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10:32 lunedì 5 ottobre 2026
Per smaltire dei robot umanoidi ormai vecchi e obsoleti, un’azienda li ha addestrati a buttarsi nell’acciaio fuso Se state pensando a quella scena di Terminator 2, è perché l'idea è tratta proprio da quella scena di Terminator 2.
Ci sono così tante stroncature di Digger che i produttori le stanno usando nella campagna promozionale del film (e per dire che i critici non ci hanno capito niente) Una trovata che non si è rivelata granché efficace: il film ha incassato solo 8 milioni di dollari negli Usa ed è già considerato il peggior flop della carriera di Tom Cruise.
Per la prima volta nella storia, il caffè è stato coltivato e raccolto interamente in Italia. E sì, c’entra il riscaldamento globale Dopo un secolo di tentativi falliti, c'è riuscita una famiglia di torrefattori di Palermo. È un'ulteriore prova della tropicalizzazione dell'agricoltura italiana.
Le case editrici e le tipografie ucraine sono diventate uno degli obiettivi più colpiti dall’esercito russo Una vera e propria strategia, ormai. Tanto che in questi attacchi è andato distrutto un terzo dei libri stampati in Ucraina nel corso dell'anno.
È uscito un videogioco in cui l’unica cosa da fare è andare a un rave illegale e ballare tutta la notte Si chiama Afters, è gratuito e lo ha realizzato un game designer a cui l'idea è venuta dopo una notte passata tutta a ballare a un rave illegale.
La cosa incredibile di questa crisi energetica è che tutti sapevano che prima o poi sarebbe arrivata, perché tutti sapevano che le scorte di petrolio prima o poi sarebbero finite Ed evidentemente nessuno è riuscito a fare nulla per evitare lo scenario peggiore. Che è quello che stiamo vivendo in questi giorni.
Tilda Swinton ha scritto un’autobiografia, ma siccome non voleva fare la solita autobiografia ha deciso di raccontare la sua vita attraverso gli oggetti che ama Si intitola Material Evidence, uscirà nel 2028 e al suo interno ci saranno: un abito da battesimo, una lettera, una gamba di legno, una felpa, una matassa di seta da ricamo, una fotografia, una vita intera.
Per lanciare il loro nuovo album i Fontaines D.C. hanno organizzato dei listening party nei negozi di dischi indipendenti di tutto il mondo e l’Italia è uno dei Paesi in cui ce ne saranno di più Saranno ben 22 e si terranno tutti l'8 ottobre, sparsi dalla Liguria alla Sicilia e molti in "provincia", dentro negozi che sono pezzi di storia delle città.

Non solo Fifa: la caduta del Qatar

Dalle mazzette per i Mondiali al fallimento siriano, storia di una piccola monarchia che ha fatto il passo più lungo della gamba.

10 Giugno 2015

Più dei Mondiali 2022, a rischio c’è il brand Qatar. È da un po’ infatti che l’emirato sta perdendo colpi, e la vicenda giudiziaria della Fifa non è che l’ultimo di una serie di eventi che, messi insieme, stanno ridimensionando il soft power di questo Paese, spesso descritto, e a ragione, come «piccolo ma ambizioso».

Con una superficie pari a quella del Connecticut e meno di trecentomila abitanti, negli ultimi anni il Qatar si è trasformato in una piccola potenza regionale e globale: sostenendo le primavere arabe e i governi dei Fratelli Musulmani che ne sono conseguiti, per esempio; oppure finanziando le rivolte in Siria e in Libia; imponendosi sul mercato mediatico con Al Jazeera, la televisione panaraba di proprietà della famiglia reale, che ha anche due consociate in inglese, Al Jazeera English e Al Jazeera America; e infine comprando squadre di calcio (il Paris Saint-Germain), maison della moda (Valentino Fashion Group) e investendo nel mercato immobiliare (Porta Nuova a Milano e piazza di Spagna a Roma, per non parlare del centro direzionale Canary Wharf a Londra).

General Views Of Qatar

Tutto merito dei petrodollari, si dirà. Vero, ma fino a un certo punto. Perché il Qatar non è certo la sola petromonarchia del Golfo, né la più ricca: Doha, che deve la sua ricchezza alle riserve di gas più che al petrolio, ha un Pil annuo di poco inferiore a quello del Kuwait (180 miliardi di dollari contro 200) e neppure paragonabile a quelli degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita. Eppure è di gran lunga più interventista, specie se confrontato agli altri “piccoli” (cioè Emirati e Kuwait; l’Arabia Saudita merita un discorso a parte: ci arriviamo dopo).

Una piccola monarchia sembrava quasi riuscita a creare un vero e proprio nuovo ordine mediorientale

Merito dei petrodollari, dunque, ma anche dell’ambizione, che ha spinto la famiglia reale del Qatar, gli al-Thani, a proiettare la loro influenza e mettere a frutto il denaro accumulato più di quanto non abbiano fatto altri. Gli al-Thani del resto non sono una dinastia del Golfo come le altre: se gli altri emiri sono discendenti di predoni e mercanti di cammelli, gli al-Thani sono discendenti di cacciatori di perle, tutta un’altra mentalità. La loro strategia consiste, da un lato, in una serie di investimenti di alto profilo, volti a diversificare l’impero economico ma anche, se non soprattutto, l’immagine del Qatar, per esempio con l’acquisizione di rinomati nomi del lusso (come Valentino, appunto) oppure con la cosiddetta sports diplomacy: oltre ad essersi assicurato i mondiali 2022 e avere acquistato il Paris Saint-Germain, il Qatar ospita anche un MotoGp e a breve dovrebbe ospitare un Gran Premio di formula 1. In aggiunta a queste operazioni di soft power, però, la strategia prevede anche molteplici interventi a gamba tesa nella geopolitica della regione: il sostegno alle primavere arabe, ai Fratelli Musulmani, ai ribelli contro Assad e contro Gheddafi, eccetera.  In tutto questo, al-Jazeera è l’anello di congiunzione tra soft e hard power, visto che la televisione ha offerto un’importante cassa di risonanza alle proteste che nel 2010 e 2011 hanno portato alla caduta dei regimi in Egitto e Tunisia, mentre le due edizioni inglesi accrescevano il prestigio del piccolo emirato in Occidente.

Il risultato è stato che, a un certo punto, e più precisamente tra il 2011 e il 2013, il Qatar si è accreditato come grande artefice dei cambiamenti della regione. Una piccola monarchia, per giunta più “povera” delle sue vicine, sembrava quasi riuscita a creare un nuovo ordine mediorientale. Un Medio Oriente cioè dove le vecchie dittature militari, più o meno laiche, stavano scomparendo; dove i Fratelli Musulmani, ideologicamente lontani dall’Islam praticato in Qatar, ma strategicamente sostenuti da Doha, andavano al governo al posto dei generali filo-occidentali; dove l’asse sciita (Iraq, Iran, Siria) era messo alle strette.

Poi, qualcosa s’è rotto. Nell’estate del 2013 il presidente egiziano Mohammed Morsi, leader dei Fratelli Musulmani e protégé degli al-Thani, è stato deposto dalle Forze armate; al suo posto oggi c’è un governo filo-militare e filo-americano che ha dichiarato fuori legge i Fratelli Musulmani (sostenuti dal Qatar) e messo in prigione i giornalisti di Al Jazeera (che è, appunto, di proprietà del Qatar). Secondo alcuni, è stato l’inizio di una restaurazione mediorientale che ha vanificato i risultati della primavera araba (promossa, si diceva, proprio dal Qatar).

Nello stesso periodo, le cose hanno cominciato ad andare male anche in Siria, dove Doha era tra i principali sostenitori della rivolta anti-Assad. La fine del regime sciita non è sembrata più così vicina. L’opposizione, dal canto suo, era frammentaria e dominata sempre più da gruppi islamici estremisti che spaventavano l’Occidente e, soprattutto, i Paesi arabi confinanti. Cominciava, peraltro, ad emergere l’Isis. Alla fine, l’Arabia Saudita, altra potenza sunnita che finanziava i ribelli, ha deciso di prendere in mano la situazione ed escludere il Qatar dalla gestione della guerra siriana, o se non altro di ridimensionarne parecchio il ruolo, nel maggio del 2013. Poche settimane più tardi, l’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani, ha abdicato a favore del figlio trentenne, Tamim bin Hamad al-Thani: l’artefice dell’interventismo del Qatar lasciava le redini a un monarca più giovane e, soprattutto, tranquillo. Pare, anche se non ci sono ovviamente conferme, su pressione saudita.

L’Arabia saudita ha deciso che il Qatar cominciava a essere un problema, e il Qatar ha abbassato la cresta

Sorella maggiore, alleata e rivale, l’Arabia Saudita ha sempre avuto un rapporto complesso con il Qatar e con le ambizioni del piccolo emirato. In un certo senso, le due petromonarchie sono frenemies. Da un lato sono alleate nel grande scontro tra sunniti e sciiti che sta scuotendo il Medio Oriente e di cui le guerre civili in Siria, Yemen e Iraq sono in parte una conseguenza. Arabia Saudita e Qatar hanno, in altre parole, dei nemici in comune: l’Iran, e i governi filo-iraniani a Damasco e Baghdad. Dall’altro lato però hanno agende diverse. Riyad ha sempre guardato con sospetto il sostegno di Doha alle componenti più estremiste della rivolta siriana, come al-Nousra e forse lo stesso Stato islamico – anche perché c’era il rischio che attirassero giovani sauditi e che questi, una volta radicalizzati, tornassero a creare problemi in patria. Ancor più con sospetto guardava ai Fratelli Musulmani, tanto sponsorizzati da al-Thani: non tanto perché fossero islamisti (l’Islam wahhabita che si pratica nel Golfo è molto più radicale rispetto alla Fratellanza), quanto perché erano visti come un elemento di cambiamento ed ergo di destabilizzazioni.

Emir Of Qatar Makes Official Visit To Gaza

Questa forse è stata la più grande differenza di vedute tra Arabia Saudita e Qatar: Doha puntava a costruire un nuovo ordine mediorientale, Riyad a preservare quello vecchio. Molto più ricchi, più grandi e, non ultimo, meglio armati, in un primo momento, davanti all’attivismo degli al-Thani, i sauditi si sono limitati ad alzare il sopracciglio: ai loro occhi il Qatar era un fastidioso alleato con che non sapeva stare al suo posto. Poi, con l’avvento dell’Isis e altri fattori, l’Arabia saudita ha deciso che il Qatar stava cominciando a diventare un problema. E il Qatar ha capito di avere fatto il passo più lungo della gamba. Riyad ha preteso il controllo del dossier siriano, nonché la testa dell’emiro. Doha ha abbassato la cresta.

Nel frattempo, per il Qatar sono arrivati altri problemi. Al Jazeera America, lanciata nel 2013 dopo il successo di Al Jazeera English, non ha ottenuto i risultati sperati e in più è stata travolta da uno scandalo di presunti maltrattamenti ai dipendenti. Il fondo sovrano del Paese si è trovato costretto a ridimensionare i suoi piani di investimento nel settore della radio e delle energie rinnovabili. E adesso, come se non bastasse, la Fifa sotto inchiesta per sospette mazzette pagate da Qatar e Russia per ottenere l’assegnazione dei mondiali. Alcuni osservatori sostengono che Doha potrebbe perdere addirittura il campionato del 2022. Ma, come faceva notare Amena Bakr in una lunga analisi per la Reuters, «gli accordi legali tra la Fifa e il Qatar comportano poche possibilità di perdere la coppa». Il rischio, piuttosto, è che «la reputazione del Qatar come mediatore politico regionale ne esca danneggiata».

Eppure, come si spiegava prima, il peso del Qatar nella regione è già stato sminuito – in parte dai fallimenti della sua politica in Egitto e in Siria, in parte per una decisione presa dai sauditi – e questo potrebbe essere l’ultimo capitolo nella parabola di una piccola e ricca nazione che ha coltivato ambizioni al di là della sua portata e che ora è costretta a ridimensionarle.

In evidenza: veduta di Doha. Sotto: l’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani accolto a Gaza nel 2012 (Getty Images).
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