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Mi si è ristretto il web

La lunga e travagliata storia del rapporto tra la Rete e chi tenta di controllarla

Un articolo apparso su Foreign Affairs sta facendo molto discutere negli Usa perché rilancia la questione se i social network (in particolare, in questo caso, Twitter) favoriscano l’apertura della rete o se al contrario la rendano più chiusa e locale. Ripubblichiamo quindi per l’occasione un pezzo di Cesare Alemanni apparso sul secondo numero di Studio (maggio 2011) in cui si affrontavano argomenti molto simili (riferendosi in quel caso soprattutto a Facebook).

John Perry Barlow è una di quelle persone che farebbe la gioia di qualunque biografo. Negli anni ʼ70 ha composto i testi di diverse canzoni dei Grateful Dead; negli anni ʼ80 è stato poeta e attivista; negli anni ʼ90 giornalista e sostenitore degli allʼepoca relativamente giovani diritti digitali attraverso Electronic Frontier Foundation, lʼassociazione da lui stesso fondata nel 1990 insieme a Mitch Kapor. Lʼ8 febbraio del 1996 mentre si trovava a Davos in Svizzera, Barlow scrisse un breve ma fondamentale testo intitolato A Declaration of the Indepence of Cyberspace in cui, rivolgendosi ai governi di tutto il mondo, tra le altre cose rivendicava: «I vostri concetti legali di proprietà, espressione, identità, movimento e contesto non si applicano a noi che abitiamo il cyberspazio. Poiché sono tutti basati sulla materia, e qui non esiste materia». Anche se non tutti si esprimevano in maniera similmente profetica, allʼepoca in cui Barlow stendeva queste parole da santone telematico, erano in molti a pensarla come lui. A pensare cioè che la diffusione di internet rappresentasse lʼalba di un mutamento senza precedenti in grado di mettere tra parentesi il concetto stesso di sovranità nazionale diffondendo ovunque il verbo della libertà, in un mondo parallelo privo di realtà fisica e fatto di puri dati. «Una civilizzazione della Mente nel Cyberspazio», per utilizzare nuovamente le parole di Barlow. Tempi in cui internet e una visione ancora ottimistica della globalizzazione erano concetti che andavano spesso a braccetto, tanto da sdoganare – anche al di fuori del dibattito accademico in cui era nata – lʼespressione Villaggio globale, coniata tre decenni prima da Marshall MacLuhan.

Sono trascorsi quindici anni e nel frattempo internet ha prodotto e visto esplodere la sua prima bolla economica nel 2001, messo in crisi una serie di industrie basate sullo sfruttamento del copyright, favorito lʼesplosione di fenomeni imprenditoriali e sociali colossali come Google, Facebook e Twitter ed è diventato uno strumento/mondo indispensabile per il lavoro e la vita di centinaia di milioni di persone sul pianeta. Si tratta senza dubbio di una delle tecnologie più influenti di tutti i tempi, eppure lo spirito rivoluzionario che respiravano i suoi pionieri sembra essersi smarrito. Più che inserirsi allʼinterno degli ingranaggi immaginari dellʼutopia, internet pare essersi conformato ad alcune convenzioni del mondo “reale”, riproducendone limiti e difetti. Confini, appunto.

Il caso Cina e la censura

A proposito della “dichiarazione dʼindipendenza” di Barlow, cʼè un fatto fondamentale che nel “prologo” ho consapevolmente omesso di citare, ed è il seguente: Barlow non scrisse quel testo animato da puri furori evangelici ma in seguito a un evento ben preciso, accaduto solo pochi giorni prima della sua stesura – per lʼesattezza il primo febbraio 1996: data in cui il Senato degli Stati Uniti si riunì per varare il Communications Decency Act (CDA). Uno dei primi casi dʼingerenza da parte di un governo occidentale nelle vicende del nuovo universo digitale in espansione. Una delle materie che il CDA si proponeva di normare era la pornografia nei media e i reati a essa correlati, inclusa la pedofilia; ma occupandosi più estesamente di decenza si spingeva a toccare i “reati di linguaggio”. In parole povere chiunque (sul proprio sito ma anche su un forum) avesse usato una delle cosidette “seven dirty words” poteva essere non solo denunciato per espressioni oscene ma vedersi “espulso” dalla rete, dato che – non essendo possibile mettere delle “fasce protette” a internet – quelle parole potevano essere lette da dei minorenni.

Fu il putiferio. Tra le tante associazioni che manifestarono il proprio dissenso contro quella che reputavano una grave minaccia alla libertà di espressione degli individui digitali ci fu anche la Electronic Frontier Foundation di Barlow che organizzò la Blue Ribbon Online Free Speech Campaign. In pochi giorni le home page di migliaia di siti privati “indossavano” il nastro blu intrecciato della campagna. Come risultato di queste pressioni la CDA fu portata di fronte a una giuria federale che il 12 giugno 1996 la dichiarò incostituzionale: lesiva del diritto dʼopinione. I pionieri digitali avevano vinto la loro prima battaglia ma un precedente era comunque stato creato e dal primo febbraio del 1996 Internet cessò per sempre di essere un mondo del tutto parallelo alle legislazioni dei governi nazionali; soprattutto perché in quella stessa data un altro governo emise un proprio Temporary Regulation for the Management of Computer Information Network International Connection. Si trattava della Repubblica Popolare Cinese che con quell’“editto” dal nome interminabile sanciva un principio ben chiaro e tuttora valido: a nessun provider e a nessun utente era più permesso di collegarsi a internet senza passare attraverso il filtro di una delle numerose agenzie governative che da un lato offrivano il servizio di connessione mentre dall’altro operavano un controllo sui contenuti visitati.

Un controllo trasformatosi rapidamente in rigida censura che, col passare degli anni, ha riguardato alcuni dei principali siti di news occidentali e in particolare anglosassoni, e non solo, visto che fino al 2008 anche Wikipedia era incluso nella lista nera e dal 2009 ne fanno parte Facebook, Twitter e Youtube. Per non dire del quinquennio di rapporti turbolenti tra il governo cinese e Google, conclusosi nel 2010 con la sparizione della grande G dalla rete cinese. Ultimo termine di un contenzioso con tinte da film di spionaggio, in cui sono mancati numerosi tentativi di intrusione da parte di esperti informatici cinesi all’interno delle caselle gmail di aziende e ambasciate internazionali. Secondo alcune recenti stime, nell’industria della censura cinese oggi lavorerebbero più di 50.000 persone, impegnate a offrire al popolo di Mao una versione a loro giudizio “politicamente corretta” del mezzo. Più o meno la stessa cosa che si verifica in Arabia Saudita, Iran, Corea del Nord, Vietnam, Cuba…e in una certa misura anche Stati Uniti dove gli eccezionali provvedimenti antiterrorismo imposti dal Patriot Act hanno colpito anche la rete. Non sbagliava quindi Lee Tien, uno degli avvocati della Electronic Frontier Foundation quando nel 2002 prevedeva: «È molto probabile che l’Internet del futuro apparirà molto diversa a seconda del paese da cui ci si accederà».

I giardini Facebook

Alla fine dello scorso marzo un miliardario russo ha fatto la sua comparsa nelle cronache mondane della California del nord: aveva acquistato un’unica villa per 100 milioni di dollari; un record. Niente di strano, si potrebbe pensare, per un uomo le cui sostanze si misurano in milardi. Se non fosse che la villa si trova nella Silicon Valley e che non si tratta del solito ex oligarca arricchitosi con il carbone bensì di Yuri Milner: il businessman che attraverso DST (Digital Sky Technologies) – la società che ha fondato nel 2005 – detiene quote intorno al 10% di Facebook (oltre a minori partecipazioni in Twitter, Zynga e Groupon) e che dal 1999 cava oro da qualunque investimento compia online. Il magnate russo incarna perfettamente il nuovo tipo di “capitalista” della S-Economy (dove S sta per Social Network) – una bolla popolata da creativi, geek milionari, investitori e speculatori che, secondo il guru del viral marketing online Tim Draper, potrebbe presto esplodere come già accaduto nel 2001. Ma non è questa la sola ragione per cui alcuni critici eccellenti guardano a Facebook con crescente perplessità.

In un ormai celebre articolo apparso a novembre 2010 su Scientific American, Tim Berners Lee, nientemeno che l’inventore del World Wide Web (Ginevra, dicembre 1990) metteva in guardia dal pericolo che «un solo social-network, un unico motore di ricerca, un unico browser, diventino così grandi da agire da monopolisti». Un’eventualità con cui, tra Google e Facebook, l’occidente del web deve già confrontarsi e che, secondo Berners Lee, rischia di limitare fortemente quello sviluppo che nei primi anni dalla rete era stato garantito dalla struttura aperta e rizomatica – per non dire anarchica – della stessa. Il termine chiave che ha iniziato a circolare sempre più frequentemente per descrivere il tipo di impatto che la diffusione dei grandi social network sta avendo sulla struttura e sulla user experience della rete è walled garden (letteralmente: giardino recintato); e Facebook ne è un perfetto esempio. «I grandi social network stanno tagliando fuori dal resto della rete le informazioni postate dai loro utenti»; sempre nelle parole di Berners Lee.

Il punto è che non stanno tagliando fuori solo le informazioni, ma gli utenti stessi. Già oggi, per una gran parte dei suoi 600 milioni di “profili” attivi (dati a gennaio 2011), il colosso di Mark Zuckerberg ha praticamente sostituito – o per meglio dire duplicato all’interno di un unico ambiente esclusivo – la rete. In un colpo solo e all’interno di un solo “luogo” è ormai possibile (e nei piani dell’azienda lo diventerà sempre più) scambiare messaggi con i propri contatti, guardare video, chattare, leggere le notizie che propongono i propri amici: tutto a partire da un unico sito. Più che un incentivo alla serendipità globale, il nuovo tipo antropologico prodotto dai social network sembra andare nella direzione di un conformismo culturale di ritorno, guidato dalle logiche di profitto di grandi investitori come Milner: uno che dimostra ogni volta che apre la bocca («Nel mercato della rete, c’è sempre stata una tendenza all’emersione di un singolo leader in ogni settore»; «In futuro il 50 per cento dei nostri consumi sarà veicolato attraverso i network personali, l’altro 50 percento da algoritmi») di avere perfettamente compreso cosa riserva il futuro. E, a suo dire, non è certo come lo immaginava Tim Berners Lee.

Il Web è morto?

23 maggio 2010, una domenica. Il New York Times Sunday Magazine pubblica un articolo intitolato The Death of the Open Web in cui la giornalista Virginia Heffernan paragona quello che sta accadendo alla rete – con l’avvento di smartphone, palmtop e relativi appstore – a quello che accadde ai centri delle grandi città americane quando, cresciute troppo sregolatamente, assistettero alla fuga in periferia del proprio ceto medio-alto: «I segni della decadenza “urbana” abbondano in termini di link inattivi e progetti abbandonati. Virus e spam hanno reso la vita in molti quartieri insicura e malsana. Bulletti e robivendoli affollano le strade. (…) Le persone che trovano il Web disgustoso – brutto e incivile – sono comunque costrette a viverci: è il posto dove andare per lavoro, risorse, servizi, vita sociale, futuro. Ma ora con l’acquisto di un iPhone o di un iPad, hanno una via di fuga, un’organizzata suburbia che gli permette di cogliere le opportunità della rete senza mischiarsi con il suo caos». Sulle prime le reazioni di alcuni esperti all’articolo della Heffernan sono critiche, Andrew Leonard, technology reporter per Salon.com, lo liquida così: «Heffernan scrive come qualcuno che ha letto troppi commenti “sporchi” in merito al suo lavoro online e, in risposta, ha deciso di lanciare una jihad contro una simile barbarie».

Poi, però, a novembre 2010 esce il già citato articolo di Tim Berners Lee; e Chris Anderson editor in chief di Wired lancia un dibattito sul suo giornale intitolato The Web is Dead. Long Live The Internet, la cui tesi principale si può riassumere così: «Il futuro sarà meno incentrato sulla ricerca e più sull’accesso diretto (…) È giunto il momento che il Web si confronti con la spinta al profitto e i walled garden che questa comporta. L’apertura è una cosa fantastica in una economia non monetaria di produzione condivisa. Ma a un certo punto la nostra tolleranza per il delirante caos di una competizione senza limite giunge al termine. Tanto quanto amiamo la libertà e la scelta, desideriamo cose che siano allo stesso tempo funzionanti e affidabili». Di queste “cose funzionanti e affidabili”, secondo Anderson, fanno parte smartphone, palmari e relative applicazioni; il cui numero e la cui varietà cresce esponenzialmente ogni giorno ma la cui accessibilità e distribuzione è strettamente controllata dal fornitore (e ovviamente il principale player su questo mercato resta Apple) esattamente come qualunque altro bene fuori dalla rete, o nel mondo pre-Web.

Da questo punto in poi lo scontro diventa quasi “ideologico”: c’è chi, come Rupert Murdoch e altri grandi editori, guarda a palmari e app come la scialuppa di salvataggio del proprio impero; a un futuro in cui l‘informazione e l’editoria ritornano a essere vendute in edicola – solo che in un’edicola digitale (in tal senso rimane significativo il caso di The Daily, primo quotidiano sviluppato – appositamente ed esclusivamente per iPad – da Murdoch e Apple); chi come Tim O’Reilly (fondatore ed editor di Oreilly.com: uno dei più autorevoli osservatori editoriali sul web) ha risposto a Chris Anderson sempre su Wired America che ciò che conta di più – e che sopravviverà al Web – è Internet intesa come infrastruttura e che per quanto riguarda quest’ultima  «apertura e chiusura sono in una danza continua»; e chi, come Google, in proiezione rischia di riemergere, se non da grande sconfitto, almeno inevitabilmente ridimensionato da questo magma. Del resto, come scrive sempre lo stesso Anderson: «This is the natural path of idustrialization: invention, propagation, adoption, control». Con buona pace di John Perry Barlow.

 

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