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Come proporre un pezzo a un giornale

Alcune regole e consigli dagli editor di sei testate italiane, da Rolling Stone a Vanity Fair, dal Foglio a Internazionale.

La vita da giornalista freelance non è facile. È difficile individuare un giornale a cui fare proposte, ed è ancora più difficile presentarle in modo efficace. Quali sono le regole e le strategie migliori per mandare un buon pitch, cioè una proposta di pezzo? All’estero, alcune testate hanno delle vere e prioprie linee guida su come comportarsi. Ma in Italia? Abbiamo provato a chiedere a sei persone che, di mestiere, vagliano e approvano proposte giornalistiche: Giovanni Robertini di Rolling Stone, Serena Danna di Vanity Fair, Giuseppe Rizzo di Internazionale, Paola Peduzzi del Foglio e l’ex direttore di IL Christian Rocca. A raccontare come funzionano le cose a Studio ci ha pensato Cristiano de Majo. Abbiamo chiesto a tutti di rispondere a delle domande molto elementari, per esempio su quanto convenga includere una breve biografia e su quanto sia importante avere un titolo, inoltre abbiamo chiesto di raccontarci come impostano il loro lavoro e cosa tende a funzionare e cosa invece tende a non funzionare. Il quadro che ne emerge è che di regole rigide su come mandare un buon pitch ce ne sono poche: per esempio c’è chi non prende in considerazione i pezzi già scritti e chi invece li preferisce ai classici pitch, c’è chi considera i titoli fondamentali e chi ne fa tranquillamente a meno. Ogni testata è diversa. Un elemento interessante emerso da queste conversazioni, però, è che, proprio perché ogni testata è diversa, dimostrare di conoscere bene il giornale o la rivista per cui si vuole scrivere è fondamentale.

copertina vanity calcuttaGiovanni Robertini, direttore di Rolling Stone Italia
«Coi collaboratori fissi è più facile, perché c’è stata una scrematura da tutte e due le parti. È raro che ci arrivino proposte ex abrupto, da nessuno luogo. In quel caso, quello che m’interessa è l’oggetto, se chi fa la proposta riesce ad avere accesso a qualcosa o a qualcuno cui noi della redazione non abbiamo accesso. Il taglio, se la cosa parte, possiamo tranquillamente aggiustarlo dopo. Raramente vengono accettate proposte di pezzi di commento. Una cosa che mi fa sorridere è quando qualcuno cerca di vendere come una cosa rara qualcosa che editorialmente non lo è. Tutto il racconto retromaniaco del passato tende a interessarmi poco, lo spiegone su Bob Dylan o sulle 10 migliori canzoni di Bruce Springsteen. Mi interessa invece tutto quello che è notizia, che, per un magazine come noi, significa notizia di cinema, musica eccetera».

C’è un orario giusto? «Nah».
Serve un titolo? «Il titolo deve essere l’oggetto della mail»,.
Serve una bio? «Sì, purché non diventi esegesi sul soggetto».
Servono link ai propri pezzi? «Sì».
Si può proporre lo stesso pezzo a più giornali? «Se stai proponendo qualcosa in contemporanea a qualcun altro, devi dirmelo. È un sano principio di franchezza e di rispetto, inoltre può essere usato come acceleratore».
Si può mandare un pezzo già scritto al posto di un pitch? «Me ne sono arrivati un po’, li ho sempre letti tutti ma non ne ho pubblicato nessuno».

 

vanity fair italia coverSerena Danna, vicedirettrice di Vanity Fair Italia (digital)
«Prima di tutto vorrei fare una premessa: sono perfettamente consapevole del fatto che chi sta in un giornale spesso non si rende conto di come funziona il mondo “fuori”, di quanto sia difficile per un esterno proporre pezzi. Però è vero anche il contrario: spesso i freelance non si rendono conto di quanto sia difficile, per chi lavora in un giornale, stare dietro a tutte le proposte. Nella mia esperienza lavorativa, prima alla Lettura del Corriere, poi a Futura (la newsletter di saggi personali del Corriere, ndr) e ora a Vanity, ho gestito discrete moli di collaboratori e sempre tenuto come regola quella di dare chiare indicazioni su quando è meglio mandare le proposte, per facilitare il mio lavoro e quello di chi propone. Una cosa importantissima per chi propone è la continuità: l’idea che se ti interessa scrivere un giornale, mandi proposte a quel giornale in modo continuativo. Per chi sta al desk, è anche un modo di vedere un collaboratore come disponibile e affidabile. Sai che lui (o lei) c’è. A me interessa fare nascere percorsi di collaborazioni, non avere un pezzo a sé stante. Una cosa assolutamente da non fare è mandare proposte di pezzi che sono già usciti sullo stesso giornale, o mandare proposte con refusi: sono due cose che trasmettono subito sciatteria e inaffidabilità. Se un pitch è già stato mandato altrove e respinto, basta essere onesti e dirlo: è un ambiente piccolo e le cose si vengono a sapere comunque. Insomma, è fondamentale conoscere la testata per cui si vuole scrivere: apprezzo molto chi riesce ad azzeccare il taglio e il tono di voce, anche se è una cosa difficile. Infine, direi la concisione: quattro, cinque, massimo sette righe».

C’è un orario giusto? «Sì, ma cambia da giornale a giornale».
Serve un titolo? «È importantissimo, serve a guidare la mia attenzione».
Serve una bio? «Se riesci a riassumere quello che fai in una riga e mezzo, sì».
Servono link ai propri pezzi? «Sì, mi risparmiano la fatica di cercarti su Google».
Si può proporre lo stesso pezzo a più giornali? «Sì, ma solo se si è trasparenti»
Si può mandare un pezzo già scritto al posto di un pitch? «No. A meno che non sia un personal essay».

 

magazine ILChristian Rocca, ex direttore di IL, ora giornalista freelance
«Fino a poco tempo fa, quando ero direttore di IL, passavo molto tempo a vagliare le proposte di esterni, e mi facevo domande su come farlo al meglio. Adesso mi trovo nella posizione di scrivere per i giornali, e mi faccio domande su qual è il modo migliore di farlo. Non è affatto vero che i giornalisti siano chiusi alle proposte esterne. Ci possono essere dei blocchi di natura contrattuale, retributiva o sindacale, ma se il tuo compito è riempire un giornale, non puoi che essere felice quando c’è qualcuno che ti propone un’idea o un’angolatura. Per i quotidiani, ovviamente, valgono regole diverse, ma i giornali di idee, come IL o Studio, vivono delle proposte. Una cosa che ho notato, specie tra i freelance più giovani, è che mandano proposte da cui si intuisce che non conoscono la testata: per esempio, se io faccio un pezzo che dice che le serie sono una figata, non ha senso mandarmi un pezzo che dice che le serie fanno schifo. È come mandare un articolo di geopolitica alla Gazzetta dello Sport: magari è bellissimo, ma cosa c’entra con la Gazzetta?

C’è un orario giusto? «Dipende dal giornale».
Serve un titolo? «No, è l’idea che conta, al titolo ci penso io».
Serve una bio? «No, posso cercarmela su Google».
Servono link ai propri pezzi? «No, posso cercarmeli su Google».
Si può proporre lo stesso pezzo a più giornali? «Sì, ma meglio non contemporaneamente».
Si può mandare un pezzo già scritto al posto di un pitch? «Dipende. Con qualche collaboratore mi è capitato ed ha funzionato».

 

Giuseppe Rizzo, redattore Internazionale (commissiona ed edita i longform per il sito)
«Sul sito di Internazionale pubblichiamo un longform alla settimana, cioè un pezzo dalle 15mila battute in su, che può essere un’inchiesta, un reportage o un approfondimento, e generalmente è scritto da un freelance. Poi ci sono l’attualità seguita da Annalisa Camilli, i pezzi più brevi – commenti, analisi, rubriche – scritti dai collaboratori fissi e dai columnist stranieri, e i video. Io da un anno mi occupo dei longform: in alcuni casi nascono da proposte mandate dai freelance, in altri siamo noi ad assegnarli. Rispondiamo a tutti, e rispondiamo in tempi relativamente brevi: per noi è importante capire come scrive un freelance, dunque nel caso di prime collaborazioni possiamo chiedere di leggere un pezzo prima di decidere se pubblicarlo o meno. Presentarsi bene è importante, ma, da quel che vedo, è una cosa che la maggior parte dei freelance già sa fare: mi arrivano mail molto chiare e concise che dicono “Sono Tizio e Caio, ho scritto sul giornale X di questo argomento e ora vorrei scrivere per voi su quest’altro”, cioè quello che io ho bisogno di sapere».

C’è un orario giusto? «No. Se una mail arriva fuori dall’orario di lavoro, la leggo, ma rispondo quando sono al lavoro».
Serve un titolo? «Se pensato bene, è molto utile, ma non necessario. Il titolo può essere una buona sintesi».
Serve una bio? «Se collabori con qualche giornale, mi interessa saperlo».
Servono link ai propri pezzi? «Sì, cerchiamo sempre di leggere gli articoli che un autore ha scritto in passato».
Si può proporre lo stesso pezzo a più giornali? «Non contemporaneamente. Credo sia controproducente per lo stesso autore farlo».
Si può mandare un pezzo già scritto al posto di un pitch? «Per noi, è un sì. Specie per chi è alle prime armi, può essere una buona strategia».

 

Paola Peduzzi, responsabile esteri del Foglio
«Il bello del Foglio è che non ha molte barriere d’entrata. Io stessa ho iniziato a collaborare con la redazione perché ho mandato un pezzo al buio: ti dico solo che il pezzo era su Howard Dean, dunque era davvero la preistoria. Dal 2010 gestisco gli esteri, insieme a Daniele Raineri. I collaboratori sono l’anima di questo giornale ed, essendo un giornale piccolo, quello che vince è l’idea. Non m’interessa se scrivi sul Manifesto o da un’altra parte: se mi piace la tua idea, mi piace la tua idea. Cerco sempre di avere un rapporto diretto, di discuterne a voce e se possibile, cioè se un un collaboratore sta a Milano, di incontrarlo di persona».

C’è un orario giusto? «Se è un pezzo senza tempo, no. Se è un pezzo di giornata, prima della riunione, che è alle 11»
Serve un titolo? «Certo! Attira la mia attenzione ed è la dimostrazione che hai un pezzo chiaro in testa»
Serve una bio? «Non è necessaria».
Servono link ai propri pezzi? «Non sono necessarie, però se non me li mandi tu i tuoi pezzi vado a cercarmeli io».
Si può proporre stesso pezzo a più giornali? «Se rifiuto un pezzo e dopo un collaboratore lo piazza da un’altra parte sono solo contenta per lui»
Si può mandare un pezzo già scritto al posto di un pitch? «Io li preferisco».

 

Cristiano de Majo, caporedattore di Studio
«Studio è un sito e una rivista con un tono di voce e un punto di vista “identitario”, è difficile che vadano bene per noi proposte che potrebbero andare bene per altri. La maggior parte delle proposte sono di taglio letterario (ed è proprio il campo in cui siamo più pieni). Al secondo posto ci sono i reportage, anche dall’estero, che dimostrano un po’ la non conoscenza di quello che facciamo, specie sul sito. Mi piacerebbe molto ricevere proposte di giornalisti politici giovani e interessanti (non ne riceviamo nessuna) o di lifestyle “intelligente” (qualche volte le riceviamo), ma lì il problema è che il livello della scrittura è sempre al di sotto delle nostre aspettative. Nella maggior parte dei casi chi scrive di lifestyle è educato alla banalità e alla cattiva scrittura. C’è poi l’enorme problema generale che tutti si sentono autorizzati a usare la prima persona anche chi non ha mai pubblicato una riga. In definitiva preferirei avere pochi collaboratori esterni fissi (5 o 6), in modo che anche i pagamenti non si sparpaglino, ma vadano ciclicamente sempre alle stesse persone.  Pur avendo un grande rispetto per chi cerca di mantenersi scrivendo articoli da freelance, e comprendendo il problema (che è un problema anche di modello economico dell’editoria italiana: i pezzi vengono pagati poco, non ci sono contratti di esclusiva), tendiamo a preferire collaboratori che scrivano soltanto per noi, o che almeno si siano specializzati a scrivere per noi di un certo tema. Non vediamo di buon occhio chi collabora con noi e propone un articolo che potrebbe andare bene per noi ad altri. Certe volte è anche proprio difficile capire la logica di questi freelance che nel giro di una settimana piazzano un pezzo qui, un pezzo lì e il terzo da un’altra parte ancora. Spalmare la propria firma  ovunque è un po’ un suicidio. Non è una strategia vincente. Io consiglio di concentrarsi su tre cose al massimo, meglio se non in concorrenza tra loro (per esempio, un mensile di carta, un sito, un quotidiano). I giornali devono mantenere un’identità anche se è difficile costruire un rapporto “esclusivo” con i collaboratori con questo modello economico. L’equilibrio sta nel far quadrare i conti mantenendo questa famosa identità».

C’è un orario giusto? «Sì se è una prima proposta. Nel weekend il riposo sta proprio nel non leggere mail se non quelle urgenti, dunque il rischio è che il lunedì ci si dimentichi di quelle ricevute nei giorni prima perché nel frattempo ne sono arrivate altre»
Serve un titolo? «Direi è fondamentale. Tutto si gioca nelle prime due righe. Come in un articolo, come in un libro. Tutto si gioca nella capacità di dimostrare in pochissimo spazio che hai un’idea, sei in grado di scriverla e conosci bene (magari senza dire “vi apprezzo tantissimo”, ma dimostrando di conoscere veramente) il sito/la rivista/il giornale a cui la stai proponendo».
Serve una bio? «Sì se le collaborazioni possono rappresentare un biglietto da visita. No, se scrivi per la Gazzetta di Cantù o per il blog letterario fondato con tuo cugino due mesi prima».
Servono link ai propri pezzi? «È molto raro che apra un link, ma dipende tutto dalla presentazione, se il modo in cui il collaboratore si è presentato fa nascere la curiosità».

 

Immagini Getty
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