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Sparare sul country

La strage di Las Vegas è avvenuta a un concerto country, un genere conservatore, ma che ha faticato in questi mesi a sostenere Trump. Attualità di una musica fuori dalla bolla.

Non più tardi di un paio di settimane fa, proprio su queste pagine Mattia Carzaniga faceva notare come agli Emmy Awards che si erano tenuti la sera precedente l’avesse fatta da padrone l’ossessione per Donald Trump. A Hollywood sembra non si parli d’altro, e le principali star del cinema e della televisione hanno da subito fatto quadrato nell’opporsi al nuovo Presidente. È assolutamente comprensibile e perfino giusto, ma esiste il rischio che si crei una scollatura sempre più evidente tra i liberal e la cosiddetta pancia del paese, che di certo non si vede rappresentata da alcuni milionari intenti a condannare le orribili politiche del Commander in chief dalle poltrone delle proprie ville di Beverly Hills. Storia vecchia, storia che in Italia abbiamo visto succedere per molti anni.

Quello che salta meno all’occhio di un osservatore esterno è che esiste in realtà anche un mondo assolutamente mainstream (anche se poco appealing al di fuori dei confini americani, del resto quelli che in Italia seguono le cerimonie di premiazione degli Emmy sono un po’ l’equivalente dei fighetti che hanno perso il contatto con il mondo reale) che invece non partecipa a questa sassaiola, ed è quello della musica country. Storicamente legata a Nashville e al profondo Sud, la scena country è da sempre vicina ai valori del conservatorismo, al rimpianto per le tradizioni di una volta, e all’idea di un mondo magari povero ma semplice e genuino. In questo senso l’avanzata di un milionario newyorkese come leader repubblicano ha lasciato interdetto il suo pubblico. Don Cusic, professore di storia della musica country alla Belmont University di Nashville, fa notare che Trump da un lato parla con parole di una o due sillabe, proprio come una canzone, ma che la maggior parte degli appassionati si trova a essere molto distante dal mondo di provenienza del nuovo Presidente: «La maggior parte dei fan della musica country non ha un miliardo di dollari, e non ha perso un miliardo di dollari».

Reported Shooting At Mandalay Bay In Las Vegas

Questo si è tradotto in un silenzio assordante da parte dei principali esponenti del genere musicale: secondo un’analisi condotta da BuzzFeed, degli 87 artisti presenti nelle classifiche country di Billboard al momento dell’indagine, soltanto cinque avevano pubblicamente espresso delle posizioni, positive o negative, su Donald Trump come presidente degli Stati Uniti. Oltre alle star di Hollywood e alla maggior parte dei musicisti rock e pop, perfino molti dirigenti di azienda si sono schierati, ma il songwriter Bobby Braddock ha dichiarato al Guardian: «La musica country è diventata pubblicamente apolitica. Dieci o dodici anni fa avresti sentito alla radio un sacco di argomenti super patriottici e di destra, ma ora non più». Tanti osservatori fanno notare che c’è un pubblico molto più giovane, molte donne, molta gente che abita in città e non più solo in campagna, e Braddock chiosa dicendo che non pensa si tratti più di una musica conservatrice o ideologica.

Tra le rare eccezioni c’è quella di Sturgill Simpson, che si è apertamente schierato contro Trump, e quelle di Justin Moore e Chris Janson, che invece lo hanno appoggiato. La storia del pezzo più famoso di Chris Janson, “Buy me a boat”, segna in qualche modo un cambio di passo trumpiano nelle tematiche del country: dal rimpianto per la vita semplice e rurale al desiderio di diventare ricchi. “I ain’t rich”, canta il Nostro, che è pure un cristiano rinato, “but I damn sure wanna be. Working like a dog all day ain’t working for me.” Non sono in pochi a fare notare una deriva escapista e dionisiaca nel genere, più vicina al desiderante Trump che alle solidità del passato: un pezzo dell’American Conservative fa notare che «i fan del genere conosciuto come “tre accordi e la verità” sembrano del tutto disinteressati a quest’ultimo elemento, preferendo invece gli inviti a fare festa, in cerca di una fuga dal crollo delle comunità che li circondano. Basta dare un’occhiata alla classifica country di Billboard degli ultimi anni per osservare questo trend: canzoni che parlano di ragazze, pick-up, ragazze sui pick-up, birra, e ancora birra. Il genere che una volta parlava del bene e del male dell’America rurale è diventato muto. L’escapismo che permea le nuove hit rivela la profondità dei problemi che toccano le regioni della sua fanbase, e offre uno sguardo unico sulle motivazioni del fenomeno Trump. Dopo tutto, slogan come “Make America Great Again” parlano di un senso di sconfitta e di perdita, senza richiedere davvero la dolorosa introspezione necessaria a identificare che cosa è stato perduto».

«Vogliamo farci degli amici, non dei nemici», ha detto a BuzzFeed Rowdy Yates, conduttore radiofonico dell’Oklahoma. «Penso che molti artisti stiano pensando “Sai che c’è? Non me la prendo questa patata bollente, meglio che se la prenda qualcun altro.”» Gli fa eco Nadine Hubbs, professoressa di musica all’Università del Michigan: «Non si parla in pubblico di politica, religione o sesso. È una vecchia consuetudine del Sud». La reticenza insomma è in qualche modo insita nel genere, e forse non è un caso che sia proprio da quel mondo che arriva Taylor Swift, la più grande star americana a non essersi mai espressa pro o contro Trump.

Tutto questo è anche, sicuramente, figlio del caso-Dixie Chicks, citato da ogni commentatore, da ogni articolo, da ogni artista. Il 10 marzo 2003, a pochi giorni dall’invasione dell’Iraq, durante un concerto a Londra la cantante del gruppo Natalie Maines dichiarò «siamo dalla parte giusta, con tutti voi. Noi non vogliamo questa guerra, questa violenza, e ci vergogniamo che il presidente degli Stati Uniti sia texano». Seguirono scandalo, boicottaggi, la fine di alcune sponsorizzazioni, il bando da moltissime stazioni radiofoniche e la perdita di numerosi fan. È ancora Don Cusic a spiegare: «Se c’è una cosa che l’industria musicale ha imparato dalle Dixie Chicks è che se vai contro il credo politico del momento, sei fuori dalle radio».

Ma con il tempo, forse, le cose sono destinate a cambiare, e gli artisti saranno costretti a prendere posizione. Jocelyn Neal, professoressa all’Università del Nord Carolina, dice che «gli artisti country sono molto consapevoli di chi sono i loro ascoltatori, e di quali siano le loro idee. Col passare del tempo, e con il susseguirsi di decisioni da parte di questa amministrazione che avranno degli effetti sulla working-class e sulla classe media, penso che potremo sentire alzarsi qualche voce». Staremo a vedere. Intanto, mentre aspettiamo, a un festival country ha appena avuto luogo la più grande strage nella storia degli Stati Uniti, e il Presidente – legatissimo alla NRA – sembra non avere intenzione di dire una parola riguardo al controllo delle armi.

 

Foto Getty
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