizione, che ha spinto la famiglia reale del Qatar, gli al-Thani, a proiettare la loro influenza e mettere a frutto il denaro accumulato più di quanto non abbiano fatto altri. Gli al-Thani del resto non sono una dinastia del Golfo come le altre: se gli altri emiri sono discendenti di predoni e mercanti di cammelli, gli al-Thani sono discendenti di cacciatori di perle, tutta un’altra mentalità. La loro strategia consiste, da un lato, in una serie di investimenti di alto profilo, volti a diversificare l’impero economico ma anche, se non soprattutto, l’immagine del Qatar, per esempio con l’acquisizione di rinomati nomi del lusso (come Valentino, appunto) oppure con la cosiddetta sports diplomacy: oltre ad essersi assicurato i mondiali 2022 e avere acquistato il Paris Saint-Germain, il Qatar ospita anche un MotoGp e a breve dovrebbe ospitare un Gran Premio di formula 1. In aggiunta a queste operazioni di soft power, però, la strategia prevede anche molteplici interventi a gamba tesa nella geopolitica della regione: il sostegno alle primavere arabe, ai Fratelli Musulmani, ai ribelli contro Assad e contro Gheddafi, eccetera.  In tutto questo, al-Jazeera è l’anello di congiunzione tra soft e hard power, visto che la televisione ha offerto un’importante cassa di risonanza alle proteste che nel 2010 e 2011 hanno portato alla caduta dei regimi in Egitto e Tunisia, mentre le due edizioni inglesi accrescevano il prestigio del piccolo emirato in Occidente.

Il risultato è stato che, a un certo punto, e più precisamente tra il 2011 e il 2013, il Qatar si è accreditato come grande artefice dei cambiamenti della regione. Una piccola monarchia, per giunta più “povera” delle sue vicine, sembrava quasi riuscita a creare un nuovo ordine mediorientale. Un Medio Oriente cioè dove le vecchie dittature militari, più o meno laiche, stavano scomparendo; dove i Fratelli Musulmani, ideologicamente lontani dall’Islam praticato in Qatar, ma strategicamente sostenuti da Doha, andavano al governo al posto dei generali filo-occidentali; dove l’asse sciita (Iraq, Iran, Siria) era messo alle strette.

Poi, qualcosa s’è rotto. Nell’estate del 2013 il presidente egiziano Mohammed Morsi, leader dei Fratelli Musulmani e protégé degli al-Thani, è stato deposto dalle Forze armate; al suo posto oggi c’è un governo filo-militare e filo-americano che ha dichiarato fuori legge i Fratelli Musulmani (sostenuti dal Qatar) e messo in prigione i giornalisti di Al Jazeera (che è, appunto, di proprietà del Qatar). Secondo alcuni, è stato l’inizio di una restaurazione mediorientale che ha vanificato i risultati della primavera araba (promossa, si diceva, proprio dal Qatar).

Nello stesso periodo, le cose hanno cominciato ad andare male anche in Siria, dove Doha era tra i principali sostenitori della rivolta anti-Assad. La fine del regime sciita non è sembrata più così vicina. L’opposizione, dal canto suo, era frammentaria e dominata sempre più da gruppi islamici estremisti che spaventavano l’Occidente e, soprattutto, i Paesi arabi confinanti. Cominciava, peraltro, ad emergere l’Isis. Alla fine, l’Arabia Saudita, altra potenza sunnita che finanziava i ribelli, ha deciso di prendere in mano la situazione ed escludere il Qatar dalla gestione della guerra siriana, o se non altro di ridimensionarne parecchio il ruolo, nel maggio del 2013. Poche settimane più tardi, l’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani, ha abdicato a favore del figlio trentenne, Tamim bin Hamad al-Thani: l’artefice dell’interventismo del Qatar lasciava le redini a un monarca più giovane e, soprattutto, tranquillo. Pare, anche se non ci sono ovviamente conferme, su pressione saudita.

L’Arabia saudita ha deciso che il Qatar cominciava a essere un problema, e il Qatar ha abbassato la cresta

Sorella maggiore, alleata e rivale, l’Arabia Saudita ha sempre avuto un rapporto complesso con il Qatar e con le ambizioni del piccolo emirato. In un certo senso, le due petromonarchie sono frenemies. Da un lato sono alleate nel grande scontro tra sunniti e sciiti che sta scuotendo il Medio Oriente e di cui le guerre civili in Siria, Yemen e Iraq sono in parte una conseguenza. Arabia Saudita e Qatar hanno, in altre parole, dei nemici in comune: l’Iran, e i governi filo-iraniani a Damasco e Baghdad. Dall’altro lato però hanno agende diverse. Riyad ha sempre guardato con sospetto il sostegno di Doha alle componenti più estremiste della rivolta siriana, come al-Nousra e forse lo stesso Stato islamico – anche perché c’era il rischio che attirassero giovani sauditi e che questi, una volta radicalizzati, tornassero a creare problemi in patria. Ancor più con sospetto guardava ai Fratelli Musulmani, tanto sponsorizzati da al-Thani: non tanto perché fossero islamisti (l’Islam wahhabita che si pratica nel Golfo è molto più radicale rispetto alla Fratellanza), quanto perché erano visti come un elemento di cambiamento ed ergo di destabilizzazioni.

Emir Of Qatar Makes Official Visit To Gaza

Questa forse è stata la più grande differenza di vedute tra Arabia Saudita e Qatar: Doha puntava a costruire un nuovo ordine mediorientale, Riyad a preservare quello vecchio. Molto più ricchi, più grandi e, non ultimo, meglio armati, in un primo momento, davanti all’attivismo degli al-Thani, i sauditi si sono limitati ad alzare il sopracciglio: ai loro occhi il Qatar era un fastidioso alleato con che non sapeva stare al suo posto. Poi, con l’avvento dell’Isis e altri fattori, l’Arabia saudita ha deciso che il Qatar stava cominciando a diventare un problema. E il Qatar ha capito di avere fatto il passo più lungo della gamba. Riyad ha preteso il controllo del dossier siriano, nonché la testa dell’emiro. Doha ha abbassato la cresta.

Nel frattempo, per il Qatar sono arrivati altri problemi. Al Jazeera America, lanciata nel 2013 dopo il successo di Al Jazeera English, non ha ottenuto i risultati sperati e in più è stata travolta da uno scandalo di presunti maltrattamenti ai dipendenti. Il fondo sovrano del Paese si è trovato costretto a ridimensionare i suoi piani di investimento nel settore della radio e delle energie rinnovabili. E adesso, come se non bastasse, la Fifa sotto inchiesta per sospette mazzette pagate da Qatar e Russia per ottenere l’assegnazione dei mondiali. Alcuni osservatori sostengono che Doha potrebbe perdere addirittura il campionato del 2022. Ma, come faceva notare Amena Bakr in una lunga analisi per la Reuters, «gli accordi legali tra la Fifa e il Qatar comportano poche possibilità di perdere la coppa». Il rischio, piuttosto, è che «la reputazione del Qatar come mediatore politico regionale ne esca danneggiata».

Eppure, come si spiegava prima, il peso del Qatar nella regione è già stato sminuito – in parte dai fallimenti della sua politica in Egitto e in Siria, in parte per una decisione presa dai sauditi – e questo potrebbe essere l’ultimo capitolo nella parabola di una piccola e ricca nazione che ha coltivato ambizioni al di là della sua portata e che ora è costretta a ridimensionarle.

In evidenza: veduta di Doha. Sotto: l’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani accolto a Gaza nel 2012 (Getty Images).
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